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13 Ottobre Ott 2018 1200 13 ottobre 2018

Le persecuzioni cristiane in Corea del Nord

L'invito di Kim Jong-un al papa ha dell'incredibile. La dinastia di dittatori ha decimato i credenti. E dire che il un tempo Pyongyang era considerata la Gerusalemme dell'Est. 

  • Marco Lupis
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Possedere una Bibbia in Corea del Nord può costare la vita. Lo sapeva Ri Hyon-ok, una 33enne cristiana che venne sorpresa a distribuire Bibbie in una città vicina al confine con la Cina e venne condannata a morte nel 2009. Hyon-ok fu anche accusata di organizzare la fuga dei dissidenti verso la Repubblica popolare. Suo marito e i suoi tre figli vennero richiusi in un gulag. La sua esecuzione avvenne pubblicamente. Il governo di Pyongyang voleva inviare un messaggio chiaro: il cristianesimo è pericoloso, statene alla larga. È questo lo scenario inquietante con il quale papa Francesco – se mai dovesse decidere di accettare l’incredibile invito di Kim Jong-un - dovrà confrontarsi.

Anche la semplice pratica del culto cristiano è un delitto che si paga con la vita da quelle parti. La testimonianza di un dissidente riuscito a fuggire al Sud, Kang Su-jiin, contenuta nell’International Religious Freedom Report 2010, pubblicato dal dipartimento di Stato Usa il 17 novembre 2010, racconta di 23 cristiani arrestati in quell’anno durante un raid della polizia politica, mentre pregavano segretamente in una casa definita un «luogo di culto illegale». Tre vennero subito condannati alla pena capitale, gli altri rinchiusi nel famigerato campo di prigionia di Yodok, al quale - come è tristemente noto - i detenuti preferiscono la morte.

QUANDO PYONGYANG ERA LA GERUSALEMME DELL'EST

Il cristianesimo ha una storia antica e solida in Corea. I missionari protestanti vi arrivarono attorno al 1880, e vennero subito accolti con grande favore, accumulando conversioni su conversioni. Negli Anni 20 il cristianesimo fiorì e crebbe anche sotto la brutale dominazione coloniale giapponese. Essere cristiani veniva associato alla modernità, al progresso e alla resistenza agli invasori nipponici. Così come in Cina, molti intellettuali e modernizzatori coreani appartenevano a famiglie cristiane. Agli inizi degli Anni 40, Pyongyang ospitava una tale quantità di credenti da conquistarsi il soprannome di Gerusalemme dell’Est.

Kim il-Sung in visita a Pechino.

LA REPRESSIONE DELLA "DINASTIA" KIM

Anche il fondatore della “dinastia” comunista al potere a Pyongyang, Kim Il-sung, aveva una formazione e persino un retroterra familiare cristiani. Suo padre era insegnate di religione in una scuola protestante, il nonno materno era addirittura pastore e i suoi genitori lo portavano regolarmente alle celebrazioni religiose. In altre parole il tiranno che spazzò via ogni culto religioso nel suo Paese - tranne quello nei confronti di se stesso e della sua famiglia – non solo frequentava la chiesa, ma era persino un organista. Quando Kim Il-sung salì al potere in Corea del Nord, mise nel mirino tutte le fedi religiose in quanto controrivoluzionarie, condannandole alla più brutale repressione. Proseguita senza tentennamenti e in un crescendo di violenze e orrori dai suoi successori, il figlio Kim Jong-il e l'attuale dittatore, il nipote Kim Jong-un.

L'APERTURA DI FACCIATA ALLA FINE DEGLI ANNI 80

Quasi tutti cristiani nel Paese cercarono di fuggire al Sud. Quelli che non ci riuscirono vennero uccisi, imprigionati o ricollocati con la forza nelle zone più povere della Corea del Nord. Quando, alla fine della guerra di Corea, Kim Il-sung consolidò il suo potere, mise al bando ogni forma di religione. Nel 1960 i luoghi di culto erano pari allo zero assoluto. E tale situazione restò invariata fino al 1988 quando, sotto una forte pressione internazionale, il regime dispotico della famiglia Kim permise l'apertura di una chiesa protestante a Pyongyang, frequentata da pochissime e selezionate persone. Ma si trattava solo di una farsa. Oggi nella capitale nordcoreana operano ufficialmente quattro luoghi di culto cristiani – due protestanti, uno cattolico e uno russo-ortodosso – ma solo come specchietti per le allodole da esibire ai rari visitatori stranieri. Non esistono infatti preti in Corea del Nord, né vengono celebrate messe.

I cristiani sono particolarmente invisi al regime. Non solo perché ogni culto religioso può fare concorrenza all’adorazione obbligatoria nei confronti della dinastia Kim alla quale tutti i nordcoreani sono assoggettati con la violenza, ma anche perché sono proprio alcuni coraggiosi missionari protestanti ad avere negli anni messo in piedi – spesso a rischio della propria vita – una rete sotterranea di aiuto che consente ai pochi dissidenti di fuggire dal "paradiso stalinista” nordcoreano. Avendo basi nella confinante Cina infatti, questi gruppi organizzati da cristiani sudcoreani o americani agevolano e assistono in ogni modo chi vuole fuggire. La loro azione però è illegale anche per le autorità cinesi le quali, quando li intercettano, non esitano ad arrestarli.

GLI ORRORI DELLE ESECUZIONI DI CRISTIANI

I resoconti delle indicibili violenze e delle persecuzioni alle quali sono stati sottoposti e continuano a venire sottoposti i cristiani in Corea del Nord sono sconvolgenti. Il più terribile di cui si abbia notizia, riferito da testimoni attendibili alla commissione Usa per la Libertà religiosa nel 2005 e contenuto nel rapporto del novembre di quell’anno, riferisce di 25 persone i cui nomi vennero trovati all’interno di un notebook sequestrato dalla Bowisaryungbu gigwan won, la polizia militare, che investigava su presunti appartenenti a un culto cristiano illegale. I 25 vennero in un primo tempo interrogati, senza alcuna formale procedura di arresto o garanzia di difesa, in una sede della bowibu, la polizia politica segreta la quale, senza processo, decise la loro condanna. Tutti i 25 vennero portati sul cantiere di una autostrada. I cinque considerati leader del gruppo - il pastore, due suoi assistenti e due altri fedeli – accusati dalla bowibu di essere cristiani protestanti e di cospirare quali spie contro il regime vennero legati mani e piedi e costretti a stendersi sull'asfalto di fronte a uno schiacciasassi. Gli altri 20 arrestati furono costretti a guardare i compagni schiacciati dal rullo compressore. Prima dell’esecuzione, ai cinque venne chiesto di rinnegare la loro fede, per avere salva la vita. Nessuno rispose.

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