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DIPLOMATICAMENTE
11 Settembre Set 2018 0810 11 settembre 2018

La battaglia di Idlib svela la strategia di Putin

Il presidente russo vuole uscire dalla crisi siriana come campione dell’anti-terrorismo e interlocutore ineludibile nelle questioni mediorientali. Iran e Turchia non gli bastano.

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Il ticchettio della bomba a orologeria innescata nella provincia di Idlib, in Siria, sta tragicamente intensificando ritmo e sonorità con l’ammassamento di altre truppe inviate da Ankara, mentre hanno ripreso vigore gli attacchi aerei russi (oltre 100 in tre giorni) e crescenti forze militari del regime di Damasco e unità para-iraniane si stanno disponendo attorno all’area. Si teme giustamente un nuovo terribile massacro di innocenti in questo Paese martoriato da un conflitto innescato da Bashar al Assad nel 2011 e dilatatosi poi in una guerra tra il regime e i suoi oppositori che ha visto nel tempo l’inserimento a geometria variabile di forze ribelli posizionate nelle combinazioni più diverse, più o meno segnate dal marchio del terrorismo, gli uni e gli altri sostenuti ufficialmente e/o di fatto da potenze regionali e internazionali.

UN GROVIGLIO DI ALLEANZE, DALLA TURCHIA AGLI USA

Questa guerra oggi, con la sconfitta militare dell’Isis che ha visto molte madri e qualche subdola matrigna, vede il regime di Damasco, salvato dalla Russia e dal suo sodale iraniano, impegnato nella riconquista dell’intero territorio siriano con l’ineludibile quanto decisivo supporto delle precitate due potenze che sono al contempo alleate e contendenti; vede la Turchia in una stramba alleanza con le medesime assortita però da un’opposizione a Bashar al Assad sia in relazione alla sua azione anti-curda al Nord che da un contrasto con le stesse rispetto alla loro strategia di “bonifica” della provincia di Idlib su cui ha impiantato le premesse di un improprio protettorato; vede gli Usa, alleati con forze curde e militanti arabi che esercitano un sostanziale controllo dell’area a Est del fiume Eufrate, ricca tra l’altro di risorse energetiche, contrapposti a Mosca ma con essa convergenti nella tutela degli interessi di Israele nell’area sud occidentale in contrasto con le ambizioni di Teheran.

Com'è andato il vertice di Teheran su Idlib

Putin ha ribadito nel corso delle note di apertura che a Idlib i terroristi stanno preparando provocazioni anche con l'uso di armi chimiche. "Il governo siriano di Bashar al Assad "ha il diritto" di riprendere il controllo di tutto il Paese, compresa la regione di Idlib", ha detto il presidente russo, aggiungendo che ormai in Siria "i terroristi restano solo lì.

In questo contesto che ho sommariamente riassunto si colloca l’esito dell’incontro tra Vladimir Putin, Hassan Rohani e Recep Tayyip Erdogan svoltosi venerdi 7 settembre a Teheran. Esito fallimentare perché questi tre leader non sono riusciti a trovare un’intesa, un compromesso capace di conciliare le rispettive posizioni in merito al futuro da riservare alla provincia di Idlib nel più vasto contesto di quella «soluzione politica» della crisi siriana da loro retoricamente proclamata. Esito malamente mascherato dalla dichiarazione finale nella quale si è ribadita la volontà delle tre parti di continuare a lavorare per: «farla finita definitivamente col terrorismo ed evitare ulteriori sofferenze alla popolazione della provincia di Idlib»; portare avanti un processo politico negoziato giacchè, come vi si scrive in un vieto esercizio di ipocrisia diplomatica, «non vi può essere soluzione militare» alla crisi siriana.

