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2 Settembre Set 2018 1800 02 settembre 2018

Da De Gaulle a Mitterrand, nazionalizzare in Francia non è un tabù

Prima ancora lo fece il re Sole. E anche Macron, quando necessario, non s'è tirato indietro. Questione di dirigismo di Stato. Per salvare dal crac le società o cercare svolte. Un'analisi storica.

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In Francia è ciclicamente oggetto di dibattito e non è per niente un tabù. L'ultima nazionalizzazione senza barricate è avvenuta nientemeno che per mano del presidente Emmanuel Macron, tutt'altro che marxista, anzi il politico in teoria di sinistra più vicino ai banchieri liberisti. Nel 2017 l'enfant prodige dell'Eliseo ha dato mandato di prendere controllo statale dei cantieri navali Stx, per impedire che la maggioranza andasse alla Fincantieri, a difesa degli «interessi strategici nazionali». Quando stranieri sgraditi allungano la mano, lo Stato francese si erge a grande azienda. Un dirigismo di Stato plateale, nel 1981, sotto la presidenza socialista di Francois Mitterrand, di rottura con il passato. Eppure già emerso in grande stile anni prima, durante la ricostruzione nel Secondo Dopoguerra, con le nazionalizzazioni di beni, risorse e servizi pubblici di Charles De Gaulle.

Mitterrand brinda con l'omologo cinese.

IL MITTERRAND LENINISTA

Non è questione di destra o di sinistra, piuttosto di grandeur, orgoglio nazionale trasversale. Al momento del bisogno, lo Stato francese ha sempre giocato un ruolo maggiore degli altri Stati occidentali sulle aziende, per esempio conservando come pubblici gruppi cruciali per il controllo delle materie prime delle colonie africane. Oltralpe i socialisti che avrebbero poi imboccato la via liberista di Tony Blair arrivarono ad annoverare il re Sole Luigi XIV nel pantheon dei paladini delle nazionalizzazioni per le politiche finanziarie. Deciso a imprimere un cambiamento radicale all'economia nazionale, con un'iperbole Mitterrand si spacciò addirittura per il comunista che non era. «In economia», affermò sul piano che in un giorno fece assumere allo Stato l'immediato controllo dei cinque maggiori colossi industriali, «o sei un leninista oppure non cambierai nulla».

IL CAMBIAMENTO SOCIALISTA

Le “110 proposte per la Francia” che lo avevano portato all'Eliseo prevedevano, ricorda un articolo del New York Times del 1982, anche la nazionalizzazione entro sei mesi di una ventina di banche e altre diverse compagnie non straniere, con la conseguente nomina di nuovi vertici. Nel pacchetto che ai tempi costò 8 miliardi di dollari erano inclusi il ramo francese di Banca Rothschild, già allora uno dei templi del capitalismo globale, le banche di investimenti Paribas e Suez, i colossi francesi dell'energia elettrica, della metallurgia e naturalmente della difesa. Aveva l'aria di una rivoluzione: lo Stato puntava a farsi carico del 23% della forza lavoro e del controllo del 75% dei depositi bancari e del 29% della produzione industriale. Invece non fu affatto il successo del new deal di De Gaulle, perché intanto tempi erano cambiati. Ma non crollò neanche il mondo.

Mitterand voleva aumentare del 10% il salario minimo, ridurre l'orario di lavoro e imporre la patrimoniale

IL SOGNO KEYNESIANO FALLITO

Esaurita la spinta della ricostruzione, in Europa iniziava a montare la competizione industriale e finanziaria, soprattutto tra le tre potenze francese, tedesca e britannica, che sarebbe sfociata nel liberismo globale delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni degli Anni 90 e del Terzo millennio. Mitterand voleva aumentare del 10% il salario minimo, ridurre l'orario di lavoro e imporre la patrimoniale, andava in direzione opposta e non cambiò la Francia: lo Zeitgeist iniziava a mutare già durante il suo mandato fu costretto a ripiegare sull'austerity piegato dalla mancata ripresa e dalla svalutazione della moneta. Il sogno keynesiano fallito portò Oltralpe a un altro cambio repentino di politiche economiche. La vendita ai privati delle prime compagnie iniziò già a metà Anni 80, per proseguire fino ai giorni nostri.

Charles De Gaulle.
GETTY

NAZIONALIZZAZIONI TEMPORANEE

Come anche in Gran Bretagna, in Francia l'economia è flessibile al passaggio da pubblico a privato e viceversa. La stessa nazionalizzazione dei cantieri navali di Macron è nata come un passo temporaneo, costato circa 80 milioni di euro, per scongiurare che da una multinazionale coreana in bancarotta la Stx finisse controllata da italiani: Macron non condivideva la linea del precedessore Francois Holland ed è entrato a gamba tesa, lasciando trapelare nuove trattative con i privati, incluso Fincantieri su una quota minore. Proprio la rete autostradale francese, costruita con un sistema di concessioni misto pubblico-privato, fu nazionalizzata alla fine degli Anni 80 perché i gestori privati erano sull'orlo del crack e fu, a partire dal 2000, progressivamente ri-privatizzata. Mentre per la crisi finanziaria del 2007-2008 si valutò di ri-nazionalizzare delle banche.

IL LIBERISMO È AL TRAMONTO?

Ma non per forza Oltralpe gli asset privatizzati rischiano il fallimento, e neanche lo rischiavano i nazionalizzati. Il controllo dell'energia, dell'industria e della finanza trasformò la Francia di De Gaulle in una potenza economica, il 15% del Pil in crescita era datto dalle compagnie di Stato che per oltre il 95% assicurava la produzione di corrente e carbone. Il meccanismo garantì – in altri tempi – decenni di prosperità e anche la seconda ondata di nazionalizzazioni di Mitterand riportò, pur a suon di ricapitalizzazioni pubbliche, i conti delle società in pari. Sotto il controllo statale la casa automobilistica Renault, tornata privata nel 1996, si è rivelata persino più performante che privata. In Francia non si sono persi migliaia di posti di lavoro né con le nazionalizzazioni, né con le privatizzazioni innescate dall'era di Thatcher e Reagan che sembra ora al tramonto.

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