Trump Unrwa Palestina
DIPLOMATICAMENTE
4 Settembre Set 2018 1026 04 settembre 2018

La strategia palestinese di Trump rafforza il terrorismo

La scure sull'Unrwa è un attacco al popolo di Gaza e Cisgiordania. Oltre che una palese violazione del diritto internazionale. E pone gli Usa al di fuori delle soluzioni possibili della crisi.

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Donald Trump lo aveva promesso e minacciato da tempo. Lo aveva ribadito quando il leader palestinese Abu Mazen aveva dichiarato di non voler più considerare gli Usa mediatori del negoziato israelo-palestinese dopo l’annuncio dello spostamento a Gerusalemme della sede dell’ambasciata americana proprio per rimarcare il riconoscimento di quella città quale capitale di Israele. Aveva sventolato questo drappo rosso mentre - evocando una nuova e innovativa opzione negoziale, peraltro ancora misteriosa, capace di dare una soluzione definitiva al conflitto israelo-palestinese - contava di indurre indurre la parte palestinese a riconsiderare la ripulsa di Abu Mazen e a riprendere il suo posto al tavolo. Ma Abu Mazen non si era dato per inteso e si era rivolto alla comunità internazionale per sollecitare la condanna di tanta proterva e cinica prospettiva, condanna rilanciata in occasione dell’inaugurazione della “nuova sede” dell’ambasciata, marchiata da una nuova e prevedibile scia di sangue. Evidentemente era persuaso che Trump non sarebbe mai arrivato a tanto, confortato in questo suo convincimento anche dalle manifestazioni politiche di sostegno ricevute da mezzo mondo, Europa compresa. Ma si era sbagliato.

LA DECISIONE DI TRUMP? CRUDELE E IRRESPONSABILE

Trump lo aveva seriamente incluso nei possibili passaggi della sua strategia mediorientale e, dopo aver tagliato i fondi destinati a sostenerne gli aiuti allo sviluppo (Usaid), ha calato la scure anche sul contributo americano all’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Contributo fondamentale perché pari al 30% dell’intero bilancio dell’Agenzia destinato ad assicurare servizi sociali, sanitari e di istruzione ai circa 5 milioni di palestinesi sparsi tra Cisgiordania e Gaza, tra Giordania, Libano e Siria. Aggiungasi il fatto che l’Unrwa è anche il maggior datore di lavoro per quel popolo. Un flagrante attacco al popolo palestinese, una decisone che non serve la pace ma al contrario rafforza il terrorismo nella regione, un gesto crudele e irresponsabile, una palese violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni dell’Onu, un atto che pone gli Usa al di fuori delle soluzioni possibili della crisi israelo-palestinese. Sono tante e comprensibilmente convergenti le reazioni di parte palestinese tutte protese a sollecitare le Nazioni Unite a prendere una ferma posizione contro gli Stati Uniti. Reazioni che hanno trovato sponda nei giudizi critici, talvolta pesantemente critici, dei Paesi tradizionalmente vicini alle istanze palestinesi, in seno e al di fuori del contesto regionale. Giudizi che, è necessario annotarlo, sono stati accompagnati da tempestive decisioni di incremento dei rispettivi contributi all’Agenzia ovvero da impegni a fare altrettanto come da parte dell’Unione europea.

Ma perché tanta spietatezza da parte americana? Le motivazioni sono diverse e vanno dalla pessima valutazione della «gestione dei fondi» da parte dell’Unrwa – un riflesso di quella che da tempo concerne la posizione americana nei riguardi dell’intero sistema onusiano – a quelle più politiche della volontà americana di riconsiderare l’entità della popolazione palestinese da ricomprendere nel novero dei veri palestinesi qualificabili come rifugiati: non più del 10% dei 5 milioni raggiunti dall’assistenza dell’Unrwa, una revisione a dir poco drastica dei potenziali aventi diritto al ritorno in patria da sempre reclamato da parte palestinese. Un modo, per dirla in sintonia con il dominante pensiero della dirigenza palestinese, per togliere dal tavolo negoziale questa spinosa e divisiva questione e saldarla con l’altra decisione dello spostamento dell’ambasciata americana in Israele con la quale si è di fatto azzerato, o quasi, il tema della capitale di un futuro Stato palestinese. Sono questi due i pilastri dell’ancora misteriosa ma da tempo, molto tempo adombrata “soluzione del secolo” del conflitto israelo-palestinese da parte di Trump d’intesa con il governo israeliano di Benjamin Netanyahu? È sulla scorta di questi due passaggi che Trump vorrebbe riportare i palestinesi al tavolo negoziale?

LA STRATEGIA NEGOZIALE DEL PRESIDENTE STATUNITENSE

Difficile pensarla diversamente stando alle prese di posizione dello stesso Trump in merito alla connessione tra taglio dei fondi e negoziato, tra riconoscimento di Gerusalemme e negoziato. Ed è difficile non pensare che Trump voglia portarli al tavolo negoziale nella posizione di maggior debolezza possibile per riuscire ad imporre loro uno sbocco altrimenti indigeribile. Secondo le rivelazioni del presidente palestinese Abu Mazen il piano di pace dell’Amministrazione Trump per il Medio Oriente sarebbe imperniato sulla costituzione di una confederazione con la Giordania che lo stesso Abu Mazen non avrebbe respinto, ma l’avrebbe condizionata a una similare confederazione con Israele. Quanto condizionata non è dato sapere ma la formulazione usata da questo leader apre, di fatto, un varco nella rigida posizione di altri dirigenti palestinese che insistono sul fatto che «i negoziati devono essere fondati sul diritto internazionale e le risoluzioni (dell'Onu) che riconoscono uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale».

L'ESIGENZA DI UNO SBOCCO A UN CONFLITTO ULTRADECENNALE

Su questo varco potrebbero lavorare quei Paesi della regione e non solo che, pur sostenitori della causa palestinese – ne erano tutti informati secondo Abu Mazen -, avvertono l’esigenza di uno sbocco «realisticamente praticabile» a questo ultradecennale conflitto che adesso viene messo alla prova di un disastro umanitario che rischia di drammaticamente attualizzare la famosa ammissione del conte Ugolino «poscia, più che 'l dolor poté 'l digiuno». Tutto ciò mentre il disordine armato in Libia proietta ombre minacciose e la crisi siriana si prepara a celebrare un altro, auspicabilmente l'ultimo, grande trauma bellico e umano a Idlib. Un panorama inquietante.

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