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20 Giugno Giu 2018 1659 20 giugno 2018

Trump e Onu, Pastori sulla politica estera Usa

La decisione di uscire dall'Unhrc è solo l'ultima scommessa del tycoon. Che cerca di ridefinire il ruolo degli States nel mondo. Per rinegoziare i propri interessi da una posizione di forza. L'intervista. 

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L'amministrazione Trump ha annunciato l'uscita degli Stati Uniti dal Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu (Unhrc). La motivazione ufficiale sono «i troppi attacchi a Israele», quella ufficiosa invece si riassume nelle critiche ricevute dall'organismo internazionale sulla questione dei minori separati dai genitori al confine col Messico. Ma per il professor Gianluca Pastori, docente di Storia delle relazioni politiche tra il Nord America e l'Europa alla Cattolica questi sono solo pretesti.

LA RIDEFINIZIONE DEL RUOLO DEGLI USA. Alla base della decisione di Trump, dice a L43, «c'è un progetto di politica estera importante in cui si ridefinisce il ruolo degli Usa nel mondo». Ovvero la rinuncia a essere il modello e il regolatore del sistema internazionale per ricominciare a negoziare i propri interessi sulla scena mondiale da una posizione di forza.

Gianluca Pastori, professore di Storia delle relazioni politiche tra il Nord America ed Europa alla Cattolica.

DOMANDA. Si poteva prevedere l'uscita degli Usa dall'Unhrc?
RISPOSTA. No, ma bisogna anche dire che l'amministrazione Trump ci ha preparato ad affrontare una serie di situazioni apparentemente imprevedibili. E sicuramente potevamo aspettarci un deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Onu.

D. Perché?
R. Credo che con quest'ultimo segnale, Trump intenda dimostrare che gli Stati Uniti rinunciano a essere quelli che impongono gli standard internazionali, nei diritti umani ma anche in tutti gli altri campi, per tornare a guardare in maniera egoista ai propri interessi. Il Consiglio per i diritti umani è semplicemente uno dei campi di battaglia...

D. Una linea seguita anche da Russia, Cina e Turchia...
R.
È esattamente questo il punto. Quando dico che gli Usa di Donald Trump vogliono proporsi come una potenza egoista, interpreto il pensiero del presidente. E lui certamente si sta chiedendo: se Cina e Russia piegano la politica internazionale ai loro interessi, perché non lo possono fare anche gli Stati Uniti?

D. Quindi si sta trasformando l'immagine che gli Usa vogliono dare di sé all'estero?
R.
Sì, sta cambiando strutturalmente l'approccio a cui l'America ci ha abituato fin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se fino a oggi essere il modello e il regolatore del sistema internazionale era ritenuto un atteggiamento che ripagava, Trump sta dicendo a chiare lettere che questa epoca è finita.

D. Che vantaggi ne trae?
R.
Sicuramente quello di avere le mani più libere e di non dover vincolare il perseguimento dei propri interessi al rispetto di norme esterne.

D. Ma ci sono anche svantaggi...
R.
Certamente, gli Stati Uniti hanno costruito la loro credibilità su questi temi. Hanno dominato per più di mezzo secolo presentandosi come una potenza moderata, capace di costruire consenso internazionale. Oggi l'Unione europea, la Russia o la Cina sono costrette a chiedersi perché andare incontro a una nazione che apertamente dichiara di perseguire egoisticamente i propri interessi.

Se fino a oggi l'essere il modello e il regolatore del sistema internazionale era ritenuto un atteggiamento che ripagava, Trump sta dicendo a chiare lettere che questa epoca è finita

D. Ma è possibile pensare a un Consiglio per i diritti umani dell'Onu senza Stati Uniti?
R.
Questa è la scommessa di Trump. È lo stesso meccanismo che il presidente ha applicato altre volte: alza il livello dello scontro per provare a negoziare da una posizione di forza. L'ha fatto con la Corea del Nord, nel caso dell'accordo sul Clima e lo sta facendo nei rapporti con l'Europa quando minaccia di ridurre l'impegno nella Nato se l'Ue non accetta di pagare di più per la difesa.

D. Ma quanto le Nazioni Unite sono disposte a piegarsi alle richieste americane?
R
. L'Onu deve scegliere se stare con gli Usa rischiando di perdere credibilità e autonomia o trattarli da antagonisti. Trump scommette sulla prima ipotesi.

D. Non è una scommessa un po' rischiosa?
R.
Molto rischiosa. Questo è il vero aspetto negativo delle politiche di questo presidente. Ma fino a oggi Trump è stato un abile giocatore d'azzardo: ha alzato la posta per portare a casa risultati che lui considera importanti.

D. Intende su un piano di consenso interno?
R.
Non solo, c'è un progetto politico più importante in cui si ridefinisce il ruolo degli Usa nel mondo. Il casus belli con le Nazioni Unite serve a pompare il sentimento patriottico americano: una grande nazione è quella che detta le condizioni sullo scenario mondiale.

D. Parla del Make America Great Again?
R
. Esattamente, se vogliamo vederla in chiave elettorale non bisogna pensare alla tornata del midterm del prossimo novembre, ma alle presidenziali del 2020. Trump ambisce a presentarsi come il presidente che ha fatto l'America nuovamente grande. Ovvero che ha rispettato alla lettera lo slogan della campagna 2016.

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