Rohani Iran Nucleare Proteste
DIPLOMATICAMENTE
11 Luglio Lug 2018 1033 11 luglio 2018

Rohani è alle corde, in Iran come sullo scacchiere internazionale

Da Vienna emerge uno scenario preoccupante. Riuscirà il presidente a rimettersi in carreggiata? C’è da augurarselo per evitare a Teheran una svolta che potrebbe risultare temibile anche a livello regionali.

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Dall’8 maggio scorso, giorno in cui ha confermato la decisione di recedere dal Jcpoa (Accordo sul nucleare iraniano) il presidente Usa Donald Trump ha svolto un’intensa attività di convincimento dei suoi alleati europei perché si unissero a Washington nella richiesta a Teheran di consistenti “integrazioni” dell’accordo stesso (missili balistici, stop definitivo all’arma nucleare e alla politica regionale iraniana) e nella parallela preparazione del programma di reinserimento delle sanzioni che si completerà a ottobre quando toccherà l’esportazione del petrolio. Programma corredato della minaccia di estendere tali sanzioni alle imprese/ai Paesi che intendessero comunque commerciare/investire con /in quello Stato.

Non ha fatto di meno l'Iran che a fronte della ribadita volontà degli altri firmatari di “salvare” l’accordo (Cina, Russia, Francia Germania e Regno Unito) ha posto nel mirino soprattutto i tre Paesi europei minacciando di farne carta straccia – e dunque di riprendere l’attività nucleare - in assenza di un loro impegno a “compensare” totalmente i danni derivanti dalle sanzioni americane. Impegno ben difficile da assumere alla luce delle difficoltà di accedere a tale richiesta evitando le già annunciate ritorsioni a loro danno da parte americana; non a caso, del resto, le stesse imprese europee presenti in Iran, o interessate a esserlo, stanno cambiando rotta per non subirle e rischiare per di più di perdere il ben più importante mercato americano.

Donald Trump, presidente americano.

In questo confronto/scontro, se da un lato Trump ha trovato in Israele un alleato “in armi", in Arabia Saudita un accanito sostenitore, politico e non solo, e in Russia una qualche mirata convergenza nel segno del contenimento di Teheran, il presidente iraniano Hassan Rohani sta attraversando un momento di serie difficoltà. All’interno, dove è da tempo chiamato ad affrontare un diffuso malcontento sociale e nello stesso tempo a reggere l’onda d’urto delle forze di opposizione, sia politiche che soprattutto militari. Al punto che non pochi analisti paventano il rischio di una rottura politico-istituzionale. All’esterno, segnatamente in Medio Oriente dove il costo della sua strategia politico-militare rischia di superare i benefici attesi in termini di potere di influenza.

In questo contesto non stupisce il ricorso alla più vibrante retorica anti-americana che il 28 giugno scorso lo ha indotto a ri-attualizzare in tivù concetti del tipo «non capitoleremo davanti agli Usa e conserveremo la nostra grandezza nazionale storica, e noi stessi in questa lotta determinata metteremo in ginocchio gli Stati Uniti», «l’Iran mostrerà al mondo che affronterà i problemi senza barattare grandezza, indipendenza, libertà, cultura e religione». Sul versante esterno, dopo aver fatto diffondere la notizia che era stato riattivato l’arricchimento dell’uranio Rohani aveva reso noto di aver scritto al francese Macron, alla tedesca Merkel e alla britannica May per ribadire le sue richieste per garantire la sopravvivenza del Jcpoa. E alla vigilia della sua partenza per Berna e Vienna aveva dichiarato di essere ancora in attesa a tal fine di un “pacchetto di risposte operative” da parte dei tre paesi europei e, in definitiva, dall’intera Europa.

Poi aveva adombrato una minaccia pesante: la chiusura dello stretto di Hormuz e dunque il blocco del flusso di petrolio e gas dal Golfo Persico; minaccia subito ripresa e rilanciata con forza da Qasem Soleimani, il famoso comandante della Forza Quds, l'unità del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica iraniana responsabile delle operazioni al di fuori del Paese. Questi infatti non ha solo espresso compiacimento per la presa di posizione di Rohani, di fatto suo avversario politico, ma in una lettera resa naturalmente pubblica si è detto pronto a darvi seguito per impedire l’esportazione del gas e del petrolio regionale qualora gli Usa impedissero l’esportazione di petrolio iraniano. La Cina però non ha gradito e da Pechino è venuto un forte monito non solo a togliere dal tavolo delle opzioni una siffatta misura (la Cina è il maggior importatore di petrolio e gas dal Golfo) ma anzi a rendersi protagonista di una politica di pace e di convivenza in seno alla regione.

Iran, le proteste per la crisi e la responsabilità degli Usa

L'accordo sul nucleare portato a casa dal presidente Hassan Rohani ha dato benefici: dal 2013, con il clima di disgelo e infine l'intesa, l'inflazione è scesa dal 40% a sotto il 10% e ancora nel 2016 il Pil marciava in crescita del 13%, grazie alla ripresa dell'interscambio di petrolio e beni commerciali con l'Europa e allo sblocco di miliardi di fondi congelati, per effetto delle sanzioni contro l'amministrazione Ahmadinejad, nelle banche estere.

Rohani si è reso conto di aver fatto un passo falso e ha provveduto a recedere tempestivamente da quella minaccia che nelle sue intenzioni era verosimilmente solo forzatura negoziale. Su questo sfondo si è svolto l’incontro ministeriale di Vienna (con i rappresentanti di Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Russia e con la presidenza dell’Alto rappresentante Mogherini) apertosi con un giudizio critico di Rohani sul pacchetto di garanzie europee – giudicato insoddisfacente - anche se attenuato dall’apprezzamento «per gli sforzi compiuti». Com’era prevedibile l’incontro non ha segnato una svolta decisiva. Mogherini ha dato lettura di un documento nel quale si afferma che i 5+1 hanno convenuto di continuare il loro dialogo, anche in relazione alle misure economiche, per salvare l’intesa sul nucleare, malgrado la re-imposizione delle sanzioni da parte americana. «È mancato un piano d’azione, abbiamo ascoltato promesse generali come negli incontri precedenti», ha commentato comprensibilmente sfiduciato Rohani che tuttavia si è sentito ammonire dal ministro francese Le Drian a smettere di minacciare la sua uscita dall’accordo invece di propiziare possibili soluzioni prima di novembre quando si dovrebbero materializzare le sanzioni americane sul petrolio.

Difficile dire se i 5, non solo gli europei ma anche Russia e Cina, riusciranno a porre in atto meccanismi finanziari capaci di mitigare la durezza delle sanzioni americane mentre, come detto, numerose società europee, ma anche asiatiche e russe, hanno annunciato di voler uscire dall’Iran e mentre Washington ha nuovamente minacciato gli alleati europei. È pur vero che il parlamento europeo ha approvato una misura che consente alla Banca europea degli investimenti l’autorità di investire in Iran malgrado le sanzioni americane ma è dubbio che la Banca sia pronta a farlo vista la sua politica di non concedere prestiti a Paesi considerati ad alto rischio e le sue preoccupazioni circa la possibilità di raccogliere risorse finanziarie sul mercato. Insomma, da Vienna emerge uno scenario in cui Rohani appare messo un po’ alle corde, all’interno del Paese come a livello regionale e internazionale. Troverà la classica mossa del cavallo? C’è da augurarselo per evitare all’Iran una svolta che potrebbe risultare temibile anche per gli stessi equilibri regionali.

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