Muqtada al Sadr iraq
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15 Maggio Mag 2018 1556 15 maggio 2018

Elezioni in Iraq, chi è e perché ha vinto l'outsider al-Sadr

Dalla guerra agli Usa, per una repubblica islamica come l'Iran, all'alleanza coi marxisti nazionalisti: lo sciita eretico ora promette lotta alla corruzione e sicurezza. E si oppone all'influenza di Teheran.

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Il primo voto nazionale in Iraq dalla liberazione dall'Isis è un grande punto interrogativo. La vittoria a sorpresa del religioso sciita Muqtada al-Sadr vale più di 1 milione e 300 mila elettori ed è una sconfitta per il fronte sunnita opposto al premier uscente Haidar al-Abadi, alleato degli Usa ma anche dipendente dall'Iran. Soprattutto spiazza chi si aspettava, come in Libano, come minimo una sostanziale tenuta delle forze sciite vicine a Teheran. Al-Sadr resta il fondatore delle milizie del Mahdi, dal nome del messia nascosto e atteso dalla maggioranza degli sciiti, e discende da una illustre famiglia di ayatollah di Najaf, che con l'iraniana Qom è la città più sacra per gli sciiti. Ma è col tempo è diventato un outsider nemico del blocco sciita di al-Abadi e del precedente premier Nouri al-Maliki.

UN VOTO ANTI-SISTEMA. Più di un ayatollah ultraconservatore lo bolla come eretico. Iracheno, a 44 anni il leader dell'esercito del Mahdi simbolo della resistenza violenta all'occupazione americana si è messo al comando di una strana coalizione laica – balzata nettamente in testa con 54 seggi parlamentari (su 329) alle Legislative 12 maggio 2018 –, che ha puntato su una campagna anti-corruzione ed è composta dal clero sciita dei Manifestanti (al Sairoun) e dal Partito comunista iracheno: i marxisti che gli stessi religiosi di al-Sadr, non molti anni fa, come nell'Iran khomeinista non avrebbero esitato a giustiziare perché miscredenti. Dietro, con 47 seggi, la coalizione Fatah degli ultraconservatori sciiti pro-Iran e solo terzo, con 43 seggi, il blocco di moderati sciiti di al-Abadi, sostenuto anche dagli occidentali, al Nasr.

Al voto dopo l'Isis.

Tra chi ha votato in Iraq, appena il 44,5% degli elettori, è emersa una forte domanda di cambiamento

Anche nello Stato imploso con la caduta, nel 2003, di Saddam Hussein ha avuto la meglio la grande delusione per la classe politica dell'establishment e – tra chi ha votato, appena il 44,5% degli elettori, il 15% in meno del 2014 – è emersa una forte domanda di cambiamento. Considerato un populista dagli occidentali, al-Sadr si è affermato come figura carismatica tra le masse soprattutto sciite sin dall'invasione degli Usa, alla quale si è opposto dopo che la sua famiglia si era per decenni scontrata con il regime baathista sunnita di Baghdad. Il vuoto di potere creato con la guerra all'Iraq ha favorito il suo esercito del Mahdi e lo stesso è avvenuto nel 2014, con la presa di Mosul dell'Isis. Fondato il sedicente Califfato, al-Sadr è tornato ad arringare le folle sulla liberazione.

DA KHOMEINI A MARX. Ma da allora il chierico sciita non si è limitato a cavalcare la lotta al terrorismo sunnita. Con lo stupore delle forze politiche irachene e della comunità internazionale, nel 2014 al-Sadr ha chiuso tutti gli uffici e le associazioni legati al padre gran ayatollah, martire del regime di Saddam, annunciando di tenersi fuori – fino alle successive elezioni – dalla vita politica attiva e di battersi, una volta sconfitto l'Isis, per far smantellare tutte le milizie, incluse le sue neonate Brigate per la pace, e i gruppi paramilitari. Dal 2015 il leader iracheno della sanguinosa guerriglia anti-americana ha accelerato l'inversione a U, alleandosi con il Partito comunista iracheno per portare avanti, da outsider, un programma per la «sicurezza e contro la corruzione».

Il voto della protesta.
GETTY

Dalla fondazione della «repubblica islamica» del post Saddam al Sadr, che non potrà essere premier perché non figurava tra i candidati, è passato alla guida di un cartello arabo nazionalista e secolarista. Nell'ultimo anno il leader religioso sciita ha fatto parlare di sé anche per la sua presa di distanza dal regime siriano di Bashar al Assad, salvato dagli iraniani, e per la sua prima e singolare visita in Arabia Saudita. Il principe ed erede al trono saudita Mohammad bin Salman (sunnita nazionalista e sul piano politico tendenzialmente laico come lo sciita al Sadr) avrebbe tentato di comprarlo, in funzione anti-iraniana. Per spaccare il blocco sciita dell'Iraq che, comunque sia andata, con un leader popolare e insubordinato come al-Sadr si stava già incrinando.

LO SCIITA ODIATO DAI PASDARAN. Il capo di al-Sairoun vuole eliminare anche le milizie sciite armate dai pasdaran iraniani, che lo avversano. Un esecutivo tra la sua coalizione, priva di una maggioranza, e il maggior partito sciita iracheno Dawla dell'inviso premier del post-Saddam, al-Maliki, è impossibile. È invece probabile un'alleanza tra Dawla di al-Maliki e Fatah, appoggiata anche da parte dei curdi iracheni, in funzione anti al-Sadr. Al-Sairoun potrebbe governare al limite insieme agli scissionisti di al-Nasr da Dawla, del premier uscente al-Abadi, più moderato e desideroso di restare al potere, ma resta il veto dell'Iran. Le masse sciite, e ormai anche diversi sunniti, rifiutano invece partiti tradizionali. Attratti dalla variabile impazzita di al-Sadr, capace di sparigliare i disegni regionali sull'Iraq.

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