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Usa, le divergenze tra la Nra e l'industria delle armi civili

Dopo la strage di Parkland i produttori hanno sostenuto l'innalzamento dei controlli e dell'età minima per l'acquisto di pistole e affini. Prendendo le distanze dalla potente associazione.

  • Domenico Capitani
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Si fa presto a dire lobby. L’industria delle armi è ciclicamente posta sotto la lente di ingrandimento di stampa e opinione pubblica, trascinate dall’ondata emotiva dei fatti di cronaca in cui sono coinvolte le armi da fuoco. La strage di Parkland dello scorso febbraio, in cui hanno perso la vita 17 studenti uccisi da un loro coetaneo, ha dato nuovo vigore all’insurrezione popolare anti-armi con cortei di piazza e prese di posizione mediatiche e politiche (il 18 maggio, un'altra strage in Texas). Un sentimento che negli Stati Uniti però pare già essersi attenuato come rivela l’ultimo sondaggio Gallup secondo cui il “controllo delle armi” rappresenta il principale problema nazionale solo per il 6% degli statunitensi, percentuale più che dimezzata rispetto alla stessa rilevazione del mese scorso. Il possesso di fucili e pistole, infatti, è parte integrante della cultura statunitense, sancita dal Secondo Emendamento e testimoniata dal numero di armi da fuoco circolanti – 357 milioni su una popolazione di 318,9 milioni di persone (dati Report 2015 Congressional Research Service) – e dalla percentuale di possessori di un’arma rispetto alla popolazione: il 31% secondo i dati General Social Survey del 2014.

UN'ASSOCIAZIONE DA 5,5 MILIONI DI ISCRITTI. È evidente come una componente così numerosa e radicata nella popolazione possa e abbia sempre influenzato esplicitamente le scelte e gli indirizzi politici. Come? Attraverso la Nra (National Rifle Association), la potente associazione dei possessori di armi da fuoco che conta oltre 5,5 milioni di iscritti. È la Nra la vera lobby, quella che influenza la politica anche con posizioni estreme, forte del suo radicamento territoriale e del potere economico dato nella quasi totalità dalle quote degli iscritti. Facendo un rapido calcolo si scopre che moltiplicando la quota annuale ad personam (35 dollari) per il totale degli iscritti si arriva a ben 192,5 milioni di dollari l’anno incassati dalla Nra, senza contare le donazioni personali ben superiori alla quota minima. Un bacino economico e sociale enorme, alimentato solo per il 5% delle donazioni dell’industria delle armi, tra l’altro attraverso contenuti pubblicitari e commerciali rivolti alla platea di iscritti. Non è un caso, insomma, se qualche giorno fa Donald Trump abbia parlato proprio dal palco della Nra dichiarandosi per l’ennesima volta favorevole al possesso di armi e rilanciando la proposta di “armare gli insegnanti” per prevenire le stragi come quelle di Parkland.

È parso evidente come il presidente da quel palco abbia voluto parlare alla pancia del proprio elettorato, decisivo per la sua elezione. La Nra, dal canto suo, non fa altro che erigersi a portavoce dei milioni di possessori di armi statunitensi, spesso tramite toni esasperati e provocatori. Ma tra la lobby e l’industria delle armi civili, che si riunisce nell’associazione Nssf (National Shooting Sport Foundation), ci sono distanze dimostrate dalle opposte posizioni assunte sulle iniziative governative di questi mesi. Pur essendo Trump uno strenuo sostenitore del possesso di armi, e pur avendo ribadito anche sabato scorso il proprio appoggio ai principi della Nra nel rispetto del Secondo Emendamento, il suo governo ha varato proposte restrittive di regolamentazione del settore. Per esempio l’investimento di 1,5 miliardi di dollari per potenziare il background check, strumento che consente di esaminare le caratteristiche di un individuo a cui si vende un’arma. E attraverso l’innalzamento dell’età minima per acquistare armi (da 18 a 21 anni) con irrigidimento dei controlli preventivi sulla salute mentale di chi le compra.

LE PROPOSTE DELLA DISCORDIA. Queste proposte sono state appoggiate e sostenute dall’industria armiera, mentre sono state osteggiate pubblicamente dalla Nra, che ha anzi alzato il livello di provocazione proponendo di togliere la tassa sui silenziatori (Hearing Protection Act) per proteggere l’udito dei tiratori. Posizioni divergenti, quindi, che invece vengono associate nel tritatutto mediatico creando una lobby unica anche quando non c’è. E se non c’è negli States, figurarsi in Italia.

18 Maggio Mag 2018 1845 18 maggio 2018
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