GLI STRALI DI ZARIF VERSO IL NEMICO AMERICANO

Interessante rilevare come, nel riassumere l’andamento del vertice, il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif abbia evitato qualsivoglia accenno alle ragioni che hanno fatto di Idlib l’ultima roccaforte di ribelli e terroristi ma non abbia perso l’occasione per lanciare strali accusatori al grande nemico d’Oltreoceano, Donald Trump, tacciato di essere responsabile della «distruzione della credibilità degli Stati Uniti e dell’umiliazione dei suoi alleati» con palese riferimento al ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action) del 2015.

IL MONITO DELL'OCCIDENTE E LE PREOCCUPAZIONI DELLA TURCHIA

Tutto ciò mentre dal mondo occidentale si levava un forte monito a evitare una nuova carneficina di innocenti e da parte americana, ma non solo, veniva la forte sollecitazione a non ricorrere all’arma chimica nuovamente indicata come una linea rossa da non varcare salvo incorrere in una dura punizione militare come già avvenuto a opera di Usa, Francia e Gran Bretagna nell’aprile scorso. E mentre Erdogan tuonava contro un attacco su larga scala per ragioni umanitarie e per impedire un altro esodo di rifugiati in territorio turco, impossibile da accogliere in aggiunta agli oltre 3,5 milioni che già ospita. Lasciava solo comprendere, Erdogan, che non poteva mettere a repentaglio la sorte del Fronte di liberazione nazionale, la maggior forza militare dell’area, messo assieme a fatica raggruppando diversi nuclei di ribelli provenienti dall’intero Paese per sfuggire al regime di Damasco, e con essa il cospicuo investimento politico effettuato nell’area attraverso la creazione di strutture amministrative, formative e sociali locali.

Erdogan lasciava soprattutto intendere che né Teheran né Mosca avevano interesse a distruggere tutto ciò, rischiando un pericoloso confronto militare e compromettendo il lavorio compiuto per allentare i suoi punti di saldatura con l’Occidente, con la Nato in testa. Nello stesso tempo ha riposto sul tavolo dell’alleanza, quasi alla ricerca di una sostanziale legittimazione, il tema del suo contratto totale con i curdi del Nord siriano unendosi ai suoi partner nello sventolio della lotta senza quartiere al terrorismo che nell’ottica di Erdogan li comprende appieno.

PUTIN CONTA SU UN RIPENSAMENTO DI ERDOGAN

Il leader turco conta su un ripensamento di Putin che a Teheran non è riuscito a trovare la perseguita quadra diplomatico-militare ma che certo non vi ha rinunciato; non tanto per ragioni umanitarie – Aleppo e Ghuta ne sono due esempi terrificanti – quanto per ragioni politiche. Penso che Putin voglia non solo dimostrare di essere in grado di controllare l’azione delle truppe di terra del regime, ampiamente sostenute dalle milizie di obbedienza iraniana, ma anche e soprattutto preparare davvero il terreno per quel tanto ribadito processo negoziale sul futuro della Siria e al correlato sforzo della ricostruzione del Paese (subordinato da tutti gli Stati in grado di contribuire al successo della soluzione politica). In tale ottica Putin guarda al suo antagonista strategico, cioè gli Stati Uniti, e al concorso degli altri Paesi, dal Golfo all’Europa per l’immane prospettiva della ricostruzione.

GLI USA NON SVENDERANNO LA PRESENZA NELL'EST DELL'EUFRATE

Putin vuole uscire da questa crisi come il campione dell’anti-terrorismo, come il vero arbitro della partita siriana e interlocutore ineludibile nelle questioni mediorientali. Questo risultato non glielo può assicurare né l’Iran né la Turchia, Paesi fra l’altro impegnati in una delicata congiuntura politico-economica, senza il decisivo apporto dell’altro fronte e da quello americano in particolare che, sia ripetuto per inciso, non sembra disposto a svendere la sua presenza nell’Est dell’Eufrate. La portata e le modalità dell’offensiva nella provincia di Idlib potranno costituire un filtro importante nel perseguimento del suo obiettivo strategico.

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