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Elezioni in Turchia, perché Erdogan vincerà anche nel 2018

L'opposizione di sinistra dalla parte dei curdi. Mentre un'ex militante dei Lupi Grigi miete consensi. Ma il leader islamista fa ancora bagni di folla. Grazie alla sua guerra all'austerity e alle promesse populiste.

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Il sultano ha promesso di togliere lo stato d'emergenza in Turchia, una volta rieletto. Nei bagni di folla critica l'Austria, la parte per il tutto dell'Europa che rifiuta i musulmani, difende i palestinesi da Israele e attacca simboli della società globalizzata come Google e Uber. Chiede «processo immediato» per il leader dei curdi che dalla prigione si era candidato suo sfidante. Il sultano, ossia il presidente e leader dal 2003 della Turchia Recep Tayyip Erdogan che cambiata la Costituzione e con le norme speciali in vigore dal tentato golpe del 2016 ha pieni poteri, soffia a pieni polmoni sul populismo e in direzione contraria agli Usa, in vista delle Legislative e Presidenziali del 24 giugno 2018.

OBIETTIVO 2028. La chiamata alle urne è stata anticipata dal novembre 2019, per far varare al nuovo parlamento il nuovo sistema presidenziale sdoganato dal referendum del 2018. Erdogan ha calcato la mano per farsi consacrare il prima possibile a guida più longeva – più del simbolo nazionale Mustafa Kemal Atatürk – della storia della Turchia: la Costituzione ritoccata prevede per il presidente un massimo di due mandati di cinque anni, a partire dal nuovo sistema, che per Erdogan (eletto capo di Stato nel 2014) riavvolge il nastro da zero, considerandolo così riconfermabile fino al 2028. Il sultano è sicuro di farcela, nonostante tutta l'opposizione si sia per extrema ratio compattata contro il suo partito Akp.

Selahttin Demirtas contro Recep Tayyip Erdogan.

Alle Presidenziali Erdogan dichiara di poter vincere al primo turno con una maggioranza tra il 51% e il 55% (nel 2014 sfiorò il 52%). Secondo gli ultimi sondaggi indipendenti l'Akp sarebbe invece al 46% e i voti sommati della coalizione dell’opposizione, che sostiene il candidato dei laici chemalisti di sinistra (Chp) Muharrem Ince, raggiungerebbero il 44,5%. E anche se il sultano vincesse le Presidenziali con uno scarto minimo, gli islamisti dell'Akp potrebbero restare in minoranza in parlamento: dalle rilevazioni esterne le quotazioni dei partiti dell'opposizione risultano in aumento dalla primavera.

OPPOSIZIONE UNITA. Attorno al candidato del Chp – e contro Erdogan – si sono raccolti i filocurdi dell'Hdp, dopo la visita in prigione di Ince al loro leader Selahttin Demirtas. L'apertura dei repubblicani laici (nazionalisti e con un passato di contrasto al riconoscimento e all'autonomia della grande minoranza curda) all'ex guida del Hdp, in carcere dal 2016 con altri quadri per «terrorismo», ha convinto il partito filo-curdo a spostare su Ince il suo pacchetto del 10%. Con eroismo Demirtas aveva lanciato la sua candidatura dalla prigione: formale perché dalla cella non può muoversi e sul suo processo Erdogan preme per accelerare il «prima possibile» la condanna fino a 142 anni.

Meral Aksener.
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Grossa spina nel fianco di Erdogan è la leader e unica candidata donna Meral Aksener, ex nazionalista dei Lupi Grigi

La terza sigla che, per il voto del 2018, si è unita al fronte anti Akp è un piccolo partito religioso originato dalla stessa scissione che, nel 2001, dal Partito islamista della Virtù messo fuorilegge generò i conservatori musulmani del Partito della felicità da un lato e, dall'altro, gli allora più moderati e popolari islamisti dell'Akp. Negli ultimi anni l'accentramento di potere di Erdogan ha allontanato diversi leader e compagni di partito, inclusi suoi storici bracci destri, ed è possibile che parte di questi voti islamisti si sposti dall'Akp al Partito della felicità, portandolo sopra il suo tradizionale 2%.

