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Mondo
10 Giugno Giu 2018 1500 10 giugno 2018

Libia: voci dal "ghetto di Alì", un lager in mezzo al deserto

Non lasciamoli soli (Chiarelettere, 2018) raccoglie le storie dei migranti passati dalla prigione di Sabha. Dove i trafficanti torturano e uccidono chi non può pagare il viaggio per l'Europa. L'estratto per L43.

  • Francesco Viviano e Alessandra Ziniti
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Migranti: 180 mila arrivi nel 2016, 119 mila un anno dopo, con una flessione del 35% che oggi arriva addirittura al 70, considerata la diminuzione degli sbarchi nel primo bimestre del 2018 e il loro quasi azzeramento nelle settimane prima del voto. Ecco il risultato della strategia dell'ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Ma i racconti e le testimonianze di chi è riuscito a scappare raccolte da i giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, in collaborazione con Medici senza Frontiere, sono una ferita aperta nella coscienza di un'Europa civile e un monito per tutti noi: Non lasciamoli soli (Chiarelettere, 2018).

"Non lasciamoli soli", Chiarelettere, 2018.

Il «ghetto di Alì» è una fortezza nel deserto nel Sud-Est della Libia, a Sabha: mura alte e filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro, e dentro due gironi danteschi, uno per gli uomini e l’altro per donne e bambini. Da mesi, come sappiamo, vi è tenuto prigioniero un migliaio di migranti, sottoposti a violenze di ogni genere e a torture, filmate o effettuate in diretta telefonica, per costringere le loro famiglie a versare altri soldi agli aguzzini. Il mare, il miraggio di quella costa dove sono diretti per imbarcarsi su un gommone fatiscente o su una qualsiasi carretta che li porterà in Italia, è ancora molto ma molto lontano da lì, quasi ottocento chilometri.

LA PRIGIONE PRIVATA DEI TRAFFICANTI. È la prigione «privata» dei trafficanti di uomini, impenetrabile e feroce, quella in cui le milizie delle organizzazioni criminali che portano in Europa centinaia di migliaia di migranti torturano, violentano, stuprano, uccidono senza pietà: qualsiasi cosa pur di incassare – su banche estere – altri soldi, un riscatto per la vita di uomini, donne e bambini rapiti nel deserto lungo la rotta del Centro Africa, Costa d’Avorio-Burkina Faso-Niger-Guinea Bissau, o portati lì con l’inganno da presunti mediatori del viaggio. Chi può paga e, se resiste, nel giro di qualche mese riuscirà a uscire, ma con segni indelebili sul corpo e nella mente; chi non può pagare viene ucciso. Chi prova a scappare viene stroncato da colpi di mitragliatrici.

ALTRI 1.200 EURO. È un altro terribile racconto quello che arriva da chi ha vissuto il lager di Sabha e rievoca il suo viaggio dal momento in cui, senza sapere perché, si è ritrovato prigioniero delle milizie del «generale». «Eravamo in mezzo al deserto – racconta uno dei prigionieri sopravvissuti – in una grande struttura, recintata con dei grossi e alti muri in pietra, costantemente vigilata da diverse persone di diverse etnie, in abiti civili e armate di fucili e pistole. La struttura è suddivisa in tre blocchi: nel mio blocco c’erano duecento migranti di varie etnie… Giunti nel ghetto, i membri dell’organizzazione ci dissero che avremmo dovuto fargli pervenire altri 1.200 euro per essere liberati».

«Ogni giorno telefonavano alla mia famiglia e mentre avanzavano le richieste di denaro mi torturavano e seviziavano in maniera tale da fargli sentire le mie urla strazianti. Durante la mia permanenza nel ghetto, da dove è impossibile uscire, ho visto uccidere persone. So che mio cugino e altri hanno provato a scappare e che sono stati ripresi e ridotti in fin di vita. Temo che anche lui sia stato ucciso.»

PRIGIONIERI NEL DESERTO. Un altro migrante spiega l’inganno con cui uomini e donne che hanno già pagato per il viaggio verso l’Italia finiscono nel ghetto. «Sono partito dalla Costa d’Avorio e in Niger ho conosciuto un facilitatore. Lo abbiamo pagato per raggiungere Tripoli. Eravamo circa 100. Nonostante gli accordi, ci condussero a Sabha, nel deserto, dove arrivammo quattro giorni dopo. Ci dissero che saremmo rimasti lì solo un paio di giorni, ma eravamo prigionieri. All’interno della grande recinzione ci hanno perquisiti e spogliati di qualsiasi nostro avere. Vi era un grande muro in pietra alto tre metri, all’interno quattro container, tre per gli uomini e uno per le donne. Eravamo quasi ottocento persone».

RISCATTO SU MONEYGRAM. «Il carcere era vigilato ininterrottamente da guardie armate di fucili mitragliatori. Porto ancora addosso i segni delle violenze fisiche subite, in particolare delle ustioni dovute all’acqua bollente che mi versavano addosso. Sono rimasto lì per cinque mesi fino a quando i miei familiari non hanno saldato su MoneyGram la somma richiesta per riscattare la mia libertà». E ancora, la tragica testimonianza di chi ha fornito ai magistrati di Palermo la prima e unica foto del ghetto trapelata finora.

