Libia: al via la conferenza di Parigi
31 Luglio Lug 2018 1355 31 luglio 2018

Scontro Italia-Francia sulla Libia: il nodo elezioni preoccupa l'Ue

Pochi mesi fa Mogherini doveva arginare Parigi. Ora è Roma che cerca il ponte con Washington. E il rischio è sempre lo stesso: acuire le spaccature a Tripoli. Con ogni attore che si cerca il suo interlocutore.

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Cinque mesi in uno Stato a pezzi come la Libia possono essere lunghissimi. E tanti ne mancano alle elezioni su cui punta Emmanuel Macron e che invece l'Italia osteggia cercando ponti oltre l'Atlantico. La Commissione europea non commenta la visita del primo ministro italiano Giuseppe Conte negli Stati Uniti, ma ribadisce quello che già l'Alto rappresentante degli Affari esteri Ue, Federica Mogherini, aveva dichiarato di fronte al parlamento europeo dopo la conferenza di Parigi. E cioè l'appoggio a tutte quelle iniziative che favoriscano la riconciliazione.

MOGHERINI: «QUESTA NON È L'AGENDA DI PARIGI»

In passato, Mogherini aveva dovuto parare gli slanci con cui Macron aveva cercato di anticipare iniziative programmate dall'Unione europea - ad esempio gli annunci del presidente francese sulla creazione di campi e corridoi umanitari dal Niger. E di ritorno dalla capitale francese, dove Macron aveva riunito «per la prima volta insieme tutti i maggiori attori libici», la numero uno della diplomazia Ue aveva sottolineato la «volontà di unire gli sforzi europei e dare un quadro unitario, coerente, dell'azione dell'Ue, dei propri Stati membri, delle proprie istituzioni, a sostegno di un processo di transizione in Libia». Allora aveva dovuto smentire che quella su cui l'Europa stava lavorando fosse l'«agenda di Parigi». «Lasciatemi essere molto chiara», aveva sottolineato Mogherini, «il senso di questo incontro, come chiaramente specificato da Macron, è di supportare il lavoro delle Nazioni Unite e la loro road map». Quello che veniva contestato al presidente francese da deputati di altri Paesi europei era di accelerare sul processo elettorale, avendo voluto che fosse preso l'impegno sulla data delle elezioni, quando ancora manca la cornice costituzionale dentro la quale quelle elezioni dovrebbero svolgersi.

Giuseppe Conte e Donald Trump a Washington.

Ansa

L'Ue aveva messo in chiaro che il processo elettorale avrebbe dovuto svolgersi solo dopo che i poteri delle diverse istituzoni fossero stati chiariti. E quindi la riforma costituzionale adottata. Allora i parlamentari europei avevano avuto rassicurazioni da parte del Consiglio di Stato e della Camera dei rappresentanti, due delle diverse istituzoni che gareggiano per prendersi una fetta del potere del Paese. Il pericolo è che il vincente di turno occupi tutti i gangli dello Stato, riportando il Paese alla dittatura. E tra i candidati a un tale sviluppo c'è soprattutto Khalifa Haftar, il generale appoggiato da Egitto e Francia che ha sconfitto l'Isis in diverse zone dell'Est libico di cui controlla anche parte dei traffici petroliferi, su cui peraltro è la missione Sophia a guida italiana ad avere poteri di sorveglianza e contrasto.

IL TIMORE DI UN VOTO NEL VUOTO LEGALE

«Un presidente eletto in un vuoto legale potrebbe essere pericoloso», aveva ricordato Mogherini, ma allo stesso tempo aveva sostenuto il processo elettorale e la tabella di marcia «che porta alle elezioni, si spera - insha'Allah - il 10 dicembre». Il paradosso è che ora è l'Italia che rifiuta di abbracciare una road map condivisa, cercando e ottenendo - almeno stando alle cronache giornalistiche - l'appoggio di Donald Trump come primo interlocutore degli Usa per il Mediterraneo e la Libia.

L'Alto rappresentante per gli Affari Esteri Federica Mogherini.

ANSA

E pensare che all'epoca Mogherini aveva dichiarato: «Ci siamo resi conto che se le organizzazioni regionali, i Paesi confinanti, a partire dall'Unione europea, l'Unione africana, la Lega araba, tutti i Paesi confinanti in Africa, ma anche in Europa, non uniscono le forze per accompagnare ogni singolo passo del lavoro svolto dall'Onu e dai libici, questo intero programma della roadmap delle Nazioni Unite rischia di rallentare. E i partner libici rischiano di riferirsi a un interlocutore o all'altro, per intraprendere un percorso diverso o leggermente diverso». Dal punto di vista di Bruxelles, nel conflitto tra Roma e Parigi il rischio di lasciar la Libia spaccata è servito. Si vedrà che interlocutore sceglieranno i diversi attori libici da qui a dicembre.

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