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1 Agosto Ago 2018 1506 01 agosto 2018

Facebook fa pulizia di utenti e app fake

Bloccati centinaia di account legati a Cambridge Analytica e individuati alcuni falsi profili con si voleva influenzare le elezioni del midterm. Proprio nel giorno in cui si apre il primo processo legato al Russiagate.

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Facebook avrebbe bloccato l'accesso a «centinaia di migliaia di app» più o meno attive che non si sono sottoposte al processo di revisione iniziato dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Un'iniziariva annunciata perché i termini dell'iniziativa, annunciata a maggio, sono scaduti il primo ottobre. La revisione implicava la firma di nuovi contratti sulla raccolta dei dati degli iscritti e una nuova verifica dell'app. L'azienda fa sapere che, «Nei casi in cui abbiamo bisogno di maggiori informazioni, gli sviluppatori avranno un tempo limitato per rispondere». Ma la notizia arriva ad appena un giorno di distanza dall'allarme sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Proprio il 31 luglio, Facebook aveva notificato di scoperto falsi account il cui obiettivo era di influenzare il voto di novembre, quando gli americani andranno alle urne per rinnovare gran parte del Congresso Usa.

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Era il suo legale personale. Ora l'ha mollato. Svelando che il tycoon sapeva dell'incontro del 2016 tra il suo staff e i russi. Ritratto (e incognite) dell'uomo che può mettere Donald spalle al muro. L'incontro è di quelli che più imbarazzano la Casa Bianca.

È ancora presto per dire chi ci sia dietro queste interferenze, fanno sapere i vertici del social media, ma è inevitabile che i sospetti ricadano ancora una volta sul governo russo. Del resto che Mosca pianifichi ulteriori ingerenze nel processo elettorale americano così come in Europa non è un segreto, nonostante il feeling sempre più controverso tra Donald Trump e Vladimir Putin.

SI È APERTO IL PRIMO PROCESSO DEL RUSSIAGATE

Facebook ha individuato otto pagine, 17 profili e sette account Instagram falsi proprio nel giorno in cui si è aperto alle porte di Washington il primo processo dell'era del Russiagate. Quello a Paul Manafort, l'ex capo della campagna presidenziale di Donald Trump, che ha ribadito di non voler patteggiare o collaborare con la giustizia: «Nessuna chance di un accordo», ha ripetuto nell'aula della corte federale di Alexandria. Ora rischia oltre 100 anni di carcere per reati che vanno dalla frode bancaria all'evasione fiscale, in parte finalizzati a finanziamenti elettorali illegali. E a settembre un nuovo processo nei suoi confronti, quello sulle presunte collusioni tra Mosca e la campagna del tycoon, in cui Manafort dovrà rispondere tra l'altro del reato di cospirazione e di quello di riciclaggio di denaro sporco.

PER TRUMP È LA SOLITA «CACCIA ALLE STREGHE»

Per Robert Mueller, il procuratore speciale che ha ereditato la titolarità delle indagini dopo che Trump cacciò James Comey dalla guida dell'Fbi, si tratta del primo vero e proprio test dopo mesi e mesi di durissime e approfondite indagini. Indagini volte ad accertare se le interferenze russe sul voto del 2016, date ormai per assodate dagli 007 e dalle autorità Usa, si sono spinte fino a a un appoggio diretto agli uomini più vicini al tycoon. «La collusione non è un reato e comunque non c'è stata», è tornato intanto a difendersi su Twitter il presidente americano, attaccando la sua ex rivale Hillary Clinton e i democratici per aver messo in piedi quella che ha più volte definito la più grande una caccia alle streghe della storia americana.

I MANAGER DELLA CAMPAGNA PRESIDENZIALE CHIAMATI A TESTIMONIARE

Ma se Manafort nonostante quello che rischia giura di restare una tomba, il processo iniziato in queste ore potrebbe portare a rivelazioni molto imbarazzanti per la Casa Bianca e imprimere una nuova svolta alle indagini sul Russiagate. Anche perché tra i 35 testimoni che Mueller intende portare davanti alla giuria c'e' Rick Gates, l'ex partner di Manafort e vicepresidente della campagna di Trump che per evitare il peggio ha invece deciso di patteggiare e di collaborare con gli uomini del procuratore speciale. Mentre Manafort resta agli arresti e forse spera di veder ripagata a sua fedeltà con un provvedimento di grazia da parte del presidente.

LE RIVELAZIONI DELL'FBI

Nel dettaglio il processo apertosi in queste ore in una corte di Alexandria, alle porte della capitale federale Washington, si concentra sull'attività di Manafort come consulente dell'ex governo filo-russo in Ucraina, da cui avrebbe ricevuto oltre 60 milioni di dollari in gran parte non dichiarati all'Irs, l'agenzia delle entrate statunitense. L'ex responsabile della campagna di Trump, svela l'Fbi, avrebbe inoltre cercato nelle ultime settimane, nonostante gli arresti, di fare pressioni su alcuni testimoni con sms e messaggi criptati.

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