Erdogan ai suoi 'niente seggi ai curdi'
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5 Agosto Ago 2018 1200 05 agosto 2018

La Turchia di Erdogan è il nuovo Stato canaglia di Trump

Il caso Brunson, con le prime sanzioni Usa contro un Paese Nato, è solo l'ultima mossa disallineata del sultano. Sempre più vicino a Russia e Iran e Venezuela.

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Un pilastro della Nato tra i non allineati di Vladimir Putin. Non era mai accaduto, ma è anche vero che dalla caduta dell'impero ottomano la Turchia non aveva mai avuto un sultano in rotta di collisione con il sistema di valori occidentali e in particolare degli Stati Uniti d'America. Il presidente Recep Tayyip Erdogan si sta smarcando dall'alleanza con gli Usa da quando l'ex sodale e imam Fetullah Gülen, residente da anni Oltreoceano, è diventato per lui una bestia nera al pari dei curdi: l'architetto, sostiene Erdogan, per conto della Cia del fallito golpe del luglio 2016. Ma il climax dell'inedito scontro (e della virata di Ankara verso Mosca e Teheran) si è avuto dalla presa ufficiale dei pieni poteri di Erdogan dopo le elezioni del 24 giugno 2018 e il no al rilascio di un pastore statunitense arrestato in Turchia per «cospirazione». In seguito a una serie di mosse da Stato canaglia.

SCONTRO FRONTALE SU IRAN E ISRAELE


Trattenendo Andrew Brunson, Ankara risponde picche alla mancata estradizione di Gülen alla Turchia. Ma prima di beccarsi le sanzioni americane contro i ministeri della Giustizia e degli Interni e il blocco dei visti, Erdogan non si era voluto nemmeno adeguare alle sanzioni di Donald Trump contro l'Iran («un partner vicino e strategico, rinunciamo a scaldare il Paese d'inverno solo perché ce lo chiedono gli Usa»?). Prima ancora, si era schierato come nessun altro leader musulmano contro il trasferimento di Trump dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, promettendo «l'apertura di un ambasciata turca nella Gerusalemme Est palestinese». Posizione nettissima, ribadita dal leader turco contro il «Paese più sionista, fascista e razzista del mondo» all'approvazione in Israele, sempre a luglio, della nuova legge fondamentale sullo Stato, nazione a sola identità ebraica.

Il pastore evangelico statunitense Andrew Brunson.
GETTY

CORRISPONDENZA DI AMOROSI SENSI CON MADURO

La Turchia è anche uno dei pochi Paesi (con la Russia, l'Iran, la Cina, Cuba e i satelliti a loro allineati) ad aver riconosciuto legittime le Presidenziali del 2018 in Venezuela: «Un governo e un popolo amico», ha teso la mano Erdogan all'omologo Nicolas Maduro, a sua volta presente insieme a pochi altri leader del mondo alla solenne cerimonia di insediamento al palazzo presidenziale, il 9 luglio scorso, del capo di Stato turco investito a sultano per Costituzione e volere del popolo. Tra Maduro ed Erdogan è una corrispondenza di amorosi sensi: «La causa della Turchia è la causa del Venezuela. Viva la Turchia e il suo popolo», ha twittato il venezuelano rientrato a Caracas, auspicando un «cammino verso la prosperità e lo sviluppo dei due popoli». Mentre le monete e le economie dei due Paesi precipitavano insieme nel baratro, questo sì un destino comune.

LE PRIME SANZIONI USA CONTRO UN "ALLEATO" NATO

Il caso Brunson che ha portato alle prime sanzioni di Washington contro Ankara e quindi contro un Paese della Nato – con la lira turca ai minimi storici – è il sigillo sul nuovo corso geopolitico di Erdogan, opposto alla lunga era secolarista di Kemal Atatürk che ha attraversato tutto il Novecento. Il sultano, infatti, mira a una Turchia sempre più sganciata dall'orbita dell'Ue e degli Usa, proiettata verso i vecchi possedimenti ottomani del Nord e del Corno d'Africa e verso l'antica via orientale della seta. Arrestato nel 2016 durante le purghe seguite all'attacco ai palazzi del potere di Ankara, il 52enne Brunson è accusato di essere una «spia gülenista» mascherata da pastore anglicano, al servizio, «con i curdi, dei cospiratori». Erdogan sarebbe stato disposto a liberarlo in cambio dell'estradizione (mancata) di Gülen e allora la magistratura turca ne ha disposto il trasferimento ai domiciliari, ma non il rilascio.

La "triplice alleanza" tra Iran, Turchia e Russia.
ANSA

Non accettiamo le ingerenze degli Usa negli affari interni di uno Stato sovrano

Recep Tayyip Erdogan

CON TRUMP UN DIALOGO TRA MEGALOMANI

Contro Trump curiosamente Erdogan rivendica l'indipendenza dei giudici «dalle ingerenze degli Usa negli affari interni di uno Stato sovrano» e anche «della politica e del presidente della Repubblica turchi». Proprio lui che, con lo stato di emergenza e le modifiche alla Costituzione fatte approvare dal parlamento e dagli elettori, ha ridotto ai minimi termini la separazione tra i poteri dello Stato, disponendo licenziamenti e arresti dal 2016 per quasi 200 mila tra funzionari pubblici, esponenti politici e oppositori. Con la piena autonomia a emanare decreti-legge ormai il nuovo "sultano" turco può fare e disfare di tutto: non ci va – come Trump – per il sottile e certo il carattere megalomane dei due non aiuta il dialogo. The Donald ha liquidato il caso del capo della congregazione evangelica di Smirne in manette con il tweet «sono più spia io di lui» e, dall'altra parte, giù bordate di Erdogan sugli «evangelici sionisti».

L'INCOGNITA DELLA SPARTIZIONE SIRIANA

È un ossimoro, come le sanzioni interne alla Nato, che il sultano armatore dei jihadisti in Siria finisca per diventare stretto alleato di Putin, che nella sua guerra ossessiva all'estremismo islamico ha bombardato tutti gli islamisti attorno a Damasco: Isis, al Nusra, ribelli foraggiati da turchi, qatarini e sauditi. Ma gli affari sono affari, le guerre per procura questione soprattutto di potere ed Erdogan conta di rinsaldare la spartizione della Siria, delineata nei negoziati promossi da Mosca, all'ultimo round di colloqui in corso ad Astana, in Kazakistan. Coordinato dalle forze sciite iraniane, il regime siriano di Bashar al Assad vuole però approfittare della vulnerabilità del leader turco di fronte agli Usa per sferrare l'attacco alla roccaforte settentrionale dei ribelli sunniti di Idlib, dopo la riconquista di Daraa, a Sud. La Russia, ma anche l'Iran, diventato partner del Qatar, possono frenarlo.

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