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Proteste in Iran
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In Iran le aziende europee si arrendono alle sanzioni di Trump

Dopo Total anche Siemens pronta a uscire, con altri colossi tedeschi. In Francia e in Italia frenano le case automobilistiche. Mentre il crollo del rial porta via le compagnie aeree.

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Il primo colosso del petrolio a voltare le spalle all'Iran, come promesso, è stata Total. L'uscita della società francese è particolarmente grave, va a toccare il settore che subirà peggiori ricadute per le sanzioni Usa reinflitte da Donald Trump alla Repubblica islamica. Dal novembre prossimo sono previste quelle contro l'import-export energetico, ma vista l'aria che tira dalla prima tranche scattata, il 6 agosto, sul commercio di auto, di oro e di altri metalli, i petrolieri d'Oltralpe hanno giocato d'anticipo. Anche perché gli iraniani, ben consapevoli dell'impotenza delle misure Ue di contrasto all'embargo americano, avevano avviato le procedure per sostituire la partecipazione. Total rinuncia al contratto sottoscritto, appena un anno fa, per sviluppare parte del giacimento di gas naturale più grande al mondo del South Pars, che l'Iran condivide con il Qatar nel Golfo persico.

I CINESI RIMPIAZZANO GLI EUROPEI

Ai francesi è in procinto di subentrare, con ogni probabilità, la compagnia di Stato petrolifera cinese Cnpc, in fase finale di trattative per salire dal 30% al 60% di quote nel progetto. Come in passato Teheran fa affidamento sul gigante cinese per ricevere grosse forniture ed esportare grossi carichi di petrolio. Deve tuttavia rinunciare, per l'ennesima volta, alla qualità dei prodotti e al know how delle aziende del Vecchio Continente. Anche la compagnia francese che ha dichiarato a malincuore come, «nonostante l’appoggio delle autorità europee e francesi, non sia stato possibile ottenere un’esenzione». La politica, a livello Ue e dei singoli governi, difende l'accordo internazionale sul nucleare con l'Iran stracciato da Trump, ma non è in grado di contrastare le perdite economiche delle sanzioni secondarie Usa per tutte le aziende che continuano a fare affari con Teheran.

STATUTO DI BLOCCO UE INEFFICACE

A Bruxelles si tenta di rafforzare lo Statuto di blocco Ue, il Regolamento Ce 2271 del 1996 concepito per tutelare le società europee negli embarghi a Cuba, alla Libia e allo stesso Iran. Ma per l'impatto finanziario di Wall Street specie sulle multinazionali con distaccamenti negli Usa e per le multe in arrivo è chiaro che lo Statuto Ue resterà una foglia di fico. Non a caso il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, in trattativa con l'Ue per tenere in vita l'accordo sul nucleare, non smette di chiedere di «imporsi di più» all'Europa, ben consapevole che sia tutt'altro che facile. Di conseguenza altre grosse aziende, italiane incluse, hanno fatto retromarcia dalle commesse. Con un tweet del 23 agosto scorso, il discusso ambasciatore americano a Berlino Richard Grenell che non smette di fare pressioni sul governo tedesco, ha annunciato la «comunicazione di Siemens di uscire dall'Iran».

La priorità va agli Usa, non trasporteremo più petrolio dall'Iran

Maersk

TOTAL, SIEMENS E LE ALTRE

Anche il ritiro del gruppo di Monaco era nell'aria. Già in primavera, all'annuncio choc di Trump di affossare l'intesa, la multinazionale aveva avvertito di «finire le cose iniziate», ossia la costruzione delle turbine a gas e delle locomotive pattuite, poi andarsene. Nulla hanno potuto le polemiche del governo Merkel con Grenell e le esortazioni alle compagnie tedesche a restare, anche la casa automobilistica Daimler ha accantonato al momento i piani con Teheran. Partner della T-Systems, del gruppo Deutsche Telekom, per lo sviluppo dei servizi dell'information technology, hanno interrotto le attività e anche Deutsche Bahn ha lasciato intendere di voler portare a conclusione solo i progetti in corso. Mentre alle americane General Electric e Boeing è stata, manco a dirlo, subita revocata da Trump l'autorizzazione a operare in Iran.

Il rial iraniano ha perso rapidamente valore.
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IL RICATTO ALLE CASE AUTOMOBILISTICHE

Boeing non ha neanche consegnato a Teheran gli aerei previsti da contratto e altre compagnie a stelle e strisce hanno interrotto le partnership con le società petrolifere iraniane. Un effetto domino che porta via dalla Repubblica islamica anche società dei trasporti marittimi come Maersk: definite le «priorità americane rispetto alle iraniane», il gigante danese non «trasporterà più petrolio dall'Iran». Per la Francia, oltre Total, è vicina al passo indietro anche la casa automobilistica Peugeot, che da giugno ha sospeso le sue grosse attività in Iran, in attesa di «esenzioni» che non arrivano. Anzi Trump ha ripreso a brandire il grimaldello dei «dazi del 25% su ogni auto dell'Ue che arriva negli Usa». E la minaccia della guerra commerciale indebolisce l'Ue nel contrasto alle sanzioni all'Iran. Il comparto dell'auto è il più sensibile al ricatto degli Stati Uniti.

COMPAGNIE AEREE SOSPENDONO I VOLI

Non a caso, per l'Italia, lo storico marchio torinese Pininfarina ha sospeso il progetto con la casa automobilistica Iran Khodro, firmato nel maggio 2017, «in attesa di capire gli sviluppi futuri». Non succederà nulla di buono: la ragione dello smantellamento è anche l'avvitamento economico nel quale precipita l'Iran. Con la valuta nazionale del rial che perde valore, i costi dei biglietti aerei sono raddoppiati in poche settimane e il calo di acquirenti ha portato Air France e British Airways a cessare i voli da e per Tehran da metà settembre. Poco conta che, su spinta del governo britannico per scongiurare la fine dell'intesa sul nucleare, il Regno Unito sia pronto a subentrare agli Usa ai lavori di modifica, come da intesa del 2015, del reattore iraniano di Arak. Anche le banche europee sono in fibrillazione, l'Iran è in grossa difficoltà ma come sempre non cederà.

25 Agosto Ago 2018 1800 25 agosto 2018
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