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10 Ottobre Ott 2018 1028 10 ottobre 2018

Arabia Saudita e Turchia ai ferri corti per Khashoggi

Secondo Ankara la scomparsa del giornalista saudita critico del principe Mohammad bin Salman è in realtà un omicidio. Si alza la tensione sullo scacchiere geopolitico: il punto.

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Le informazioni più o meno ufficiali, ma tutte circostanziate, che filtrano dalle autorità turche sul giallo della scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato a Istanbul indicano la strada dell'omicidio. C'è una richiesta di perquisizione, accettata dalla diplomazia di Riad («è territorio sovrano, ma non abbiamo nulla da nascondere»), che secondo indiscrezioni vedrà impegnati anche gli uomini della scientifica. Le telecamere, ha comunicato la polizia turca, mostrano che Khashoggi è entrato nel consolato alle 13 del 2 ottobre 2018. I video hanno ripreso anche l'ingresso nella sede diplomatica di 15 sauditi (almeno tre dei quali, riferisce il Middle East Eye, farebbero parte dell'unita d'élite incaricata della protezione personale del principe ereditario di Riad Mohammed bin Salman) quasi alla stessa ora, la loro uscita e, un paio di ore dopo, sei veicoli con targa diplomatica che si allontanavano dal complesso. Tra questi due furgoni, uno dei quali con i vetri oscurati. Anche i consiglieri del presidente turco Recep Tayyip Erdogan affermano di avere «informazioni concrete» e di «poter certificare l'ingresso, ma non l'uscita» del noto e scomodo cittadino dell'Arabia Saudita.

Uh funzionario della sicurezza al consolato saudita di Istanbul.
GETTY

LA PISTA TURCA DELL'OMICIDIO

Da lì in poi si accavallano le speculazioni. La pista battuta sarebbe quella dell'«omicidio premeditato», a detta di fonti investigative interpellate dal Washington Post e dal New York Times, oltre che da vari media turchi e mediorientali: Ankara sarebbe certa che la morte di Khashoggi sia avvenuta poco dopo la sua entrata nel consolato, dove aveva un appuntamento per ottenere il divorzio. Khashoggi si sarebbe presentato alla sede diplomatica già il 28 settembre, ma il personale, secondo altre indiscrezioni, lo avrebbe invitato a tornare qualche giorno dopo. In uno dei furgoni ripresi, hanno scritto i giornali politicamente vicini all'asse tra Turchia e Qatar, ci sarebbe stato il corpo dell'uomo, fatto a pezzi con una motosega dopo essere stato torturato, con ogni probabilità dai 15 sauditi fatti arrivare per l'esecuzione «commissionata dai più alti livelli». Gli inquirenti turchi conoscerebbero anche le identità di quattro del commando ed Erdogan, che segue personalmente la «storia triste», ha invitato i responsabili del consolato a «provare che Khashoggi ha lasciato il consolato. Non possono limitarsi a dire che lo ha fatto».

LO SCONTRO TRA ERDOGAN E MBS

«Come nel film Pulp Fiction», commenta qualche investigatore. Il furgone con i vetri oscurati si sarebbe poi diretto verso la residenza del console. Khashoggi è uscito vivo o morto dal consolato? Una delegazione di inquirenti di Riad è atterrata intanto a Istanbul. Lo scontro ai massimi livelli nella metropoli sul Bosforo rappresenta l'acme delle tensioni tra il Qatar, sotto embargo dal giugno 2017, e la coalizione formata da Riad e l'Arabia Saudita guidata dall'erede al trono Mohammad bin Salman, MbS come dicono nel regno islamico wahhabita. Gli obiettivi geopolitici di sauditi da una parte e Turchia e Qatar dall'altra, dal 2011 finanziatori della Fratellanza musulmana alla testa delle Primavere arabe per rovesciare l'ordine costituito, divergono da quando Erdogan, dopo un breve flirt con Riad nel 2016, si è spostato sempre di più verso il blocco di Russia, Iran e Qatar. E se l'inquietante ricostruzione dei media turchi indenni dalla censura di Erdogan è certamente di parte, neanche i media di Riad possono essere considerati attendibili sulle «accuse oltraggiose e infondate di Ankara».

