Brexit May Dimissioni Davis Johnson
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9 Luglio Lug 2018 1542 09 luglio 2018

Altro che Brexit: le vere ragioni del caos nel governo May

L'accordo «soft» con l'Ue? Un pretesto. Davis lascia per ruggini con un fedelissimo della premier. Johnson lo segue per contendergli la leadership dei Tory. E intanto i laburisti li sorpassano nei sondaggi.

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Tutta colpa di una Brexit troppo soft, dicono. Lo fa il Segretario di Stato britannico per l'uscita dall'Unione europea David Davis. Lo imita, poco dopo, il ministro degli Esteri Boris Johnson. Entrambi, dimissionari il 9 luglio, puntano il dito contro quell'accordo sul piano di libero scambio con l'Ue, trovato all'interno dell'esecutivo di Londra la sera del 6 luglio e poi subito contestato. Ma la verità sul loro passo indietro sta sotto il velo delle dichiarazioni di facciata. E rischia di scuotere, forse definitivamente, il già traballante governo di Theresa May.

L'ormai ex capo negoziatore per la Brexit, David Davis.

I BOOKMAKER SCOMMETTONO SULLE ELEZIONI ANTICIPATE

In un Paese dove umori e scenari - politici e non - vengono puntualmente tradotti in scommesse, già la mattina del 9 luglio i bookmaker di Betfred avevano abbassato le quote relative a una chiamata anticipata alle urne: da un improbabile 5-1 dell'8 luglio a un verosimile 7-4 del giorno seguente. Impossibili da ignorare, da un punto di vista del messaggio politico inviato a May, le dimissioni di Davis, il quale ha riassunto i motivi che l'hanno spinto a lasciare con un piccato «abbiamo concesso troppo e tutto troppo facilmente» a Bruxelles, in riferimento proprio al piano sul libero scambio.

Brexit, lavoro in picchiata: i segnali della catastrofe economica

Guardando il quadro macroeconomico, gli effetti della potenziale bomba-Brexit appaiono per ora meno evidenti, ma iniziano a farsi sentire. Il prodotto interno lordo del Regno Unito sta già subendo gli effetti dei preparativi per l'uscita dall'Ue.

Eppure, per quanto emblematiche, queste parole non dicono tutta la verità sulle ragioni del capo negoziatore, che da tempo era ai ferri corti con May, ma non soltanto per l'approccio alla Brexit dell'inquilina di Downing Street, ritenuto troppo morbido. A settembre del 2017, Davis aveva mal digerito la decisione della premier di aprire un canale preferenziale con Olly Robbins, influente consigliere del Dipartimento per l’uscita dall’Ue divenuto interlocutore diretto (e privilegiato) di May. Il 69enne Segretario di Stato si sentì delegittimato e, da allora, i rapporti con May sono precipitati, in un susseguirsi di frizioni e minacce di addio: a marzo, sull'onda delle proteste dei pescatori sedotti dal Leave «e poi abbandonati», e di nuovo a giugno, per via di dissapori sulla questione nordirlandese.

L'8 luglio, un sondaggio dell'istituto Survation ha certificato il sorpasso: i dati aggiornati indicano il partito di Corbyn oltre il 40% (+2%) e quello di May in calo al 38%

Il passo indietro di Davis, accreditato Oltremanica come papabile sfidante di May per la guida dei Tory, ha innescato una immediata reazione a catena. Nelle ore successive alle sue dimissioni, gli occhi della stampa britannica si sono spostati su Johnson, anch'egli critico nei confronti di una soft Brexit. Su Huffington Post Uk, l'executive editor Paul Waugh sottolineava come il ministro degli Esteri avesse «una decisione importante da prendere», prima di azzardare: «Pochi lo ritengono abbastanza coraggioso da seguire Davis». E invece Johnson, alcune ore dopo, ha dato ragione a quei «pochi». Ma anche in questo caso il braccio di ferro sulla Brexit è tanto reale quanto strumentale: rimanendo al proprio posto l'ex sindaco di Londra sarebbe stato oscurato da Davis, lasciandogli di fatto lo scettro della lotta alla soft Brexit e, forse, quello di principale sfidante di May - e del rampante Jacob Rees Mogg - tra i conservatori.

Theresa May, primo ministro britannico.

ESCE L'EUROSCETTICO JOHNSON, ENTRA IL MODERATO HUNT

Da Bruxelles, intanto, i vertici dell'Unione europea fanno spallucce. «Continueremo a negoziare in bona fide con la premier Theresa May per raggiungere un accordo», dice il portavoce della Commissione Margaritis Schinas. «I politici vanno e vengono», gli fa eco il presidente Jean-Claude Juncker. Al nuovo round di trattative, previsto per la settimana del 16 luglio, il capo negoziatore per Londra sarà Dominic Raab, fino a oggi ministro per la Casa (mentre il titolare della Sanità, il moderato Jeremy Hunt, è stato scelto per sostituire l'euroscettico Johnson): Raab è esponente della nuova generazione Tory e viene definito «hard brexiter» dai Labour. Ma a determinarne l'approccio in sede europea, ancor prima delle idee politiche, sarà la direzione che nei prossimi giorni prenderà il governo britannico. Per presentare una mozione di sfiducia a May servono le firme di 48 deputati del gruppo Tory e i numeri, in questo senso, paiono non mancare.

Jeremy Hunt, nuovo ministro degli Esteri britannico.

Le dimissioni di Davis e Johnson, per ora, più che il corso della Brexit rischiano di cambiare quello dell'esecutivo e, di riflesso, del partito. Perché se è vero che i due hanno entrambi mandato un messaggio di dissenso nei confronti di May, ognuno l'ha fatto per raggiungere il proprio scopo. Non in segno di solidarietà nei confronti dell'altro, né tantomeno della causa del Leave. E sullo sfondo di questa corsa alla leadership che divide i Tory si alza l'ombra del Labour. L'8 luglio, un sondaggio dell'istituto Survation ha certificato il sorpasso: i dati aggiornati indicano il partito di Jeremy Corbyn oltre il 40% (+2%) e quello di May in calo al 38% (-3%). Survation è l'istituto che per primo indovinò il risultato del referendum sulla Brexit. Quindi fece lo stesso con le elezioni del 2017. In casa Labour sperano, per una volta, che non abbia perso il vizio.

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