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7 Giugno Giu 2018 0800 07 giugno 2018

Perché le proteste in Giordania sono un rischio per l'Europa

Nel regno hashemita monta la rabbia, come in Marocco. Con i tagli al sociale, le tasse e i rincari, il Paese che ospita 3 milioni di profughi può implodere. E dare il via a nuove ondate di migranti.

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Il regno che accoglie da anni più rifugiati in Medio Oriente - ben oltre 3 milioni, un abitante su tre – è agitato da proteste per il peggioramento delle condizioni di vita che non accennano a placarsi, nonostante il cambio repentino di premier e le promesse del sovrano di ristabilire «giustizia ed equilibrio sociale». Re Abdullah II di Giordania resta il punto di riferimento della popolazione: al discendente di Maometto si appellano le migliaia di giordani in strada ad Amman, davanti agli edifici governativi, e nelle altre città. Per bloccare il prima possibile il programma di austerity, imposto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per ripagare i debiti del Paese, foriero di tagli ai sussidi, alla sanità e all'istruzione pubblica e dell'impennata dei prezzi dei beni di consumo.

LE MANOVRE DI AUSTERITY. Nel 2016 sono arrivati alla Giordania 723 milioni di dollari dal Fmi. Il rientro dai debiti prevede l'abbattimento del debito pubblico dal 90% al 70% sul Prodotto interno lordo (Pil), attraverso una legge finanziaria, in approvazione al parlamento, che aumenterà del 5% i prelievi sui lavoratori dipendenti e dal 20% e fino al 40% sulle aziende. Altre manovre di contenimento della spesa, negli ultimi mesi, hanno ridotto i servizi statali gratuiti nell'istruzione e nella sanità, anche per i rifugiati privi di redditi e patrimoni. Mentre, da febbraio 2018, il costo della benzina si è quintuplicato e le bollette dell'elettricità si sono impennate di oltre il 50%, «a causa di attacchi alla conduttura egiziana per Israele e Giordania, danneggiata per 5,6 miliardi di dollari», ha fatto sapere il re.

Contro l'austerity del Fondo monetario internazionale.

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La monarchia ricorda che le casse statali si svuotano regolarmente anche per le grosse spese per la sicurezza, alle frontiere e nel Paese, e per il crollo dell'interscambio con la Siria e l'Iran in guerra, oltre che per i costi nell'accoglienza dei profughi. In altre parole, la piccola Giordania (di per sé una terra povera, arida e al contrario dell'Iraq priva di risorse petrolifere) rischia di implodere, come largamente previsto e paventato da tempo, soprattutto per le responsabilità della comunità internazionale. I Paesi occidentali che non vogliono i migranti in casa sono poi avari quando si tratta di versare fondi all'Onu per aiutare gli Stati ospitanti e per i campi in Libano, Turchia e Giordania dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite sui profughi (Unhcr).

POCHI FONDI ALL'ONU. Su iniziativa della Germania – terzo finanziatore dopo Stati Uniti del budget dell'Onu – nel 2015 è stato disposto lo stanziamento di 1,8 miliardi di dollari, da parte dei Paesi del G7 (Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada) e delle monarchia del Golfo, per l'emergenza profughi in particolar modo in Turchia, Libano e Giordania. E, per gli accresciuti bisogni in Medio Oriente, Palazzo di Vetro è il primo ad allertare sulle casse sistematicamente «vuote», che mettono a rischio anche il proseguimento delle missioni del World Food Program. Con il governo libanese, re Abdallah è in pressing continuo sull'«insostenibilità» del carico di rifugiati, nonostante, come nel Paese dei cedri, i giordani siano per religione e tradizione un popolo accogliente.

Per calmare gli animi, re Abdullah II di Giordania ha congelato le nuove tasse e spinto alle dimissioni il presidente del Consiglio

Le proteste in Giordania.

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Dalla Nakba del 1948, per gli arabi la «catastrofe» dell'invasione israeliana, come la Siria il regno del ramo hashemita della famiglia di Maometto ospita circa 2 milioni di palestinesi. Le guerre continue hanno portato in Giordania anche migliaia tra iracheni e yemeniti, in aggiunta agli oltre 650 mila siriani registrati, senza contare le altre centinaia di migliaia di irregolari dal 2011: almeno 850 mila solo i siriani senza regolari documenti. Dal monitoraggio dell'Unhcr, l'86% dei siriani in Giordania vive sotto la soglia di povertà, con entrate mensili inferiori a 100 euro, e il 99% di chi lavora lo fa in nero. Una situazione emergenziale, in un Paese secondo i dati ufficiali con la disoccupazione superiore al 18% e il 20% dei giordani pure in stato di povertà, che spingerà i richiedenti asilo a mettere a rischio la vita per spostarsi altrove.

RINCARI ESORBITANTI. Gli oltre 9 milioni di giordani non vogliono pagare di tasca propria rincari esorbitanti per oltre 100 tra beni e servizi di prima necessità, con stipendi mensili in media tra i 700 e gli 850 dollari e diverse famiglie che non superano i 400 dollari di entrate al mese. Già i tagli a sussidi in vigore da decenni, per un risparmio annuo di circa 70 milioni di dollari, hanno fatto agitare i sindacati, promotori delle giornate di protesta per bloccare l'ultima finanziaria che aggraverebbe la già esistente guerra tra poveri: negli ultimi anni, le autorità giordane hanno iniziato a espellere gli irregolari e la cittadinanza è sempre più insofferente anche verso i rifugiati. Per calmare gli animi, re Abdullah II ha congelato le nuove tasse e spinto alle dimissioni l'ormai ex premier Hani al Mulki.

Come nel 2011 l'onda lunga delle proteste in Giordania può raggiungere il Marocco, dove sono già in corso manifestazioni contro il re Mohammed VI

Proteste sul caro vita in Marocco. GETTY.

Il nuovo primo ministro Omar al Razzaz ha aperto a un «dialogo costruttivo con i sindacati» e deve rispondere all'imperativo del re di «rivedere il sistema fiscale in modo da evitare tasse inique che provochino un ingiusto squilibrio tra redditi di ricchi e poveri». Anche la maggioranza dei deputati (78 su 130) ha intenzione di boicottare la Finanziaria 2018. Ma la popolazione ancora non si fida di un nuovo primo ministro che, per quanto amato come ministro dell'istruzione, in passato è stato anche un economista della Banca mondiale. Tra le migliaia di dimostranti che continuano a sfidare gli idranti della polizia ci sono disoccupati, padri di famiglia, dipendenti pubblici, giovani studenti. «Cambiare le persone non serve, bisogna cambiare politiche economiche», insistono.

PROTESTE ANCHE IN MAROCCO. Nella monarchia giordana che, attraverso abili riforme, ha bloccato le Primavere arabe, si svolgono le manifestazioni più grosse dal 2011. Focalizzate sul «ricatto» del Fmi, non sulle richieste di democrazia. Ma già gruppi di attivisti chiedono al re «più trasparenza» e «meno corruzione». Come allora l'onda lunga può raggiungere il Marocco, l'altro regno islamico sopravvissuto alle Primavere arabe dove rimontano le proteste contro il caro prezzi dei beni di consumo prodotti e distribuiti dalle società di miliardari vicini a re Mohammed VI. Attraverso i social network il boicottaggio, allargato a disobbedienza civile, ha coinvolto anche movimenti politici della regione calda del Rif. A Rabat si contesta il potere interno e il re reagisce con più ambiguità di Abdullah II.

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