Scuola Giappone Primo Giorno
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9 Settembre Set 2018 1500 09 settembre 2018

Il confronto tra la scuola in Giappone e in Italia

Responsabilizzazione già dall'infanzia. Senso di comunità. Ma anche competizione elevata. Il sistema educativo nipponico confrontato con il nostro.  

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Tra pochi giorni suonerà la prima campanella. Non solo nelle scuole italiane ma anche in quelle giapponesi, ritenute d'eccellenza dalla maggior parte delle classifiche internazionali, tra cui quella dell'Ocse. Non a caso, l'analfabetismo nel Paese è stato debellato quasi del tutto (il livello di alfabetizzazione secondo Index Mundi è al 99%). Eppure l'insoddisfazione e il malessere tra gli alunni restano alti. Il primi di settembre, il contatore di suicidi del Paese registra infattiun picco drammatico tra gli adolescenti. Piuttosto che tornare sui banchi di scuola, tantissimi preferiscono togliersi la vita. Le due facce di una istruzione ferrea e spietata.

RESPONSABILIZZATI FIN DA PICCOLISSIMI

Riformato nel secondo Dopoguerra, aggiustamenti di rito a parte, il sistema scolastico è rimasto quasi del tutto immutato e prevede che, fin da bimbi, i giapponesi siano considerati giovani adulti alle prese con un mondo altamente competitivo. Se in Italia siamo abituati al traffico e agli ingorghi davanti le scuole, in Giappone questo non esiste. A 6 anni i piccoli si spostano già da soli, senza mamme, papà e nonni al seguito. I bambini imparano il tragitto a memoria e prendono in autonomia mezzi pubblici sotterranei e di superficie. Del resto il Paese, rileva sempre l'Ocse, è al vertice della classifica in tema di sicurezza personale. Molti istituti superiori vietano invece agli studenti di recarsi a scuola in motorino, per un problema di sicurezza stradale.

ADDIO BIDELLI E INSERVIENTI

Nelle scuole nipponiche non esiste la figura del bidello e nemmeno quella dell'inserviente. Sono i ragazzi a svolgere quelle funzioni, suddividendosi i compiti ed eleggendo ciclicamente i propri rappresentanti di classe. Si tratta di un meccanismo di democrazia partecipata che instilla fin da piccoli la convinzione di essere una parte del tutto, un ingranaggio all'interno di un sistema più complesso. All'ora di pranzo, a seconda della scuola, si mangia al banco il pasto che si è portato da casa, oppure – soprattutto alle elementari - si trasforma l'aula in una mensa, unendo i banchi per formare lunghe tavolate, dopodiché, i bambini di turno, con tanto di rete per i capelli, mascherina sul volto e guanti per rispettare l'igiene degli altri, servono i pasti cucinati dai cuochi.

LE DIVISE E LE MODE

Sebbene la società nipponica, osservata alla lente di un occidentale, possa apparire altamente competitiva e individualistica, il messaggio di fondo che la scuola tenta di veicolare è l'uguaglianza. Proprio per questo, la maggior parte degli istituti impone l'uso della divisa, così da ridurre a colpo d'occhio le differenze di censo: camicia bianca e pantaloni neri per i ragazzi, come imponeva il modello ottocentesco, e vestito alla marinara per le ragazze. In realtà, esiste comunque un'insana corsa alle divise firmate e molti studenti scelgono le scuole non tanto in base al piano formativo offerto o al prestigio, ma al tipo di divisa. Chi non accetta le regole del gruppo, prova a ribellarsi nei limiti comunque del ferreo indottrinamento nipponico: i maschi evitando di portare la giacca, o sbottonandosi il colletto, le femmine indossando le calze ripiegate all'altezza delle caviglie. Ma, anche in questo caso, più che comunicare qualcosa, questi gesti sono spesso dettati dalle mode del momento.

Giappone tra suicidi e apatia: i mali di una società iper competitiva

Studenti che si uccidono schiacciati da troppa pressione. Altri chiusi in casa dopo un fallimento scolastico. E l'evaporazione sociale dei disoccupati che si spostano nelle baraccopoli. Storie di un Paese sotto stress. La grande crisi che spaventa il Giappone moderno non è più la baburu keiki, la bolla economica che determinò la profonda recessione dei primi Anni 90.

Il ciclo di studi è simile a quello italiano. La scuola dell'obbligo arriva al sedicesimo anno d'età. Alla materna segue lo shōgakkō (età 6 – 12 anni), paragonabile alle elementari, quindi tre anni di chūgakkō (età 12 – 15 anni), per poi arrivare alla specializzazione liceale data dagli kōtōgakkō (età 15 – 18 anni). Il percorso scolastico si conclude con il daigaku, equivalente dell'università occidentale, articolato su corsi di studio solitamente quadriennali.

VERIFICHE CICLICHE E STUDIO A MEMORIA DEI TESTI

A cambiare drasticamente rispetto all'Italia sono invece le modalità di insegnamento. Non solo – sembrerà banale – per il rispetto tributato al professore, che in aula è come l'imperatore e cioè espressione di un'autorità quasi divina, ma anche per come si articolano gli esami. Mentre da noi la preparazione è testata periodicamente con verifiche e interrogazioni, in Giappone si viene messi alla prova ciclicamente, nel periodo degli esami, che sono posti a inizio anno e non alla fine. I figli del Sol Levante sono così chiamati a imparare intere parti del programma in blocco, dalla prima all'ultima pagina. Gli insegnanti caldeggiano proprio lo studio a memoria dei testi.

LO SHIKEN JIKOKU: L'INFERNO DEGLI ESAMI

Le interrogazioni in Giappone sono pochissime. Ciò riduce a dismisura il rapporto empatico tra docente e alunni o, sostengono i giapponesi, i favoritismi. Quel che è certo è che gli studenti debbono provare per iscritto quanto valgono: in poche ore si giocano il lavoro di anni. Anche perché sbagliare determinati esami significa compromettere definitivamente la propria carriera, essere costretti a diventare un inserviente anziché poter aspirare a un posto in un prestigioso studio legale. Ecco perché gli studenti parlano di shiken jigoku, l'inferno degli esami scolastici. La pressione della famiglia, della società e dei professori è tale che molti preferiscono non prendere parte alla competizione. Risultano in crescita i casi di mukatsuku (una apatia adolescenziale cronica) che porta al futoko, l'assenteismo scolastico o persino al suicidio.

LA GIORNATA TIPO INIZIA ALLE 6 E NON TERMINA PRIMA DELLE 20

Ciò che stressa maggiormente è però il doposcuola, che può comprendere le attività più varie: artistiche, teatrali, giornalistiche, sportive (soprattutto nuoto, karate, o la scherma nipponica, il kendō), l'arte dello shodō (la calligrafia) o lo studio di uno strumento musicale. Lo studente medio si alza alle 6 del mattino e non riesce a tornare a casa prima delle 20. Sono attività collaterali, eppure quasi più importanti di quelle curricolari. Non fare nulla è da sfigati, fare qualcosa, però, nell'ottica nipponica, vuol dire dovere dare tutto se stessi alla causa, anche se ciò costa fatica e sacrificio.

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