Ristrutturare la società saudita potrebbe essere l'eredità storica di MbS

Jamal Khashoggi
La bandiera saudita del consolato a Istanbul.
GETTY

KHASHOGGI QUASI IL SOLO A ESPORSI

È interessante che in Turchia anche l'opposizione laica del Chp sia schierata con Erdogan su questo caso. Ancor più significativa, con il senno di poi, è la descrizione di Khashoggi nell'introduzione di una sua intervista rilasciata alla Süddeutsche Zeitung nel luglio 2018: «Un interlocutore prezioso», rimarcava il quotidiano tedesco, «visto che molti suoi colleghi ormai e quasi mai nessun collaboratore del governo saudita si fida più a parlare con giornalisti occidentali e nessuno di loro ormai si faccia citare». Il 59enne ex caporedattore, anche se più volte rimosso dagli incarichi già prima della reggenza di MbS per le sue critiche all'establishment religioso e conservatore, figurava come consigliere del principe saudita ed ex capo dell'intelligence Turki bin Faisal. Oltre che ripetute interviste al capo di al Qaeda Osama bin Laden, vantava il prezioso accesso alla famiglia reale saudita. Almeno fino all'inasprirsi della repressione da parte del rampante figlio del re Salman: da un anno Khashoggi aveva riparato negli Stati Uniti, come diverse voci dissidenti nei confronti di MbS.

LE CRITICHE A MBS SULL'ECONOMIA

Nei 45 minuti di conversazione con la testata tedesca, il giornalista saudita riconosce all'irruento erede al trono i meriti nel cercare di sganciare l'economia del regno dal petrolio e di aver spinto i connazionali, soprattutto le donne, a lavorare: «Dappertutto ora le donne lavorano nei supermercati», racconta, «ristrutturare la società saudita potrebbe essere l'eredità storica di MbS». Ma Khashoggi rimarcava anche la mancanza di sostanza del piano di rilancio del Paese Vision 2030, la difficoltà da parte di MbS di rimpiazzare subito la classe dirigente arrestata nei blitz del 2017 e il fatto che all'arretrata narrativa religiosa venga sostituita una «problematica» narrativa nazionalista. Il giornalista scomparso invitava il re in pectore a mettere piede anche nelle periferie di Riad e di Jeddah, anziché «limitarsi ad aprire i cinema e i teatri per l'èlite saudita occidentalizzata», fondando seriamente «un'etica del lavoro», in modo da spingere, con «un'opera di ingegneria sociale», la maggioranza della popolazione saudita a lavorare.

Non c'è un'opposizione interna capace di danneggiare MbS. L'unica spiegazione che al momento mi do è che MbS voglia controllare tutto

Jamal Khashoggi

REPRESSIONE INTERNA MAI VISTA

La priorità dell'Arabia Saudita era «risolvere velocemente problemi economici», evidentemente per Khashoggi non più rimandabili. Poco avrà gradito il principe MbS che ai media stranieri l'ex consigliere del regno andasse a raccontare delle sacche di povertà in un territorio da gestire ben più grande degli Emirati Arabi o del Qatar e di una «disoccupazione interna molto più alta della quota ufficiale al 12%», «per alcune previsioni in rapido aumento nei prossimi cinque anni». Ancor meno avrà tollerato le aperte critiche su alcuni suoi lati caratteriali: Khashoggi ne denunciava la forte tendenza all'accentramento dei poteri e un'azione di repressione mai vista nel regno. «L'erede al trono ci va duro contro i critici come mai era accaduto prima», raccontava, «nessuno ormai osa più parlare apertamente, se fossi in Arabia Saudita non potrei affermare queste cose al telefono». Eppure «nessuna opposizione presente sarebbe in grado di danneggiarlo». «L'unica spiegazione provvisoria» che si dava Khashoggi, «è che MbS voglia controllare tutto».

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