L'EX MILITANTE DEI LUPI GRIGI. Grossa spina nel fianco di Erdogan è la leader e unica candidata donna Meral Aksener, scissionista nel 2017 dai nazionalisti laici di estrema destra dell'Mhp – l'Akp punta a una alleanza di governo – e fondatrice del più moderato Buon partito. Carismatica ed emancipata, Aksener è acclamata ai comizi con il soprannome della lupa mitologica Asena, anche per la lunga militanza nell'Mhp dei Lupi Grigi. Ma il tentativo di costruirsi una verginità da centrista sta avendo successo e, in tempi di islamizzazione sgradita alla quasi metà dei turchi, la leader emergente potrebbe attrarre voti a donne e laici, oltre che sfilarli all'Mhp.

Supporter di Erdogan.

Anche nell'ultima campagna elettorale Erdogan ha lanciato raid contro le basi del Pkk e arrestato oltre 770 persone per terrorismo

Un quadro abbastanza più complicato di quello dipinto dai media imbavagliati di Erdogan: la Turchia, seguita da Cina ed Egitto, è lo Stato con più giornalisti imprigionati al mondo. Ma se, soprattutto dal 2016, se le leggi speciali con gli oltre 1.600 arresti (dati Onu) di oppositori ritenuti pericolosi da Erdogan hanno distorto il quadro politico e decimato la rappresentanza democratica in Turchia, è vero anche che Erdogan continua a mietere consensi da una buona metà dei turchi proprio per le purghe e la sua mano dura. La stessa propaganda per la sicurezza e anti-curda alimenta consensi tra gli elettori turchi.

I SOLITI SOSPETTI. Non a caso, anche nell'ultima campagna elettorale Erdogan ha lanciato raid contro le basi del Pkk nel sud Est della Turchia e nel confinante Iraq, e arrestato oltre 770 persone per terrorismo. Il bersaglio sono nella maggioranza curdi e presunti affiliati della rete del rivale e predicatore musulmano Fethullah Gülen, residente negli Usa: l'ossessione di Erdogan che, anche contro i «piani di golpe di Gülen e della Cia», da alleato chiave della Nato si sta sempre più allineando all'asse asiatico di Russia e Iran. Con loro la Turchia è anche tra i pochi governi che hanno riconosciuto le ultime e contestate Presidenziali in Venezuela.

Da abile comunicatore, Erdogan è popolare anche per le sue finanziarie espansive e per le promesse di ulteriore sviluppo del miracolo economico cavalcato negli ultimi decenni, di una Turchia che ancora nel 2017 è cresciuta di oltre il 7%. Il crollo della lira turca (-20% a maggio e meno 34% in un anno) si è abbattuto come una tegola sulla sua corsa elettorale, ma per non urtare la gente comune il leader dell'Akp e del Paese ha rifiutato di imporre misure d'austerity. Erdogan ha anche ostacolato fino all'ultimo l'aumento dei tassi d'interesse della Banca centrale nazionale, alzati infine al 16,5% in una riunione d'emergenza, precipitata la lira turca al minimo sul dollaro.

POPULISMO ALLA ERDOGAN. Ma tant'é, Erdogan giustifica la tempesta monetaria come «l'ennesimo complotto internazionale». E anche Google è diventato un target degli strali del presidente islamista, per la scelta azzeccata della candidata Aksener di assoldare come advisor mediatico un ex dipendente di origine turca del colosso della Silicon Valley che sta issando verso il 10% i consensi del Buon partito. Nelle piazze – piene – il sultano scalda le folle annunciando la messa al bando di Uber («è finito»), in favore degli oltre 17 mila tassisti ufficiali di Istanbul. Da ex sindaco, Erdogan sa bene che nella megalopoli turca sul Bosforo vive un quinto degli 80 milioni di turchi e anche dei circa 60 milioni di elettori.

16 Giugno Giu 2018 1800 16 giugno 2018
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