Pedro Sanchez premier Spagna
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7 Giugno Giu 2018 1639 07 giugno 2018

Spagna, perché al premier Sanchez servono gli indipendentisti

Con un governo di minoranza i socialisti cercano i voti in parlamento di Podemos e dei partiti catalani e baschi. Un esecutivo laico, in rosa e di rinnovamento. Ma in un unico Stato e nel rispetto dei vincoli Ue.

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Cambiare radicalmente si può, anche senza elezioni, quando in un Paese come la Spagna il re ha il potere di insediare un nuovo premier a capo di un governo politico opposto al precedente. La mozione di censura mossa con successo al conservatore Mariano Rajoy, primo ministro dal 2011 al 2018, dal leader socialista (Psoe) e neo premier Pedro Sanchez include per Costituzione l'obbligo degli sfiducianti di proporre un capo di governo alternativo, nominato dal re se retto da una maggioranza anche minima in parlamento. L'impeachment dell'ordinamento spagnolo è per obbligo costruttivo e così nell'arco di una settimana Madrid ha svoltato nelle politiche nazionali ed europee. Grazie all'appoggio indispensabile dei piccoli partiti indipendentisti.

GOVERNO DI MINORANZA. Sigle in maggioranza nazionaliste e di destra, ma da tempo in rotta di collisione con Rajoy per la sua mano sempre più dura contro i separatisti catalani. Per farlo fuori, con i baschi sono stati disponibili ad appoggiare la mozione di Sanchez in parlamento, accettandolo come nuovo premier per quanto il Psoe sia su una linea tutt'altro che indipendentista. Sull'equilibrio e la convivenza che i socialisti saranno capaci di instaurare con le sigle ago di bilancia del governo si misura la tenuta del governo del rinnovamento varato il 6 giugno 2018 da Sanchez: perché se la censura a Rajoy è passata con 180 voti a favore, nell'assemblea legislativa spagnola il nuovo esecutivo può contare su 84 deputati socialisti sui complessivi 350 seggi.

Il passaggio di testimone tra Mariano Rajoy e Pedro Sanchez.
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Dopo aver sfiduciato Rajoy gli indipendentisti baschi e catalani si aspettano che il premier Sanchez ripaghi il suo debito di riconoscenza

I 67 parlamentari del movimento dal basso di Podemos si riservano la scelta di approvare o meno le proposte di legge del nuovo governo. Al pari degli indipendentisti di sinistra catalani di Erc (9 seggi) e Cup (4 seggi), e i liberali catalani del PdeCat (8 seggi) di Charles Puigdemont, che intanto con i socialisti hanno affossato Rajoy perché «principale responsabile» della crisi catalana del 2017 che ha portato il leader nazionalista Puigdemont alla fuga in Belgio e all'arresto in Germania, alla repressione dei manifestanti – condannata da tutta l'opposizione ai popolari di Rajoy – e al fermo dei leader politici del partito. Ma, come i baschi del Pnv (5 seggi), i separatisti catalani si aspettano che Sanchez ripaghi loro un debito di riconoscenza.

PIÙ POTERI ALLE AUTONOMIE. L'impegno del Psoe è di andare incontro al documento delle richieste economiche e sociali della Catalogna, nelle maglie della Costituzione, ignorato dal 2016 da Rajoy: in altre parole più federalismo senza indipendenza, che è meglio delle restrizioni e della durezza imposte dal commissariamento della regione del precedente governo, per l'escalation dello scontro frontale con Puigdemont. Sulla questione catalana, dall'esecutivo di minoranza di Sanchez ci sono aperture, bilanciate da altolà: è stata nominata la catalana Meritxell Batet ministro delle Autonomie regionali, ma sono stati piazzati come paletti all'integrità territoriale la vicepremier e costituzionalista Carmen Calvo e, agli Esteri, il socialista catalano Josep Borrell, fermo oppositore della secessione.

Pedro Sanchez, il premier delle donne.
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In merito Sanchez rilancia come il Psoe sia «l'unico partito che ha preso sul serio la crisi catalana, proponendo una road map costituzionale fondata sul dialogo». E se anche in tema di politiche europee i socialisti spagnoli si promettono pro-attivi, ma in una linea di continuità con il dettato dell'Ue (ministro dell'Economia e dell'Industria è l'economista Nadia Calvino, ex funzionaria di Bruxelles come vice del commissario Ue ai Bilanci Günther Oettinger), la discontinuità del governo Sanchez con il conservatorismo di Rajoy è netta per laicismo e spinta alla parità di genere: su 17 dicasteri, 11 e di peso - tra cui Economia, Lavoro, Difesa, Sanità e Giustizia – sono andati a ministri donne: un record nell'Ue.

SENZA BIBBIA E CROCIFISSO. Una formazione «riflesso del meglio della società che aspira a servire», ha twittato il neo premier 46enne da sempre gradito all'elettorato femminile, sottolineando di essersi ispirato ai 5 milioni di donne spagnole scese in piazza l'8 marzo scorso contro le disparità salariali e la violenza di genere. Ma Sanchez è spiccato anche per essere il primo premier spagnolo ad aver giurato davanti al re Felipe VI senza Bibbia e crocifisso. Un abisso con il predecessore Rajoy, espressione della tradizione cattolica che, tornata al governo dopo la stagione Zapatero, aveva tentato – invano – di rivedere la legge sull'aborto. La palma del progressismo stavolta va anche al re: Felipe VI è stato il primo sovrano di Spagna a consentire, dall'incoronazione nel 2014, questa modalità.

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