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Aggiornato il 04 settembre 2018 3 Settembre Set 2018 1100 03 settembre 2018

Schieramenti e cronaca degli scontri di Tripoli

Tregua promossa dalle Nazioni Unite. Si cerca una soluzione politica. Con la Settima Brigata da una parte. Quattro milizie pro Serraj dall'altra. E l'intervento della Forza Antiterrorismo di Misurata.

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Tripoli potrebbe tornare a respirare. Nell'incontro tra le milizie in conflitto promosso dall'Onu per porre fine agli scontri in corso da nove giorni nella Capitale libica si è raggiunto l'accordo. L'attacco portato dai gruppi armati opposti al Governo di unità nazionale, giunto il 3 settembre alle porte del centro, era stato respinto dall'intervento della Forza Antiterrorismo di Misurata. Ma il giorno successivo gli scontri armati sono ripresi a Sud della città, sulla Airport Road e la Sahaladdin Road. Alla fine però il tentativo della Missione dell'Onu in Libia (Unsmil) di mettere insieme «le varie parti interessate» dal conflitto in un «incontro allargato» ha avuto successo. «Tutte le parti firmatarie si impegnano a trovare una soluzione politica, alla cessazione delle ostilità e alla creazione di un meccanismo che controlli il cessate il fuoco», è scritto nel testo in sette punti rilanciato dall'account twitter di Al Ahrar.

I SETTE PUNTI DELL'INTESA

Le Nazioni unite hanno confermato l'intesa. «Sotto gli auspici» dell'inviato speciale dell'Onu in Libia, Ghassan Salamé, «un accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto e firmato oggi per porre fine a tutte le ostilità, proteggere i civili, salvaguardare la proprietà pubblica e privata e riaprire l'aeroporto di Mitiga», ha scritto in un tweet l'account dell'Unsmil. L'intesa di oggi, ha aggiunto la missione Onu, «non punta a risolvere tutti i problemi della sicurezza della capitale della Libia: cerca un accordo quadro sul modo di iniziare ad affrontare tali questioni». «Se tutte le parti daranno prova di un vero e totale rispetto del cessate il fuoco, le Nazioni unite terranno un'altra riunione per esaminare i preparativi di sicurezza della capitale», si legge nel testo dell'intesa rilanciato da siti dai siti Al-Ahrar e Alwasat. Che ha precisato come l'incontro tra le milizie si sia svolto a Zauia (Zawiya), città situata una quarantina di chilometri in linea d'aria a ovest di Tripoli. Il ministero degli Esteri italiano ha diramato una nota in cui giudica la notizia dell'intesa molto positiva. Il governo italiano, si legge invece in un comunicato di Palazzo Chigi, continua a mettere a punto la Conferenza sulla Libia che si terrà in Italia a novembre.

LA MISSIONE ONU IN LIBIA HA APERTO IL DIALOGO

Il 3 settembre l'Unsmil aveva scritto che, «sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell'offerta del Segretario generale delle Nazioni Unite di mediare tra le varie parti libiche», si invitava a «tenere un dialogo urgente sull'attuale situazione della sicurezza a Tripoli». Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva condannato i «ciechi bombardamenti» che hanno provocato morti e feriti tra i civili, tra cui diversi bambini. Guterres aveva chiesto alle parti in conflitto di permettere l'accesso agli aiuti umanitari alle persone coinvolte nei combattimenti. A stretto giro era arrivata anche la condanna dell'Unione europea, che aveva chiesto «di cessare immediatamente le ostilità», spiegando che «l'escalation sta minando una situazione che è già fragile».

PER LA REUTERS 1.800 MIGRANTI IN FUGA

Intanto, però, mentre i gruppi armati arrivavano all'intesa, il consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico del premier Fayez Al Sarraj ha «deciso la formazione di un comitato di crisi, in seduta permanente fino al ritorno della stabilità». «Sotto la direzione» di Sarraj, il comitato riunisce i ministri di Interno, Finanze, Esteri, Enti locali e sottosegretari di Difesa e Migranti. Secondo l'agenzia Reuters, del resto, appofittando del caos di queste ore, centinaia di migranti africani sarebbero fuggiti da un centro di detenzione nei pressi dell'aeroporto di Tripoli. Reuters cita fonti umanitarie secondo cui fino a 1.800 persone potrebbero aver abbandonato la struttura. Si tratterebbe di circa un quarto di tutti i migranti detenuti nei centri libici. Un video postato sui social media mostra lunghe file di africani, alcuni con buste di plastica in mano, incamminarsi via dal centro vicino all'ex aeroporto internazionale. Fonti del governo libico hanno però negato la circostanza.

