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29 Agosto Ago 2018 1606 29 agosto 2018

Perché a Tripoli sono ripartiti gli scontri tra milizie

L'ascesa e l'arricchimento di alcune formazioni nella capitale hanno generato scontento in quelle escluse dalla spartizione dell'economia della Libia. Macron insiste per le elezioni, Roma frena.

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Nuovi scontri tra le milizie rivali sono scoppiati a Tripoli dopo un cessate il fuoco durato meno di due giorni: lo riferiscono numerosi media locali e testimoni. In particolare, intensi combattimenti sono in corso nell'area di Qasr Ben Ghashir, non lontano dall'aeroporto. Secondo fonti della sicurezza, forze fedeli al governo di unità nazionale guidato da Fayez al Sarraj hanno lanciato una controffensiva nei sobborghi meridionali di cui aveva preso il controllo la Settima Brigata, che a sua volta tenta di avanzare verso l'aeroporto.

Numerosi testimoni riferiscono di colpi di armi automatiche e pezzi di artiglieria. Gli scontri, nell'aria da giorni, sono scoppiati il 26 agosto e hanno visto protagonista proprio la Settima Brigata, una milizia poco nota basata a Tarhuna, una città a una novantina di chilometri a Sud Est di Tripoli.

LE MILIZIE TAGLIATE FUORI SI RIBELLANO

Secondo la ricostruzione del sito Libya Observer, a contrastarla è stata una coalizione di milizie al momento fedeli al presidente internazionalmente riconosciuto al Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Katiba 301 di Misurata, la Bab Tajoura, la Ghanewa e la Nawasi. Il Consiglio presidenziale di al Sarraj ha denunciato l'azione di «formazioni fuorilegge», senza spiegare i motivi dell'attacco subito dalla capitale. La Settima Brigata si sarebbe mossa accusando le brigate di Tripoli di essere «corrotte», come ha riferito l'Observer, cercando di dare una spiegazione a questi scontri che seguono una decina di altri registrati a Tripoli solo quest'anno. Secondo la Reuters, l'ascesa e l'arricchimento delle milizie che sostengono al Sarraj nella capitale hanno generato scontento in quelle escluse dalla spartizione dell'economia nazionale.

MACRON INSISTE PER LE ELEZIONI A DICEMBRE, ROMA FRENA

Gli scontri confermano una situazione di instabilità, nonostante la quale il presidente francese Emmanuel Macron ha insistito per portare la Libia alle urne già a dicembre: una scadenza relativamente ravvicinata che l'Italia ritiene invece prematura. Macron, parlando agli ambasciatori di Francia, ha ribadito la propria determinazione a portare avanti l'accordo concluso a parole, ma senza firme, a maggio a Parigi, fra al Sarraj e il generale Khalifa Haftar, prevedendo l'organizzazione di elezioni per il 10 dicembre. «Il nostro ruolo è far avanzare l'accordo di Parigi», ha detto il capo dell'Eliseo, confermando una linea per la quale, secondo Roma, non esistono i requisiti di «stabilizzazione vera» della Libia: non ci sono le «adeguate garanzie», evocate dal premier Giuseppe Conte tre settimane fa, e di cui gli scontri odierni mettono ancora più in dubbio l'esistenza. Da Tobruk però, l'informale capitale della Cirenaica di cui è dominus Haftar, è venuto il preannuncio di una forzatura sul tema elezioni: il presidente del parlamento libico, Aqila Saleh, dopo aver sospeso una seduta ancora un volta per mancanza del numero legale, ha detto alla tv Ahrar che la settimana prossima farà appello a una risoluzione del 2014 (la numero 4) per organizzare la tornata elettorale, anche senza il via libera parlamentare.

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