Libia Francia guerra Tripoli haftar Misurata
Mondo
7 Settembre Set 2018 0800 07 settembre 2018

Perché la guerra a Tripoli aiuta la Francia

Macron è il padrino europeo di Haftar. Che dalla scissione in vista tra il governo di al Serraj e Misurata ha tutto da guadagnare. Come il suo sponsor. Gli interessi dietro la marcia sulla capitale.

  • ...

Il cessate il fuoco a Tripoli raggiunto, con la mediazione dell'Onu, tra milizie è una foglia di fico che non risolve l'isolamento del governo riconosciuto a livello internazionale di Fayez al Serraj. L'esecutivo di unità nazionale, nato nel 2016 dopo l'intesa sui negoziati in Marocco, di fatto non esiste più, perché il consiglio presidenziale è stato scaricato dalla colonna portante del blocco islamista: nell'ultimo anno le brigate di Misurata, piuttosto che farsi sottrarre soldi e appalti dagli “alleati” di Tripoli, hanno cominciato a trattare sottobanco con il nemico giurato Khalifa Haftar. Dalla potente città-Stato che, nel 2011, guidò la ribellione al regime di Muammar Gheddafi, il generale 75enne che controlla l'Est e ormai anche larga parte del Sud della Libia, è stato per anni tacciato come un inaffidabile venduto ai lealisti di Gheddafi, creatore addirittura della rete dell'Isis nell'ex colonia italiana. Ma da qualche tempo i politici e i miliziani di Misurata hanno iniziato a fidarsi ancora di meno delle brigate islamiste della capitale che, escludendoli dai traffici, si sono man mano spartite tutti i grandi business leciti e illeciti che passano da Tripoli.

L'aeroporto Mitiga di Tripoli svuotato per gli scontri, poi riaperto.
GETTY

I TRE SIGNORI DELLA GUERRA DI TRIPOLI

Dal petrolio che olia l'ingranaggio della Banca centrale libica, alle società di trasporti e infrastrutture, alla sorveglianza degli impianti per il greggio e ad altri asset che gravitano sulla capitale, centro del potere della Libia, tutto dal 2016 si è accentrato nelle mani di un cartello di tre signori della guerra - Haitham al Tajouri, comandante delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli, la brigata di Ghnewa al Kikli e le forze di Abdel Rauf Kara – che impongono il racket ai residenti e alle attività lecite nei loro quartieri e ovviamente gestiscono il traffico locale di armi e migranti. Il giro, ricostruito nella mappa delle milizie nella capitale del giugno 2018 dell'esperto tedesco Wolfram Lacher, del German Institute for International and Security Affairs, ruota attorno al governo Serraj, legittimato dall'Onu ma ostaggio delle bande armate che deve foraggiare. Al di fuori di Tripoli, tutte le altre brigate e reti di trafficanti sono ormai ostili alla lobby politico-criminale proliferata nella capitale. Anche l'appoggio delle potenti milizie di Misurata, le uniche militarmente in grado di salvare il governo di al Serraj da un golpe, è diventato minimo.

HAFTAR CON LA FRANCIA... E TOTAL

Solo una piccola parte delle brigate di Misurata è accorsa (tardivamente) in soccorso del governo nella capitale per gli scontri esplosi il 27 agosto scorso a Tripoli e anche comuni circostanti, in teoria del fronte di al Serraj come Sabratha o Tarhuna, tifano ormai per la sua caduta. Ma per le grandi rivalità tra famiglie, sono incapaci di ricompattarsi in un blocco islamista comune e trovare un sostituto, ogni città-Stato va per conto suo con le relative milizie, e su questa estrema frammentarietà – e fluidità di alleanze – ha giocato il generale Haftar, sempre più protetto nell'ultimo anno dalla Francia. In molti cominciano a pensare che, dietro il processo di disgregazione del fronte islamista di Alba libica, si celi un'operazione dell'intelligence di Parigi per controllare, attraverso l'ex comandante di Gheddafi Haftar, ormai l'intera Libia e il suo petrolio a vantaggio della Total. Foraggiato prima dall'Egitto e dagli Emirati Arabi, poi anche dalla Russia e dalla Francia, il generalissmo coetaneo e intimo dell'ex rais libico non si è mai fatto problemi a capeggiare schieramenti al soldo di potenze straniere. Lo fece, in Ciad, voltando le spalle a Gheddafi, per conto della Cia, che lo avrebbe poi mantenuto per anni esule negli Usa.

Era stato chiuso venerdì scorso a causa degli scontri
ANSA

Con un po' di pazienza l'inquilino dell'Eliseo Macron potrebbe avere la Tripolitania, oltre che la Cirenaica, in tasca

TRA TRIPOLI E MISURATA VINCE HAFTAR

Rimpatriato per cavalcare le rivolte del 2011, Haftar è sempre stato una spina del fianco dell'opposizione libica, a maggioranza islamista, che non si è mai fidata di lui. Non a caso, abbattuto Gheddafi, gli insorti si spaccarono nei due filoni sommariamente etichettati come il blocco islamista di Misurata e i laici di Haftar, riparati a Tobruk, nell'Est della Libia, dopo la battaglia di Tripoli del 2014. Ma da allora è stato Haftar ad avanzare, conquistando Bengasi, il capoluogo dell'Est, a suon di raid e diversi comuni nel Sud della Libia. Il governo di al Serraj appoggiato – e finanziato – dalla Nato, dall'Ue e dalle principali potenze europee e per prima l'Italia, è viceversa accerchiato nella capitale, ripiegato su se stesso. E dalla scissione tra islamisti di Tripoli e di Misurata Haftar ha solo che da guadagnare.

TARHUNA IDEALE PER LA MARCIA SU TRIPOLI

Se è vero che, con nuovi focolai, la Francia vedrà rimandare le elezioni nazionali in Libia che puntava a far organizzare il 10 dicembre prossimo, con un po' di pazienza l'inquilino dell'Eliseo Emmanuel Macron potrebbe avere la Tripolitania, oltre alla Cireanica, in tasca. Prima dell'assalto a sorpresa di questa estate, la Settima brigata islamista si era limitata per anni a mantenere sicura la cittadina una sessantina di chilometri a Sud di Tripoli – ideale per lanciare la marcia sulla capitale – e un distretto meridionale della stessa Tripoli, come da accordi dell'alleanza infranta con il governo Serraj. All'offensiva dei miliziani di Tarhuna si è subito unito, oltre ad altre frange di brigate di altre città, il vecchio comandante di Misurata della coalizione militare del 2014 di Alba libica, Salah Badi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso