Iran proteste 2017
8 Luglio Lug 2018 1200 08 luglio 2018

Iran, le proteste per la crisi e la responsabilità degli Usa

I commercianti del gran bazar sono in allarme per l'inflazione galoppante e la popolazione è arrabbiata per il carovita. Un circolo vizioso innescato dalle sanzioni in arrivo imposte da Trump.

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Atterrato in Iran dopo il rigore parato a Cristiano Ronaldo, il portiere della nazionale persiana Alireza Beiranvand è stato osannato come un eroe della patria. Ma la gioia all'aeroporto e nelle piazze di migliaia di iraniani per il team che ai Mondiali 2018 si è fatto onore negli incontri contro grandi squadre non è bastata a stemperare la frustrazione che stava esplodendo in altre piazze della Capitale per condizioni di vita che a breve peggioreranno ancora. A scioperare e sfilare nei cortei sono stati, dopo anni di imperturbabilità, i commercianti del bazar perché all'orizzonte c'è il ritorno, già da agosto, di pesantissime sanzioni da parte degli Usa.

Con l'uscita unilaterale degli Stati Uniti, l'8 maggio scorso, dall'accordo internazionale sul nucleare iraniano Donald Trump non ha lasciato margini di trattativa e gli effetti per chi importa e rivende merce nella Repubblica islamica si sono fatti sentire da subito, anche perché l'economia iraniana – grazie anche al mancato rispetto degli Usa dell'accordo del 2015 – non navigava nell'oro. Le proteste popolari esplose a catena alla fine del 2017 avevano nel mirino l'aumento fino al 50% di prezzi di beni di largo consumo come uova e benzina e la crisi di diverse banche fallite a danno dei risparmiatori.

Il Gran bazar in sciopero.

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L'accordo sul nucleare portato a casa dal presidente Hassan Rohani ha dato benefici: dal 2013, con il clima di disgelo e infine l'intesa, l'inflazione è scesa dal 40% a sotto il 10% e ancora nel 2016 il Pil marciava in crescita del 13%, grazie alla ripresa dell'interscambio di petrolio e beni commerciali con l'Europa e allo sblocco di miliardi di fondi congelati, per effetto delle sanzioni contro l'amministrazione Ahmadinejad, nelle banche estere. Ciò nonostante, l'economia iraniana non è mai decollata perché gli Usa, violando i termini dell'accordo, non hanno mai rimosso le restrizioni finanziarie che continuano a impedire all'Iran l'accesso alle transazioni internazionali.

Con Trump l'ottica di contenimento è diventata boicottaggio e dall'annuncio choc del ritorno delle «massime sanzioni» è scattato l'effetto spread in Iran. E cioè la corsa di risparmiatori e commercianti a beni rifugio come l'oro e il dollaro, prima che sulla Repubblica islamica ripiombi l'ostracismo del mondo, a scapito della moneta nazionale. Per fermare la vorticosa svalutazione è stato fissato un tasso ufficiale di cambio di 42 mila rial per dollaro (il livello di dicembre 2017), ma quel che conta di più in Iran è il mercato nero, dove si stanno sfiorando i 90 mila rial a dollaro. Un circolo vizioso, ma non si può dar torto agli iraniani sui timori per il futuro.

Hassan Rohani con la maglia della nazionale iraniana.

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È pacifico che le esportazioni di gas e petrolio, che rappresentano l'80% dell'export energetico dell'Iran, andranno a contrarsi. Decisi a restare nell'accordo sul nucleare, i Paesi dell'Ue condannano la scelta degli Usa, ma Trump li ha minacciati di sanzioni entro novembre se non taglieranno i contratti e l'interscambio con Teheran. Italia, Francia e Germania cercano di negoziare con la Repubblica islamica accordi commerciali vantaggiosi per proteggere le proprie aziende dalle ripercussioni degli Usa, ma intanto colossi petroliferi come la francese Total hanno già annunciato un dietrofront in caso di sanzioni secondarie degli americani.

Certo gli iraniani hanno vissuto tempi peggiori e la Cina, che è il maggior importatore di greggio persiano (24%), farà da schermo come in passato. Ma a pesare sono le aspettative deluse per il mancato cambiamento: Rohani non ha avuto il tempo per creare posti di lavoro e specie nelle regioni depresse dove le sacche di povertà portano a picchi di disoccupazione del 50% (la media nazionale è del 12%) pesa il taglio dei sussidi statali. Lì trovano bacini di consenso le lobby politiche, economiche e militari degli ultraconservatori, pronti a dare la spallata al governo moderato.

Le proteste dei commercianti a Teheran.

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Ma le proteste e la sollevazione dei commercianti non sembrano di natura politica. Si dice che quando i bazari, i mercanti del labirintico Gran bazar di Teheran, voltano le spalle a chi è al potere, sia la rivoluzione: nel 1978 la loro alleanza con il clero di Khomeini contro lo scià che aveva imposto loro tasse e prezzi svantaggiosi portò alla caduta di Reza Pahlavi; altre proteste di massa erano state innescate e finanziate nei secoli dai potenti commercianti della capitale. Ma gli equilibri tra la casta religiosa e i bazari sono cambiati nei decenni della Repubblica islamica: il clero vive ormai del blocco di potere e finanziario dell'apparato militare dei pasdaran.

I mercanti del bazar si fanno gli affari loro e gli affari vanno male. Tra il 2017 e il 2018 il tasso di crescita del Pil nazionale ha rallentato al 4%. Le ultime proteste si sono concentrate nella Capitale, al contrario dei moti dello scorso Natale, e non si sono registrate né le vittime - una ventina - né le migliaia di arresti di quei giorni: le forze dell'ordine si sono limitate alle cariche e ai lacrimogeni. La rabbia diffusa, però, non va sottovalutata. Soprattutto in un momento critico per l'Iran: a Khorramshahr, nel Sud, il malcontento è dilagato nelle piazze per uno stop del servizio di acqua pubblica. La polizia ha sparato e ferito un manifestante, mentre a Teheran in migliaia protestavano con i bazari.

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