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7 Agosto Ago 2018 2038 07 agosto 2018

Le contromosse di Rohani alle sanzioni anti-Iran di Trump

Gli stretti bloccati alle petroliere. L'autarchia e il commercio con Asia e Africa. I buoni rapporti con l'Ue e il ricorso all'Aja. Così Teheran reagisce all'embargo americano.

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Donald Trump non è uomo da mezze misure e la prima tranche di sanzioni statunitensi all'Iran, come promesso, è entrata in vigore all'alba di martedì 7 agosto 2018. La parte più dura del pacchetto è prevista per novembre 2018, con il ritorno del blocco dell'export petrolifero e delle transazioni finanziarie di Teheran con l'Occidente - anche se l'Ue resta orgogliosamente nell'accordo sul nucleare iraniano, le sue aziende sono colpite dalle sanzioni secondarie Usa -, ma inevitabilmente la Repubblica islamica si è attrezzata da subito con una serie di contromosse, riconducibili all'«economia della resistenza» dell'isolamento dell'era Ahmadinejad. Muscoli esibiti contro gli Stati Uniti per la loro uscita illegale dall'intesa internazionale del 2015, con la minaccia continua di Teheran di chiudere alle petroliere gli Stretti del Golfo persico e del Mar Rosso. Spinta autarchica alla produzione interna, espansione dei business con i mercati asiatici, triangolazioni finanziarie con gli Stati disponibili per aggirare le sanzioni avvantaggeranno le lobby militari ed economiche interne, vicine all'apparato dei pasdaran, allontanando l'Iran dall'Occidente. Tuttavia mai come dall'avvento di Trump gli iraniani sono stati così vicini all'Europa, e anche il ricorso alla giustizia internazionale contro l'azione degli Usa li salva dall'ostracismo.

Iraniani di guardia sullo Stretto di Hormuz.
GETTY

1. IL BLOCCO DI HORMUZ E BAB EL MANDEB

Sullo Stretto di Hormuz, più volte bloccato dall'Iran durante la guerra con l'Iraq degli Anni 80, le esercitazioni navali delle guardie rivoluzionarie si sono intensificate, le acque possono tornare affollate di pasdaran come ai tempi di Ahmadinejad. Membro degli esportatori dell'Opec, la Repubblica islamica promette di chiudere il passaggio, attraversato dal 15% del petrolio mondiale: «O tutti possono vendere il petrolio o nessuno». E da quando la longa manus dell'Iran è arrivata in Yemen, attraverso la guerra per procura degli sciiti houthi, il pericolo di battaglie navali si è esteso allo Stretto di Bab el Mandeb, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden: a luglio una petroliera saudita, carica di 2 milioni di barili di greggio, è stata colpita da missili lanciati dalle coste yemenite di Hodeida in mano ai ribelli sciiti. Una minaccia che interessa anche le navi da e verso lo sbocco sul Mar Rosso di Israele, il Mossad giura rappresaglie contro l'Iran.

2. L'APPELLO DI ROHANI ALL'AUTARCHIA

Nel discorso alla nazione alla vigilia dello scoccare delle sanzioni, il presidente iraniano Hassan Rohani ha confermato il ritorno dell'«economia di resistenza» lanciata dalla Guida Suprema Khameni nel 2012, quando l'Iran era allo stremo per le dure sanzioni internazionali di Usa, Ue e Onu. In vista della stretta americana, l'economia nazionale è tornata a deteriorarsi con la corsa al dollaro e ad altri beni rifugio come l'oro. L'inflazione cresce, il tasso di cambio dell'export con euro e la moneta verde è fuori controllo soprattutto al mercato nero, delle multinazionali si preparano a lasciare l'Iran, ma Rohani ha rassicurato che la «pressione delle sanzioni sarà superata dall'unità». L'imperativo è ricompattarsi affidandosi alle proprie forze: l'Iran non cede all'esca di Trump a «colloqui senza precondizioni». «Se pugnali qualcuno con un coltello e poi gli proponi il dialogo, per prima cosa devi togliere il coltello», lo ha gelato Rohani.

Hassan Rohani.
ANSA

3. L'IMPORT-EXPORT CON ASIA E AFRICA

All'autarchia produttiva e nei servizi, la Repubblica islamica intende aggiungere il massimo dell'interscambio con i Paesi non allineati del mercato asiatico (i leader Cina e Russia sono già i suoi primi bacini), con i loro satelliti e con altri partner alternativi al blocco occidentale. Il portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza ‎nazionale e la Politica estera Seyed Hossein ‎Naghavi-Hosseini ha auspicato «partnership più forti anche con Paesi africani e dell'America Latina», anche con la ripresa di triangolazioni con Paesi terzi, come in passato con l'Emirato arabo di Dubai. A sua volta vittima di sanzioni trumpiane, la Turchia in pugno a Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che ignorerà quelle iraniane, per la sua dipendenza dalle forniture energetiche. Anche India e Giappone difficilmente potranno rifiutare greggio persiano e a mali estremi si pensa al lancio di programmi, come in passato in Iraq, di gas e olio nero in cambio di cibo, permessi dalle risoluzioni delle Nazioni unite per ragioni umanitarie.

4. TASSE E TAGLI PER AUMENTARE LE ENTRATE

Terzi al mondo per riserve, l'80% dell'export iraniano è di petrolio e non è facile diversificare l'economia nazionale, da squalo qual è Trump punta così a stroncarla. Nuove entrate sono possibili aumentando le tasse e tagliando la spesa pubblica: lacrime e sangue per la gran parte dei quasi 80 milioni di iraniani, mentre la merce in arrivo soprattutto dalla Cina sarà, specialmente nel settore farmaceutico e della meccanica e dell'elettronica, meno sicura e meno durevole di quella di occidentale. Ma l'Iran spera che almeno le piccole e medie imprese europee che hanno allacciato rapporti tengano duro: le multe degli Usa peseranno su di loro, ma sono meno vincolate al mercato americano delle big company, specie se difese dai governi nazionali e dall'Ue. A Bruxelles è in fase di rafforzamento il debolissimo Statuto di blocco Ue, un Regolamento del 1996 in risposta agli embarghi su Cuba, Iran e Libia.

Per salvarsi dalle sanzioni di Trump gli iraniani si appigliano al rispetto del trattato di amicizia dello scià con gli Usa

5. L'INCHIESTA DELLA CORTE DELL'AJA

In compenso nel post Ahmadinejad l'Iran ha guadagnato forza politica con i partner occidentali in collisione con il sovranismo di Trump. Le potenze dell'Ue (Gran Bretagna in fase di Brexit inclusa) sono schierate con Teheran e contro l'uscita unilaterale degli Usa dall'intesa: come per Rohani «Washington è venuta meno all'accordo». Un'accusa rimessa il 16 luglio dall'Iran al vaglio della Corte internazionale di giustizia dell'Aja, che ha indaga per «comportamento sanzionatorio illegale». Per salvarsi da Trump, la Repubblica islamica si appiglia nientepopodimeno che al trattato - mai reciso - di amicizia del 1955 dello scià con gli Stati Uniti. Le audizioni sono in programma dal 27 e al 30 agosto e l'Iran chiede quanto meno una sospensiva delle sanzioni, in attesa di una sua condanna. Già il 23 luglio dall'organo giudiziario dell'Onu era partita una diffida agli Usa. Per l'Iran, che ha certificato dall'Aiea e dalle Nazioni Unite il rispetto dell'accordo sul nucleare, un'ulteriore legittimazione.

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