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10 Giugno Giu 2018 1200 10 giugno 2018

Russiagate e impeachment: come funziona la difesa di Trump

Gli appigli legali sul caso Comey, il riferimento al "privilegio esecutivo" (come ai tempi di Nixon), il problema del perdono presidenziale: come si sta muovendo il team di Donald. Mentre il voto di midterm incombe.

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L’inchiesta sul caso Russiagate continua a turbare il sonno di Donald Trump. Il procuratore speciale, Robert Mueller, ha accusato l’ex manager della campagna del magnate, Paul Manafort, di aver tentato di corrompere potenziali testimoni. E, nelle ultime ore, si starebbe facendo sempre più concreta l’ipotesi che il miliardario debba testimoniare davanti al procuratore speciale. Addirittura, secondo i beninformati, Trump si sta allenando con l’ex governatore del New Jersey, Chris Christie, per prepararsi al meglio. Christie ha smentito ma – secondo molti – l’incontro tra Mueller e il presidente è ormai prossimo. Non sarà un caso del resto se, da giorni, si respira un’aria abbastanza pesante dalle parti della Casa Bianca. Lo stesso Trump ha di recente tradito un certo nervosismo, affermando che la nomina di Mueller a procuratore da parte del viceministro della Giustizia risulterebbe addirittura «incostituzionale». In questo clima agitato, i legali del presidente sono al lavoro per evitare il peggio.

IL CASO COMEY. I fronti aperti non sono affatto pochi. E comunque, al momento, la difesa sembra principalmente concentrata a respingere l’accusa di ostruzione alla giustizia, piovuta addosso al presidente dopo che – nel maggio del 2017 – silurò l’allora direttore del Fbi, James Comey. Il presidente – questo è il nocciolo dell’argomentazione – avrebbe infatti tutto il diritto di intervenire nelle inchieste federali. Di conseguenza non sarebbe ravvisabile alcun comportamento illecito da parte sua. Si tratta a ben vedere di una strategia difensiva sostanzialmente in linea con quanto affermato dal ministro della Giustizia di George H. Bush, William Barr, che – l’anno scorso – difese il presidente sul Washington Post sottolineando che rientrava nelle sue facoltà silurare Comey (anche in forza dei suoi comportamenti non esattamente cristallini nel corso del 2016). Senza dimenticare poi che, sull’accusa di ostruzione alla giustizia, inizia ad alleggiare la questione del perdono presidenziale.

Il procuratore speciale Robert Mueller.

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La Costituzione americana garantisce infatti al presidente degli Stati Uniti il potere di esercitare il perdono per quanto attiene ai crimini federali (escludendo invece i casi di impeachment). Proprio in questo contesto, Trump ha affermato di avere il diritto costituzionale di auto-perdonarsi, ricevendo anche il parziale sostegno del suo avvocato, Rudy Giuliani. L’ex sindaco di New York ha dichiarato che «probabilmente» Trump goda della facoltà di concedersi il perdono, aggiungendo comunque di non essere troppo incline a seguire una strada che – a suo dire – rischierebbe di dare il presidente in pasto a un processo di impeachment. D’altronde, non bisogna trascurare che, sotto il profilo giuridico, questo problema risulta piuttosto controverso. Storicamente il nodo dell’auto-perdono non è mai stato sciolto e torna puntualmente alla ribalta ogni volta che un commander in chief rischia di finire in stato d’accusa. Capitò, per esempio, nel 1998, ai tempi di Bill Clinton, e – soprattutto – nel 1974 quando, in pieno scandalo Watergate, il legale di Richard Nixon avanzò l’ipotesi che il presidente potesse concedere il perdono a se stesso.

UN AMBIGUO "PRIVILEGIO". Per tutta risposta, il Dipartimento di Giustizia emise un parere contrario, suggerendo tuttavia di aggirare la questione, sfruttando il XXV Emendamento. In altre parole, il presidente avrebbe dovuto dichiararsi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni: questo avrebbe portato il suo vice a sostituirlo e – in tale veste – a conferirgli l’autorità di perdonarlo. In tal modo, il presidente – una volta graziato – sarebbe poi potuto tornare a detenere il proprio ruolo. Ma la questione del perdono presidenziale non è qualcosa di isolato, intersecandosi con quella del cosiddetto “privilegio dell'esecutivo”. Si tratta della facoltà, concessa al presidente, di respingere richieste di comparizione o di consegna di documenti riservati, avanzate dal potere giudiziario o legislativo. Una facoltà che nasce con l’obiettivo di tutelare il potere esecutivo da indebite ingerenze da parte del Congresso o della magistratura. Questo privilegio, però, non è esplicitamente previsto dalla Costituzione, ragion per cui la sua effettiva applicabilità resta piuttosto ambigua.

Ad aggiungere una certa confusione ci ha poi pensato una sentenza emessa dalla Corte Suprema nel 1974 – la United States vs Nixon – la quale, pur ribadendo la legittimità del privilegio, afferma che non può essere invocato nel momento in cui si dimostri che le richieste mosse al presidente siano essenziali per accertare la verità ai fini processuali. Fu del resto proprio in forza di quella sentenza che Nixon venne costretto a cedere i suoi famosi nastri al procuratore speciale Leon Jaworski. In questa situazione a dir poco caotica, bisognerà vedere se il braccio di ferro tra Trump e Mueller arriverà un giorno davanti alla Corte Suprema. E se, prima o poi, avrà luogo un processo di impeachment verso l’attuale presidente americano. L’eventualità non è affatto scontata. Il processo di messa in stato d’accusa viene istruito dalla Camera e votato dal Senato. E, per arrivare a un verdetto di colpevolezza, occorre un quorum particolarmente elevato (due terzi dei senatori): una delle ragioni per cui i due processi di impeachment finora conosciuti dalla storia americana (quello contro Andrew Johnson nel 1868 e quello contro Bill Clinton nel 1999) si sono risolti in un nulla di fatto.

I DUBBI DEL PARTITO DEMOCRATICO. In questo senso, dirimente potrebbe rivelarsi il risultato delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre, quando si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. Qualora gli equilibri al Congresso dovessero mutare, le possibilità di un impeachment potrebbero aumentare considerevolmente. Va comunque sottolineato che, dalle parti del Partito democratico, non si c'è attualmente una linea chiara sull’argomento. L’establishment dell’Asinello non sembra granché propenso a intraprendere la strada dell’impeachment, perché sa bene che potrebbe trasformarsi in boomerang. Esattamente come accadde a parti invertite ai tempi di Clinton. Quando, anziché mettere in difficoltà l’odiato presidente democratico, i repubblicani finirono soltanto con l’aumentarne la popolarità.

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