IL SOSTEGNO TARDIVO A SERRAJ E I NUOVI SCONTRI

La brigata di Misurata che in passato ha sconfitto l'Isis a Sirte è arrivato (con ritardo) in soccorso dell'esecutivo di Fayez al Serraj, riportando a Tripoli una fragile calma durata appena qualche ora. Secondo il sito Alwasat che cita il capo della protezione civile libica gli scontri fra milizie libiche a Tripoli «sono ripresi in zone della via dell'aeroporto» e «le ambulanze non sono riuscite a recarvisi malgrado le richieste di aiuto degli abitanti». Gli scontri avvengono in un'area (Khelet ben aoun) circa 17 chilometri in linea d'aria a sud di Piazza dei Martiri, situata sul mare. E con essi sono ripresi anche sporadici lanci di razzi di tipo Grad. La Settima Brigata, nota anche come 'Al Kaniat', ha presidiato la propria posizione utilizzando anche blocchi di cemento, precisano le fonti, segnalando scontri pure nella zona di Al Hadba.

61 MORTI E 159 FERITI IN NOVE GIORNI

Ventiquattr'ore prima il consiglio presidenziale guidato da Fayez al Serraj era stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza dopo la violazione reiterata delle tregue siglate, l'ultima il 28 agosto. Il bilancio degli ultimi nove giorni di scontri - i peggiori da quattro anni a questa parte - è salito seciondo il sito Alwasat che cita un responsabile del ministero della Salute ad «almeno 61 persone» uccise e 159 ferite, cui si aggiungono 12 «scomparsi». Inoltre approfittando dei combattimenti circa 400 detenuti - in gran parte sostenitori del defunto raìs Muammar Gheddafi - sono evasi dal carcere di Ain Zara, fuori Tripoli. Per fermare la spirale di caos e violenze, e cercare dunque di salvare il processo di normalizzazione che dovrebbe portare a elezioni nel prossimo dicembre, il governo di al Serraj vuole ora negoziare un nuovo cessate il fuoco (leggi cosa c'è dietro ai nuovi scontri).

La mappa delle milizie nel territorio di Tripoli a giugno 2018. Fonte: Security Assessment in North Africa

DA KANIYAT ALLA BRIGATA NAWASSI: LE MILIZIE IN CAMPO

L'attacco ad al Serraj, iniziato l'ultima settimana di agosto, è guidato dalla Settima Brigata (o Kaniyat) di Tarhuna, che controlla la omonima città a 65 chilometri da Tripoli e avanzando da Sud ha messo nel mirino il centro della capitale. Alla Settima Brigata, capeggiata da Abel Rahim Al Kani e sostenuta da combattenti provenienti da Zintan, si oppongono le milizie fedeli ad al Serraj - le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione, la Brigata Abu Salim e la Brigata Nawassi - il cui accresciuto potere nella capitale è mal visto da quei gruppi armati che osteggiano il governo di unità, riconosciuto dalla comunità internazionale, e che si sentono esclusi dal processo politico e, soprattutto, dall'accesso ai fondi statali e ai finanziamenti della Unione europea. «[Vogliamo] ripulire Tripoli dalle milizie corrotte [...] che utilizzano la loro influenza per arricchirsi mentre la gente comune dorme fuori dalle banche per avere qualche dinaro», è stato il messaggio della Settima Brigata. Al Kani ha dichiarato che «continuerà a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà ripristinata». La Settima Brigata per quasi un anno e fino all'aprile scorso è stata dipendente dal Governo di accordo nazionale (in particolare il suo ministero della Difesa).

IL RUOLO DI MISURATA, TRA FORZA ANTITERRORISMO E BRIGATA 301

In questo quadro, al Serraj s'è trovato costretto a chiedere l'intervento della potente Forza Antiterrorismo di Misurata, giunta a Tripoli con circa 300 veicoli e capace nel giro di alcune ore di prendere il controllo della città, in seguito al ritiro della Settima Brigata. Che, tuttavia, si annuncia tutt'altro che definitivo. Secondo fonti dell'intelligence citate dalla Stampa, «Misurata di solito concorda le sue azioni con l’Italia. L’impressione è che dinanzi al precipitare delle cose si sia messo a punto un piano per ribaltare l’operazione condotta dai sabotatori haftarini, dando a Misurata il controllo temporaneo della capitale». Da valutare, in ottica futura, il ruolo delle altre milizie di Misurata, alcune delle quali negli ultimi mesi si erano schierate contro l'esecutivo. La stessa Brigata 301, un alleato strategico, al momento è defilata.

Un checkpoint delle forze di sicurezza libiche a Zliten, sulla strada per Tripoli.

L'ATTACCO AD AL SERRAJ MINACCIA GLI INTERESSI ITALIANI

Gli scontri in corso mettono in luce l'impossibilità da parte del Governo di unità nazionale, in questo momento, di controllare il capitale e il Paese nella loro interezza. Da quando Gheddafi è stato deposto nel 2011, la Libia è attraversata da profonde spaccature, non solo tra le milizie, ma anche a livello istituzionale. Il Gna non è riconosciuto dal parlamento di Tobruk, che è controllato dal generale Khalifa Haftar. Ognuna delle due assemblee ha la sua banca centrale e la sua compagnia petrolifera nazionale di riferimento. Al Serraj, appoggiato dall'Italia, e Haftar, uomo forte dell'Est del Paese (la Cirenaica) sostenuto da Francia ed Egitto, hanno concordato a maggio - sotto la mediazione di Parigi - una road map per arrivare a elezioni unitarie entro dicembre 2018. Ma la faida tra milizie mette a rischio la già precaria transizione pacifica. Danneggiando al Serraj - e di riflesso Roma, che nel Paese ha interessi economici rilevanti - a vantaggio del generale e di Parigi.

