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5 Agosto Ago 2018 1800 05 agosto 2018

Sanzioni all'Iran, perché l'Ue è sconfitta da Trump

Bruxelles difende l'accordo sul nucleare. Ma il business delle multinazionali dipende dagli Usa. E le contromosse europee per difendere gli affari con Teheran sono una incognita. 

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La botta vera è in arrivo il 5 novembre 2018, quando gli Usa faranno scattare l'embargo sull'export del petrolio iraniano e sulle transazioni finanziarie con la Banca centrale di Teheran. Ma la prima tranche di sanzioni Usa del 6 agosto prossimo sul commercio di auto, di oro e di altri metalli è un anticipo della paralisi nell'interscambio destinata a tornare a regnare tra l'Occidente e la Repubblica islamica: il poco o nulla – nonostante tutti gli sforzi – ottenuto dall'Ue e dai principali Paesi membri convinti a restare nell'accordo sul nucleare Jcpoa con l'Iran (Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) a garanzia delle aziende nazionali penalizzate dalle nuove sanzioni Usa ne è la cartina di tornasole.

TEHERAN ANNUNCIA IL RITORNO DELL'«ECONOMIA DI RESISTENZA»

L'impotenza degli europei alle «pressioni senza precedenti» prospettate da Donald Trump è palese. Tant'è che l'Iran, alla vigilia della prima tornata di blocchi nell'import-export, ha annunciato il ritorno in auge dell'«economia di resistenza» introdotta dalla Guida suprema Ali Khamenei già nel 2012, sotto il precedente embargo e prima dell'accordo internazionale sul nucleare del 2015: autarchia, massima espansione dei rapporti commerciali con cinesi e russi leader del blocco dei non allineati che domina i mercati asiatici, triangolazioni con paradisi fiscali per aggirare l'isolamento. Se gli europei riusciranno a mantenere in Iran qualche grosso gruppo ben venga, ma Teheran non fa affidamento su di loro.

Il presidente iraniano Hassan Rohani.

LE MULTINAZIONALI FUGGONO DALL'IRAN

Massima è la collaborazione tra l'Iran e l'Ue, magre le tutele strappate. Se politicamente l'Europa si oppone al dietrofront illegale degli Usa dall'accordo, economicamente le aziende del Vecchio continente dipendono dagli Stati Uniti. Più le società sono grandi, più sono legate ai circuiti di Wall Street e al mercato americano. Renault non vende auto negli Usa e ha annunciato che resterà nonostante le sanzioni. Ma gli altri colossi francesi Total e Psa (il gruppo di Peugeot, Citröen e Opel) hanno fatto capire, sin dall'uscita di Trump dall'accordo l'8 maggio scorso, di ritirarsi dai progetti in Iran in mancanza di garanzie. Le proposte di circuiti finanziari alternativi svincolati dal dollaro, attraverso organismi come la Banca europea degli investimenti (Bei), sono deboli.

LE DEBOLI CONTROMOSSE DI BRUXELLES

Poco può fare, al cospetto del ricatto degli Usa, anche la versione aggiornata del cosiddetto Statuto di blocco Ue, il Regolamento Ce 2271 del 1996 concepito in tutela alle restrizioni americane sul commercio con Cuba, Iran e Libia. Per quanto sia in fase di rafforzamento da Bruxelles, per contrastare le sanzioni secondarie degli Usa con i Paesi europei che continueranno ad applicare l'accordo sul nucleare, gli esperti consultati dal britannico Financial Times ne prevedono un «impatto limitato»: si possono anche disporre risarcimenti per le aziende Ue multate dagli Usa e contro-sanzioni Ue per chi, tra loro, aderisce all'embargo di Trump, ma per le «multinazionali le operazioni negli Usa restano molto più importanti dei business con l'Iran».

Sanzioni Iran, le contromosse dell'Ue

Bruxelles lancia il blocco contro le misure di Trump. Ma non può proteggere le società con attività negli Usa. Per compensare la fuga delle banche, la Bei finanzierà direttamente le Pmi. I Paesi sono invitati a pagare il greggio direttamente alla banca centrale di Teheran.

LE INCOGNITE DELLO STATUTO DI BLOCCO UE

Il gioco non vale la candela neanche per Total, che con la Repubblica islamica aveva chiuso nel 2017 un contratto da 5 miliardi di dollari in 20 anni per giacimenti di gas. Finora le grandi compagnie europee hanno sempre dato priorità alle sanzioni statunitensi rispetto a qualsiasi offerta di Bruxelles. Lo Statuto di blocco Ue non è mai stato applicato e gli effetti di una sua versione strong sono un'incognita anche perché, come ricorda Confindustria in un dossier di maggio 2018 sul Recesso degli Usa dall'Accordo Jcpoa, il regolamento Ce 2271/96 «delega gli Stati membri a definire le misure per perseguire gli effetti delle sanzioni secondarie» imposte dagli Usa. I rapporti economici vincolano le politiche nazionali e il meccanismo non si attiva.

LA POSIZIONE SCOMODA DELL'ITALIA

Se la Germania non ha ceduto all'invito trumpiano di smantellare dall'Iran colossi come Siemens e Daimler, Oltralpe il presidente Emmanuel Macron ha precisato di «non forzare le compagnie francesi a restare». Nell'Ue l'Italia è il primo partner commerciale dell'Iran e il terzo acquirente di petrolio persiano dopo India e Cina. Ora rischia 23 miliardi di euro in commesse e altri 3 miliardi l'anno di interscambio. Si parla di big delle infrastrutture e della componentistica come Fs, Ansaldo, Danieli, Maire Tecnimont. La posizione politica è quella dell'Alto commissario Ue per gli Affari esteri e la Sicurezza Federica Mogherini, tessitrice dell'intesa sul nucleare, di «determinazione nel preservare l'intesa». Ma che forza economica può avere l'Italia contro Trump?

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