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1 Agosto Ago 2018 0754 01 agosto 2018

L'Iran e le incognite del disgelo degli Usa

Prima le minacce. Poi l'offerta di un incontro storico. Trump con Rohani vola sulle montagne russe, come con la Corea del Nord. Ma non ha a che fare con Kim Jong-un. 

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Sembra incredibile, twitta tutto e il contrario di tutto ma alla fine è un presidente di parola. In campagna elettorale Donald Trump aveva giurato e spergiurato di mandare a monte l'intesa sul nucleare con l'Iran, semmai fosse arrivato alla Casa Bianca. E così è stato, come per tante altre cose, prima fra tutte la promozione degli Usa di Gerusalemme a capitale unica di Israele. Stracciando l'accordo internazionale, Trump si era anche detto pronto a far ripartire da zero i negoziati con Teheran. E sì, non appena preso a urla l'omologo iraniano Hassan Rohani via Twitter («GUAI A MINACCIARE ANCORA GLI STATI UNITI... STIA ATTENTO!», caratteri maiuscoli), il presidente americano gli ha proposto trattative dirette «senza condizioni».

L'APERTURA DEGLI USA A TEHERAN

Avranno sgranato gli occhi, a Teheran come in molte altre cancellerie del mondo, compreso un buon pezzo dell'apparato Usa. E non solo perché sarebbe il primo incontro della storia tra un presidente iraniano e un presidente degli Stati Uniti. «L'imprevedibilità» di Trump è ormai messa in conto anche dalla diplomazia persiana, come il suo narcisismo, ma il quadro era fosco per le «massime sanzioni» annunciate dalla Casa Bianca da agosto 2018. E invece ecco un'apertura che – all'apparenza – è più di uno spiraglio: il Consiglio di Sicurezza Usa ha specificato la disponibilità a «ripristinare relazioni diplomatiche e commerciali, consentire all'Iran di avere tecnologia avanzata, sostenere il reintegro della sua economia nel sistema economico internazionale», se «l'Iran cambia atteggiamento».

IL RILASCIO DEI LEADER RIFORMISTI

Diversi dettagli in più sull'apertura di Trump a sorpresa sono arrivati alla fine del colloquio alla Casa Bianca con il premier italiano Giuseppe Conte. Sarà un caso, ma proprio nelle stesse ore da Teheran filtrava la notizia del sì del Consiglio supremo iraniano per la sicurezza alla liberazione dei due leader del Movimento verde delle proteste del 2009, Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi, agli arresti domiciliari da anni. Un passo mai compiuto finora neanche dall'Amministrazione moderata di Rohani, nonostante il presidente fosse stato eletto nel 2013 e riconfermato nel 2017 proprio grazie all'alleanza con il blocco riformista e al suo sostegno popolare.

L'OMBRA DI NUOVE PROTESTE

Il rilascio di Moussavi e Karroubi era un imperativo della campagna elettorale dei riformisti ma Rohani, una volta al potere, come per altre istanze di cambiamento non era riuscito a vincere le resistenze degli apparati del potere occupati dai conservatori. Certo la situazione economica e sociale critica per il ritorno delle sanzioni Usa può aver spinto gli apparati militari e il clero sciita a cedere, per tenere insieme il Paese, sgonfiando il montare delle nuove proteste. Anche se in realtà era attesa l'evoluzione opposta: il chiudersi, come alla fine dell'Amministrazione riformista Khatami, ancora una volta dell'Iran sulle posizioni intransigenti e nazionaliste, in seguito all'ennesimo tradimento degli americani.

Murales anti Usa a Teheran.
GETTY

L'ULTIMA PAROLA SPETTA A KHAMENEI

La liberazione dei due oppositori è un'indiscrezione della famiglia Karroubi, non è confermata a livello ufficiale, l'ultima parola spetta alla Guida suprema Ali Khamenei, che ha 10 giorni di tempo per porre il veto. Il Consiglio supremo per la sicurezza avrebbe anche deliberato la caduta di alcune limitazioni imposte all'ex presidente Mohammad Khatami, bandito dalle proteste del 2009 dall'apparire sui media e recentemente da tutte le cerimonie pubbliche. Una riabilitazione dei tre politici iraniani e rivoluzionari khomeinisti più aperti stempererebbe le tensioni sociali, togliendo argomenti alle accuse di finto rinnovamento dell'Amministrazione Rohani, anche da parte dell'Occidente. E può essere interpretata come un «cambio di atteggiamento».

LE PRECONDIZIONI IRANIANE

Certo, neanche dopo l'umiliazione subita, Rohani può permettersi di sbattere la porta in faccia agli Usa. Ha ragione Trump a dire «non so se siano pronti, ho messo fine ha un accordo ridicolo. Ma probabilmente finiranno per volermi incontrare». Dopo il suo annuncio choc, gli iraniani provano ostilità per gli americani ma sono ancora più frustrati dalla prospettiva di sanzioni perenni. Non a caso, con estrema cautela anche Teheran ha socchiuso la porta: «Il rispetto per la grande nazione iraniana, la riduzione delle ostilità e il rientro degli Usa nell'accordo sul nucleare riaprirebbero il sentiero accidentato dei colloqui», ha twittato l'alto diplomatico e advisor di Rohani, Hamid Aboutalebi, dettando le precondizioni che Trump rifiuta.

Proteste contro Trump a Teheran.
GETTY

LA STRATEGIA DEL TYCOON

Buttarsi da solo in negoziati alla cieca è un classico del presidente-tycoon, che ha ripulito la Casa Bianca dei consiglieri più scomodi – e moderati – di lunga esperienza. Trump non ha voluto imbastire i consueti passaggi preliminari per il disgelo con la Corea del Nord, tanto meno per il rischioso e recente faccia a faccia con l'omologo russo Vladimir Putin: vuol fare di testa sua ed è convinto che la comunicazione sia tutto, dopo aver stretto le controparti nella morsa del ricatto. La tattica adottata con gli iraniani è la stessa di quella utilizzata con il leader nord-coreano Kim Jong-un: spingere il nemico a capitolare, dopo averlo confinato nell'angolo. Il copione si è ripetuto anche con l'escalation di insulti a Rohani, per quanto il presidente iraniano sia un avversario ben più strutturato del dittatore di Pyongyang.

LE MINACCE DI ROHANI

Non è arrivato a dargli del «rocket man», ma la strigliata a Rohani a caratteri cubitali non ha precedenti a memoria d'uomo nei rapporti istituzionali tra leader di Stati sovrani. Così dal capo della Giustizia iraniana Sadegh Larijani è arrivata la risposta: Trump è stato definito «persona stupida e incapace». Da rappresentante di un Paese che non si piega, Rohani ha minacciato la chiusura alle petroliere nel Golfo persico e nel Mar Rosso e la forte ripresa dell'arricchimento dell'uranio. Non ha risposto con critiche dirette personali, ha fama di non aver mai preso a urla nessuno, ma l'incontro con Trump potrebbe essere l'occasione per cambiare atteggiamento.

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