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8 Luglio Lug 2018 1800 08 luglio 2018

Turchia, perché a Erdogan lo stato di emergenza non serve più

Con lo stralcio di 74 articoli della Costituzione, il "sultano" può bypassare il parlamento. Anche senza la misura adottata dopo il tentato golpe del 2016. Che non sarà rinnovata.

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Detto e fatto. Uno dei motivi che fanno esultare più di metà Turchia per Recep Tayyip Erdogan è che il presidente è di parola. Può aver cambiato idea e alleati diverse volte, ma quel che dice poi è subito azione e l'azione raramente è soft. Nella campagna elettorale appena conclusa il presidente turco, riconfermato al primo turno con il 53%, aveva promesso di «togliere lo stato di emergenza», scimmiottando i leader dell'opposizione curda e laica. Così in effetti è stato: si è votato il 24 giugno 2018, in anticipo di un anno e mezzo, per le Legislative e le Presidenziali, e in men che non si dica per bocca del suo governo fantoccio Erdogan ha annunciato dal 9 luglio la fine delle misure massime di sicurezza imposte dai drammatici avvenimenti dell'estate 2016.

Un bel regalo anche per la metà del Paese (47%) che non l'ha votato, se la Turchia fosse democratica. Ma il ritorno della libertà d'espressione e di un bilanciamento tra poteri dello Stato, ammesso che vi sia mai stato in Turchia, sarà una chimera almeno fino al 2028: in teoria il massimo di due mandati quinquennali che la riforma presidenziale, diventata attiva con il nuovo parlamento, ammette per il capo dello Stato rieletto con le nuove regole. Anzi i poteri del presidente sono diventati maggiori, e da subito, di quelli accentrati su Erdogan nel biennio successivo dall'attacco che le autorità turche considerano un tentato golpe. Ancora una volta Erdogan è stato di parola, cambiando con un colpo di spugna 74 articoli della Costituzione.

La presa sui musulmani di Recep Tayyip Erdogan.
GETTY

PREMIER ABOLITO E PARLAMENTO SVUOTATO DI POTERE

Il presidente è un "sultano" istituzionalizzato, non ha più bisogno dello stato di emergenza: si insedierà con pieni poteri il giorno stesso della sua caduta. Nell'aprile 2017 il 51% degli elettori aveva approvato i massicci emendamenti alla carta costituzionale proposti dall'Akp, il partito islamista di Giustizia e Sviluppo di Erdogan, e votati dalla maggioranza parlamentare grazie al sostegno dell'estrema destra ultranazionalista dell'Mhp. Ecco allora che il 4 luglio 2018, un decreto governativo apparso a tamburo battente sulla gazzetta ufficiale ha reso per così dire giustizia alla volontà popolare espressa – sotto lo stato di emergenza – al referendum: via dalla nuova Costituzione ogni riferimento al premier, figura abolita e rimpiazzata dal presidente che può nominare e rimuovere ministri, nonché scavalcarli emettendo decreti legge.

Poco conta che dal 2018 i deputati siano saliti da 550 a 600 se non possono neanche più presentare mozioni di sfiducia: dalla neonata legislatura si limitano a discutere i provvedimenti del governo. Erdogan viceversa ha assunto poteri esecutivi non solamente sulla politica. Ridotto da 22 a 13 membri, il Consiglio supremo della magistratura ricade sotto il ministero della Giustizia e il presidente può nominarne quattro componenti, mentre la Corte costituzionale è stata snellita a 13 membri: anche la magistratura – epurata come l'esercito negli ultimi due anni – è stata svuotata di autonomia e indebolita come le forze armate. Erdogan decide da solo le misure di sicurezza e può far scattare lo stato d'emergenza per sei mesi.

Nel mirino delle purghe di Erdogan ci sono soprattutto migliaia di sospetti affiliati alla rete internazione di Gülen e i militanti politici curdi

DAL 2016 PURGATI OLTRE 160 TRA FUNZIONARI E OPPOSITORI POLITICI

Sempre per effetto della riforma, sono state disciolte le corti militari. Ma, prima che per le vittorie al referendum e alle ultime elezioni, Erdogan tiene in pugno parlamento, intelligence ed esercito, apparato giudiziario e mezzi d'informazione per le purghe di migliaia e migliaia tra funzionari scomodi e oppositori, scattate sotto la legge marziale: dalla famigerata notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando una parte delle forze armate tentò la presa delle istituzioni e un Erdogan in fuga nei cieli d'Europa ricompattò l'esercito e le bloccò, oltre 160 mila personalità scomode sono state arrestate o dimissionate. Più di 4 mila i magistrati, altre migliaia gli ufficiali dell'intelligence e dell'esercito sospetti non sono più in funzione.

Centottanta media sono stati chiusi e oltre 120 giornalisti incarcerati. Come centinaia di politici e attivisti curdi accusati di «terrorismo», non ultimo il leader del partito Hdp Selahattin Demirtas, eroicamente candidato alle ultime Presidenziali dalla prigione. Nel mirino della repressione, dopo la notte di terrore che costò alla Turchia 290 morti e quasi 1.500 feriti, ci sono anche migliaia di dipendenti pubblici di scuole, università e pubbliche amministrazioni che Erdogan accusava di far parte della rete internazionale del predicatore islamico e lobbista Fetullah Gülen. Per curdi e gülenisti l'attacco del 2016 fu una messinscena orchestrata da Erdogan per prendere pieno possesso delle istituzioni.

A sinistra Atatürk, a destra Erdogan. Getty

CAMBIATI 74 (ANZICHÉ 18) ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE

Per il presidente turco fu l'ex amico e arcinemico Gülen a tentare i colpo di mano dalla sua residenza negli Usa, pagato dalla Cia. Ma certo finora il sanguinoso golpe improvvisato del 2016 è tornato a vantaggio di Erdogan, che si è man mano attorniato di fedelissimi nell'intelligence e nel potente apparato militare turco, tra le centinaia di arresti di appartenenti alla presunta rete militare e di estrema destra Ergenekon: una Gladio turca che sarebbe stata attiva dalla Guerra fredda e che dal 2002 avrebbe complottato golpe contro il partito di massa islamista Akp, al potere dopo anni di riuscita strategia riuscita tensione. Sospetti non peregrini nella Turchia kemalista fondata sui colpi di Stato del deep State laico.

Ma dal sodalizio autoritario stretto tra Erdogan e l'Mhp, braccio politico dei Lupi grigi, l'apparato militare della destra più reazionaria ed eversiva è passato dalla parte del "sultano" che vuole tornare all'epoca ottomana. Presidente dal 2014 e tre volte premier, al potere ininterrottamente dal 2003, Erdogan ha trasformato l'Akp in una partito personale, derubricando i meccanismi democratici dei pesi e dei contrappesi in «conflitti tra branche da ristrutturare». Come al solito, non ci è andato per il sottile: i 18 articoli della Costituzione da emendare secondo il referendum sono diventati 74. La mutazione più radicale per la Turchia dalla fondazione, nel 1923, della repubblica laica di Kemal Atatürk. Ma con l'assetto attuale il "sultano" può andare ben oltre, cambiando l'intera Costituzione.

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