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Aggiornato il 13 ottobre 2018 12 Ottobre Ott 2018 2122 12 ottobre 2018

Gli effetti del caso Khashoggi sui rapporti tra Usa e Arabia Saudita

Per Trump, la sparizione del giornalista non mina l'alleanza con Riad. Ma il Congresso può mettersi di traverso, ostacolando le commesse di armamenti. Soprattutto dopo le elezioni di midterm.

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Non sarà Donald Trump a cercare lo strappo con Mohammed bin Salman. Il presidente statunitense, pur minacciando ripercussioni, ha chiarito che la sparizione e il presunto omicidio del giornalista saudita residente negli Usa Jamal Khashoggi, attribuiti da più parti all'apparato di potere che tira le fila del Regno, non sono condizioni sufficienti per compromettere i rapporti «eccellenti» con il principe ereditario. A guastarli, tuttavia, potrebbero contribuire le pressioni esercitate su The Donald, con crescente intensità, dal Congresso statunitense. Anche alla luce delle ormai imminenti elezioni di metà mandato, le cosiddette midterm, in programma il 6 novembre prossimo e suscettibili di terremotare gli equilibri politici interni al Campidoglio a svantaggio di Trump e, di riflesso, del rapporto tra Usa e Arabia Saudita.

ARMAMENTI E LOTTA ALL'IRAN: L'IMPORTANZA DI RIAD PER TRUMP

Per il presidente americano, l'alleanza con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman è il perno attorno a cui ruota la politica mediorientale degli Stati Uniti e l'Arabia Saudita rappresenta un attore cruciale nel disegno volto a inasprire l'isolamento dell'Iran, nemico numero uno di entrambi i Paesi. La sparizione di un giornalista inviso a Casa Saud, pur in possesso di un permesso di residenza temporaneo negli Usa (la O-visa), non basta a stravolgere le dinamiche geopolitiche dell'amministrazione Trump, anche considerati i miliardi di dollari che corrono sull'asse Riad-Washington: 110, per la precisione, quelli al centro dell'accordo - annunciato nel maggio dello scorso anno - per la fornitura di armi statunitensi all'Arabia Saudita.

Caso Khashoggi: raffica di diserzioni alla "Davos saudita"

Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times, la Cnn, l' Huffington Post, Viacom, Hp e Uber hanno ritirato il loro sostegno alla "Davos nel deserto", il summit dei giganti della finanza e delle tecnologia in programma dal 23 al 25 ottobre a Riad, a seguito del caso di Jamal Khashoggi , il giornalista dissidente scomparso il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul.

Khashoggi è stato visto per l'ultima volta il 2 ottobre, quando è entrato nel consolato saudita a Istanbul, in Turchia. Col passare dei giorni si sono moltiplicati gli indizi a carico di Riad e, con essi, gli appelli rivolti dal Congresso a Trump affinché cessi di vendere armamenti a un Paese accusato di violare i diritti umani, in Yemen ma non solo. «Credo che questo ci danneggerebbe», ha tagliato corto Trump l'11 ottobre. «Abbiamo posti di lavoro. Abbiamo un Paese che economicamente sta andando come mai prima d'ora. Parte di questo è dovuto a ciò che stiamo facendo con i nostri sistemi di difesa: tutti li vogliono. E, francamente, penso che [interrompere la vendita di armi all'Arabia Saudita] sarebbe una pillola molto dura da inghiottire».

FUGA DALLA "DAVOS DEL DESERTO" (MA MNUCHIN CI SARÀ)

La linea di Trump è stata confermata indirettamente dalla decisione del suo segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, di presenziare alla Future Investment Initiative, il summit dei giganti della finanza e delle tecnologia in programma dal 23 al 25 ottobre a Riad. L'evento, che dovrebbe vedere l'intervento di Mohammed bin Salman, doveva essere emblema e celebrazione dell'apertura saudita al mondo delle imprese occidentali, ma nelle ultime ore ha registrato una raffica di defezioni "pesanti": da aziende del calibro di Virgin, Hp e Uber fino alle principali testate giornalistiche statunitensi, capeggiate da quel Washington Post di cui Khashoggi era columnist. In questo contesto, la presenza di Mnuchin vale più di mille rassicurazioni.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il presidente statunitense Donald Trump.
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Se dunque è lecito attendersi che Trump, di sua iniziativa, non prenderà provvedimenti capaci di rovinare nel concreto il rapporto con Riad, il Congresso ha già fatto capire che non mollerà la presa tanto facilmente. Il primo segnale, in questo senso, è stata la lettera bipartisan - recapitata il 10 ottobre a Trump - con cui 22 senatori hanno chiesto all'amministrazione che venga fatta luce sulle circostanze che hanno portato alla scomparsa di Khashoggi. Con la missiva, firmata dai rappresentanti repubblicano e democratico del Foreign Relations Committee del Senato Bob Corker e Bob Menendez, si è attivata la clausola del Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, che dà al presidente 120 giorni per valutare se, nel caso in questione, soggetti stranieri si siano resi protagonisti di violazioni dei diritti umani e se si intenda sanzionarli. La risposta rischia di essere, se non negativa, almeno di facciata. Ma il messaggio del Congresso è giunto a destinazione.

LA VARIABILE MIDTERM: I RISCHI DI UN CONGRESSO ANTI-SAUDITA

Nei prossimi giorni, il pressing su Trump aumenterà ulteriormente. In attesa di capire come le elezioni di midterm ridisegneranno gli equilibri tra repubblicani e democratici. Perché se è vero che nel Gop non mancano i deputati sfavorevoli alla campagna saudita del presidente, è tra i dem che il principe ereditario bin Salman conta il maggior numero di oppositori. A tre settimane dal voto, i sondaggi lasciano intravedere la possibilità di un Congresso a maggioranza democratica, almeno in una delle due Camere. E allora gli appelli potrebbero trasformarsi in azioni concrete, tese a bloccare - come è nei poteri del Congresso - il commercio d'armi di cui si nutre l'alleanza fra Trump e il principe bin Salman. E minare il pilastro finora più saldo della politica estera del presidente-tycoon.

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