Libia: fonti, violenti scontri a Tripoli
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3 Settembre Set 2018 2030 03 settembre 2018

Libia, cosa c'è dietro la guerra tra islamisti di Tripoli

La rivalità tra le milizie della capitale e le “alleate” di Misurata. Il controllo di banche, petrolio e racket nei quartieri. Le elezioni che possono saltare. Perché al Serraj è stato tradito.

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Nessuno, neanche in Libia, sa come finirà ma si sa che il gioco è sempre più sporco e potrebbe finire molto male. Lo stato di emergenza proclamato a Tripoli dal premier internazionalmente riconosciuto, Fayez al Serraj, è la risposta alla crisi più grave dalla battaglia all'aeroporto della capitale nel 2014, che portò al potere gli islamisti, dal 2016 a capo anche del governo legittimato dall'Onu. Anche stavolta la battaglia può cambiare gli equilibri, di per sé sempre più precari, di chi comanda a Tripoli, ossia rovesciare in questo caso al Serraj, in favore non si è ancora capito bene di chi. Perché stavolta ad attaccare gli islamisti non è una milizia vicina al governo rivale di Khalifa Haftar, nell'Est della Libia. A rivoltarsi contro il Consiglio presidenziale di al Serraj sono parte degli islamisti stessi. Un contingente importante e più largo della Settima Brigata capofila che ha sferrato l'attacco e che, probabilmente, include membri della potente brigata di Misurata.

La marcia su Tripoli della Settima brigata.
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MISURATA SOCCORRE TARDI GLI ALLEATI

Tra i vari punti fissi che possono essere tracciati, nel caos che si somma al caos libico dal 2011, c'è che al Serraj è stato tradito. L'offensiva su Tripoli è stata lanciata a sorpresa il 27 agosto dalla Settima Brigata della città di Tarhuna. Ma i principali alleati di Misurata del governo di al Serraj, blindato – da sempre – nella base navale di Abu Sitta, hanno temporeggiato più di una settimana prima di mandare rinforzi. Lo stesso premier libico del governo di unità nazionale ha atteso non poco prima di chiedere aiuto alla brigata che guidò le rivolte contro Muammar Gheddafi e si è infine smosso per l'insistenza del vicepremier Ahmed Maitig. Segno che al Serraj non si fida più dei suoi. Un anno fa un'altra crepa emerse nel blocco islamista, con l'attacco tentato dal premier e predecessore di al Serraj, Khalifa Ghwell: ma allora i soccorsi di Misurata scattarono subito e l'assalto fu tamponato.

LA GUERRA ESPLOSA TRA TRIPOLI E MISURATA

Stavolta potrebbe essere tardi. Fonti libiche contattate da L43 raccontano che «dentro Tripoli e anche fuori è il caos». Una situazione «molto complicata» che non può essere riconducibile alla sola azione della Settima Brigata, «diverse forze di sicurezza di diverse città stanno convergendo nella capitale», partecipano agli scontri «molteplici gruppi armati». In teoria, le fazioni islamiste di Tripoli stanno con i misuratini e con una galassia di milizie loro alleate sparse in Libia, in contrapposizione alle forze di Haftar. Ma nella realtà il quadro è molto più frammentato e mobile per le rivalità, sempre esistite e man mano aumentate anche per l'influsso di attori esteri, tra le milizie che controllano i diversi Comuni o parti di essi. Le divisioni sono cresciute anche tra gli islamisti di Tripoli e quelli di Misurata, dopo la costituzione, in seguito all'intesa dei negoziati di pace in Marocco, del governo di al Serraj. Arrivato il riconoscimento della comunità internazionale, sono piovuti finanziamenti stranieri.

Le milizie di Tripoli sono penetrate nelle istituzioni chiave che controllano i flussi di denaro: banche, società petrolifere e di varie infrastrutture

LE MANI SULLE BANCHE E SUL PETROLIO DELLE MILIZIE

Dal 2016 ai gruppi armati più o meno fedeli ad al Serraj, che già taglieggiavano sindaci e deputati, sono arrivati sempre più aiuti e soldi dalla Nato e dai Paesi dell'Ue (dall'Italia anche per trattenere i migranti in Libia) – spesso per interessi contrapposti tra potenze straniere – e le medesime milizie sono penetrate sempre più nei gangli del potere della capitale, tenendo in ostaggio i vertici di istituzioni chiave per veicolare denaro come la Banca centrale, la Compagnia nazionale del petrolio (Noc), le compagnie aeree e società petrolifere. Alcune brigate islamiste di Tripoli sono arrivata a imporre il racket in diversi quartieri, strozzando gli abitanti piegati da una crisi economica e sociale che va sempre peggiorando e alla quale, sotto Gheddafi, non erano abituati. L'elettricità salta ormai per otto-nove ore al giorno, tutto si ferma. Le banche continuano a non avere liquidità e prolifera il mercato nero. Ad accrescere i traffici illegali – anche di migranti – delle milizie.

Senza elettricità, d'estate a refrigerarsi nel mare di Tripoli.
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LE POSSIBILI ELEZIONI INCENDIANO LA LIBIA

È una guerra ad alleanze variabili per i soldi, non di schieramenti. Nessun governo riesce a ricondurre le milizie in un esercito, anche al Serraj ha fallito. A Tripoli la gente comune non ha idea di quanto stia accadendo, e men che meno chi è fuori dalla capitale. Saltano le comunicazioni e le notizie che arrivano sono sempre di parte. Un altro punto fisso del caos libico, oltre alle – grosse – risorse della Libia depredate dal 2011 dal cartello delle milizie (gli interessi di fondi sovrani congelati come la Lia, Libyan investment authority, non hanno mai smesso di essere distribuiti), è che entro la fine del 2018 si sarebbero dovute tenere le elezioni nazionali. Ogni parte si muove, a suon di assalti, per continuare a spartirsi la torta, o iniziare o tornare a spartirsela. Le parti sono tutte manovrate da potenze straniere che puntano a controllare la Libia e chiunque tra i libici avrebbe giurato che il clima, a ridosso del voto con ogni probabilità destinato a saltare, si sarebbe surriscaldato.

IL DIVIDE ET IMPERA DELLE POTENZE STRANIERE

La Francia che tanto ha brigato – contro l'Italia – per far votare il 10 dicembre, facendo avanzare, con la Russia e l'Egitto, le forze di Haftar, non ha interesse a scatenare una guerra. L'ex generale gheddafiano che controlla l'Est e il Sud della Libia pare stavolta non entrarci nulla con la milizia in marcia su Tripoli, per quanto nella marcia siano per la prima volta stati liberati centinaia di detenuti vicini al regime sotto chiave dal 2011. Prima del voltafaccia, la Settima Brigata non aveva mai dato problemi: dalla caduta di Gheddafi ha mantenuto in sicurezza Tarhuna, una sessantina di chilometri a Sud-Est di Tripoli e, nel governo di Serraj, figurava tra le milizie islamiste dipendenti dal ministero della Difesa, schierata per aiutare anche nei quartieri meridionali della capitale. Un grosso comandante del blocco delle forze islamiste di Alba libiche, guidate da Misurata contro Haftar, sarebbe passato con la Settima Brigata per combattere contro il cartello delle «brigate corrotte». Il futuro dirà chi li muove.

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