VIOLENZE QUOTIDIANE. «Era una grande stanza alla quale si accedeva attraverso un’unica porta, due finestre e un solo bagno per più di cinquecento persone. Ci alzavamo in piedi, poi ci sedevamo, uno con le spalle sulle gambe dell’altro, in fila, rannicchiati. Ogni giorno, a turno, chi veniva chiamato doveva alzarsi e veniva torturato davanti a tutti, mentre uno dei carcerieri scattava foto e telefonava ai familiari e faceva sentire loro in diretta le urla strazianti per poi chiedere il riscatto per la liberazione».

Ci davano soltanto due cucchiai di pasta al giorno, quindi c’erano persone che morivano di stenti

Efods Idehen, un sopravvissuto

La sua fotografia, per la prima volta, fa venire alla luce l’incubo e il terrore di ogni migrante che entra in Libia, l’intero orrore delle violenze inflitte dai feroci miliziani al comando del misterioso «generale Alì», al quale ora – grazie anche alle coraggiose testimonianze di sette delle vittime del campo di prigionia riuscite poi ad arrivare in Italia – la Dda di Palermo sta dando la caccia. «Riuscire anche solo a individuare il generale Alì in Libia è un’impresa – dicono i sostituti procuratori Geri Ferrara e Giorgia Spiri – e contiamo molto sulla collaborazione dei nostri servizi di sicurezza». Quella fotografia consegnata agli inquirenti è il punto di partenza della caccia all’uomo, coordinata dal procuratore aggiunto Marzia Sabella.

IL PRIMO A DENUNCIARE. A collaborare con la giustizia italiana c’è anche Hamed Bakayoko, il migrante che ha studiato legge nel suo Paese e che, giunto a Lampedusa, è stato il primo a sporgere denuncia alla polizia. Impossibile, per chi è stato prigioniero di quel ghetto, dimenticare la scena ritratta in quello scatto. «Quando volevano picchiarci ci riunivano tutti quanti, poi prendevano la persona che volevano torturare e iniziavano il pestaggio. Questo ragazzo, disperato con le mani tra i capelli, aveva cercato di scappare, è stato ripreso ed è stato picchiato violentemente e poi è morto».

IL TORURATORE ALÌ. Il nigeriano Isaac Yallai fornisce la seguente descrizione del generale Alì: «È arabo, ha i capelli molto lunghi e cammina come se avesse avuto un incidente, piegato in avanti. Non so che età abbia, non è sicuramente giovane, non vecchissimo». Alì vive in una villa sulla collina che guarda il ghetto, una vera e propria fortezza al limite del deserto difesa da filo spinato e miliziani armati di kalashnikov.

Libia, la speranza di pacificazione sta nell'avidità delle sue milizie

Lo sforzo di Macron non placa chi lo vede come interferenza straniera. Ma i gruppi militari vogliono mantenere il potere. E sono più inclini alla riconciliazione. A patto di tagliare fuori la compagnia petrolifera.

I prigionieri sono stipati in quattro sezioni, tre per gli uomini e una per le donne, torturati fino allo sfinimento, costretti a chiedere alle famiglie riscatti fino a 5 mila euro per tornare in libertà. Qualcuno, come Efods Idehen, si è salvato così: «Stavo molto male, gli ho detto che non avrei potuto continuare a rimanere in quel posto, loro mi hanno coperto con delle lenzuola e mi hanno buttato nell’immondizia».

ASSISTERE ALLA MORTE DI UN FRATELLO. Qualcun altro è stato costretto ad assistere all’omicidio del fratello e a chiamare in viva voce i genitori per chiedere altri soldi implorando di pagare il riscatto almeno per la sua liberazione. «Quel ragazzo aveva solo sedici anni, lo hanno legato sia mani che piedi e hanno cominciato a picchiarlo violentemente fino a quando non è morto, poi lo hanno buttato fuori dalla finestra. A quel punto hanno fatto chiamare il fratello per parlare con la madre chiedendo altri soldi».

IL PROCESSO DI PALERMO. C’è un orrore indelebile negli occhi di questi coraggiosi sette migranti sopravvissuti che, con fermezza, hanno ripetuto i loro tremendi racconti in aula a Palermo, a porte chiuse, di fronte a due dei loro carnefici, tra cui «Rambo», un vero e proprio gigante che gli agenti di polizia penitenziaria sono costretti a sedare per gestire le sue continue esplosioni di rabbia in carcere e che hanno riconosciuto in un drammatico incidente probatorio. Era lui, in particolare, il carceriere che sottoponeva le donne a stupri e violenze.

VIOLENTATE E VENDUTE. «Le ragazze – racconta Hamed Bakayoko – non avevano scelta. Non avevano accesso al cibo e l’unico modo per poter mangiare era “dormire” con lui.» Le più «fortunate» venivano scelte da Alì in persona, portate fuori dal campo e costrette a rapporti sessuali negli alberghi di Sabha, poi «vendute» come prostitute. Si muore picchiati fino allo sfinimento ma a centinaia, soprattutto donne e bambini, entrati nel ghetto e non «riscattati» muoiono di fame. Efods ne ha visti tanti: «Ci davano soltanto due cucchiai di pasta al giorno, quindi c’erano persone che morivano di stenti».

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