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24 Maggio Mag 2018 0912 24 maggio 2018

Il referendum sull'aborto in Irlanda, una gara all'ultimo manifesto

Il baluardo cattolico del Nord Europa va alle urne per l'abolizione dell’ottavo emendamento. Che vieta l'interruzione di gravidanza. E per sostenere il «No» si scomodano pure i padri della patria. Il viaggio di L43.

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da Dublino

Stupro, incesto, anomalie fetali non sono motivi sufficienti a giustificare un aborto, nella cattolicissima Irlanda. Chi lo pratica rischia sino a 14 anni di carcere per avere infranto l’ottavo emendamento della Costituzione nazionale, introdotto nel 1983, che equipara il «diritto alla vita del nascituro» al «diritto alla vita della madre», rendendo illegale l'interruzione di gravidanza nella quasi totalità dei casi. L'unica, parziale deroga è del 2013, ed è applicabile solo in caso di rischio per la vita della donna.

Una norma anacronistica, che dalla sua introduzione ha costretto oltre 170 mila donne irlandesi a "emigrare" in Inghilterra per praticare l’interruzione di gravidanza e di cui per la prima volta, il prossimo 25 maggio, si voterà l'abrogazione, in un referendum che sta, di fatto, dividendo il Paese. Con un ingombrante assente: la Chiesa Cattolica, che al dibattito ha scelto di partecipare con un significativo ma pesantissimo silenzio.

«SÌ» E «NO»: COMUNICAZIONE DA MANUALE. Si sentono invece, forti e chiare, le voci del «Sì» e del «No»: la campagna elettorale – in un Paese che sposò la modifica costituzionale con oltre il 63% di consensi positivi – punta sul convincimento, testa per testa, degli elettori: l'ultimo weekend pre referendum ha visto centinaia di volontari impegnati – molto a Dublino, un po' meno nei paesini a vocazione rurale della costa Ovest – a spiegare punto per punto le prospettive in caso di vittoria dell'uno o dell'altro fronte. Con una strategia di comunicazione da manuale, che ricorda tanto i fondamentali dell'advertising inventati negli Anni 60.

I favorevoli hanno scelto la via dell'emotional marketing: fare leva sui valori fondanti dell'individuo, legando la scelta alla definizione di un sé socialmente accettato e accettabile

I favorevoli hanno scelto la via dell'emotional marketing: fare leva sui valori fondanti dell'individuo, legando la scelta alla definizione di un sé socialmente accettato e accettabile. E allora via alle interpretazioni in salsa anglosassone de «l’utero è mio»: «Stop shaming women» («Non fate vergognare le donne» per la loro scelta), «Sometimes a private matter needs public support» («A volte questioni private hanno bisogno di supporto pubblico»), «The right to choose» («Il diritto di scegliere»), «Our body, our choice» («Il nostro corpo, la nostra scelta»), eccetera, sino a «It could be your mother, your friend, your sister» («Potrebbe accadere a tua madre, a un’amica, a tua sorella»). Più rari i messaggi con informazioni concrete, come quello che fa riferimento al fatto che in Olanda, Paese in cui l’aborto è legale in ogni caso, il numero di interruzioni di gravidanza non è aumentato, anzi.

«A 9 SETTIMANE SBADIGLIO E SCALCIO, NON UCCIDERMI». Già, perché uno dei punti su cui fa leva il fear arousing appeal del fronte del «No» è proprio questo: rendere l'aborto legale rischia di aumentarne in modo indiscriminato il ricorso, quasi al pari di un contraccettivo. E di «uccidere» - lo si dice in modo esplicito - bambini sani che avrebbero diritto di nascere. Il tenore sui flyer è un più acuminato «In Uk, one in five babies are aborted» («In Gran Bretagna si abortisce un bambino su cinque»), «11 weeks? It’s one of us» («A 11 settimane è già una persona come noi») o «I am 9 weeks old. I can yawn and kick, don’t repeal me» («A 9 settimane sbadiglio e scalcio, non uccidermi»), con varie ed eventuali declinazioni del tema: «Parlo, canto, sorrido – non mi togliere la vita», come se fosse un Cicciobello in promozione sulle vetrine natalizie, su cartelli sempre più espliciti, con foto del feto già formato. Sino ad arrivare alla considerazione che «il 90% dei bambini con la Sindrome di Down, in Inghilterra, viene abortito», con foto di famiglia felice e sorridente, anche nelle difficoltà.

Il manifesto che ritrae i padri della patria.

E se, come sosteneva il cantore irlandese per eccellenza William Butler Yeats, «I carry from my mother's womb/A fanatic heart» («Ho sin da quando ero nel grembo di mia madre/un cuore fanatico»), ecco che l'utero materno diventa strumento di propaganda nel manifesto che ritrae i padri della patria – Seán MacDiarmada, Patrick Pearse, James Connolly, Constance Markievicz – e citando la dichiarazione di indipendenza del 1916 recita: «They said to cherish all the children equally» («Dissero di amare tutti i bambini allo stesso modo»). Anche quelli indesiderati, a quanto pare.

IL «SÌ» È AVANTI NEI SONDAGGI. Difficile preconizzare l'esito finale: i sondaggi, anche alla luce del sorprendente risultato del 2015 che vide l’Irlanda diventare il primo Paese a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso, parlano di un «Sì» in vantaggio col 56% e di un numero crescente di giovani emigrati che intende rientrare per dare il proprio sostegno all'abrogazione. Ma dopo l'ingloriosa fine della Tigre Celtica, gli scandali finanziari e le speculazioni, la ridefinizione del concetto di irlandesità oggi passa sempre di più dal recupero delle tradizioni e dei vecchi, consolidati e mai messi in discussione dogmi. Come quello di tutelare la famiglia e i figli a ogni costo.

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