Fayez al Serraj e Khalifa Haftar, a Parigi, si stringono la mano sotto lo sguardo del presidente francese Emmanuel Macron.

Emblematiche in questo senso le parole del ministro dell'Interno italiano Matteo Salvini: «Sono preoccupato, penso che dietro [agli scontri] ci sia qualcuno. Qualcuno che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, qualcuno che è andato a fare forzature, a esportare la democrazia, cose che non funzionano mai». Chiaro riferimento all'arcinemico Emmanuel Macron. In chiave elezioni, assume rilevanza anche il rinvio da parte della Camera dei Rappresentanti (Hor) di Tobruk sul voto per il referendum sulla bozza della nuova Costituzione libica. La modifica avrebbe dovuto essere propedeutica allo svolgimento del voto di dicembre e lo slittamento alla settimana prossima è stato deciso «visti gli avvenimenti in corso a Tripoli». Il 4 settembre il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha avuto un'altra conversazione telefonica con il presidente del Consiglio Presidenziale libico, Faez Al Serraj. Il ministro ha confermato la solidarietà e il sostegno italiano al popolo libico e alle sue istituzioni.

PARIGI: «NESSUNO SCONTRO CON L'ITALIA»

A Parigi nel frattempo il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha deplorato il conflitto e ha negato i contrasti con l'Italia. «Gli sforzi non sono diretti contro nessuno, certamente non contro contro l'Italia, di cui sosteniamo l'iniziativa di organizzare una nuova conferenza su questo dossier importante per i due Paesi», ha detto la diplomazia francese rispondendo ai media transalpini. E ha aggiunto: «La Francia agisce con l'insieme dei Paesi coinvolti nella crisi libica, che si tratti di Paesi vicini, Algeria, Tunisia, Ciad ed Egitto, o il Regno Unito, gli Usa, ed ovviamente l'Italia»

Perché a Tripoli sono ripartiti gli scontri tra milizie

Numerosi testimoni riferiscono di colpi di armi automatiche e pezzi di artiglieria. Gli scontri, nell'aria da giorni, sono scoppiati il 26 agosto e hanno visto protagonista proprio la Settima Brigata, una milizia poco nota basata a Tarhuna, una città a una novantina di chilometri a Sud Est di Tripoli.

INCENDIO VICINO ALL'AMBASCIATA AMERICANA

Proprio mentre riprendevano gli scontri, il 4 settembre il sito Alwasat ha scritto che un «incendio è divampato nell'ambasciata degli Stati Uniti». Il sito ha citato il portavoce della protezione civile libica, Osama Ali, a proposito della sede della rappresentanza diplomatica che notoriamente è chiusa. Il portavoce ha premesso che «le unità della Protezione civile non sono riuscite ad accedere ai luoghi a causa dell'entità del fuoco».Fonti qualificate hanno spiegato che in realtà l'incendio ha interessato un serbatoio di combustibile adiacente al muro di cinta dell'ex-ambasciata non più utilizzata dal 2014. «L'ex compound dell'ambasciata Usa in Libia a Tripoli non è stato colpito dall'incendio di oggi al serbatoio di combustibile, divampato nelle vicinanze», ha affermato in un tweet diffuso verso le 15:30 la rappresentanza di diplomatica.

L'AMBASCIATA ITALIANA A TRIPOLI RESTA OPERATIVA

Nonostante la situazione sul campo si fa sempre più critica, invece l'ambasciata italiana a Tripoli «resta operativa ma con una presenza più flessibile», ha fatto sapere il 3 settembre la Farnesina, «che si sta valutando sulla base delle esigenze e della situazione di sicurezza». Nei pressi della sede diplomatica italiana, il primo settembre, era stato esploso un colpo di mortaio, abbattutosi a un centinaio di metri dall'edificio. Secondo fonti citate da Repubblica, il 2 settembre una nave dell’Eni ha evacuato tecnici impiegati nei terminali e pozzi legati al complesso di Mellitah e alcuni militari dipendenti dell’ambasciata.​ In giornata Eni ha confermato che allo stato attuale «non c'è personale espatriato presente a Tripoli e che le attività nel Paese al momento procedono regolarmente». Salvini, ai microfoni di Radio 24, ha dichiarato: «Sono in contatto diretto con i nostri uomini: militari, diplomatici, addetti dell'Eni che in Libia vivono rischi portati da un intervento militare senza senso».

L'ambasciata italiana a Tripoli.
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