Elezioni Midterm Usa
Elezioni di midterm negli Usa
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2 Novembre Nov 2018 1736 02 novembre 2018

Le cose da sapere sulle elezioni di midterm negli Usa

Le modalità di voto. I seggi in gioco. Le sfide chiave. I sondaggi. I volti da tenere d'occhio. Guida all'appuntamento di metà mandato. In programma il 6 novembre.

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Il 6 novembre gli americani sono chiamati alle urne per rinnovare parte del Congresso statunitense. Si tratta delle cosidette elezioni di metà mandato, in inglese midterm. Il voto cade mentre il mandato presidenziale di Donald Trump è ancora in corso e quindi rappresenta un indice di gradimento notevole per l'inquilino della Casa Bianca. Analisti e sondaggisti vedono all'orizzonte una "Onda blu" in grado di cambiare gli equilibri interni al Campidoglio, facendo pendere l'ago della bilancia alla Camera in favore del Partito democratico e complicando non poco i piani del presidente-tycoon (segui qui la diretta del voto). Ma anche per il partito dell'Asinello non mancano le incognite, in particolare al Senato.

1. PER COSA SI VOTA: I NUMERI ALLA CAMERA E AL SENATO

Gli elettori devono rinnovare tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti, che rimangono in carica due anni, e un terzo dei 100 senatori, 35 in questa tornata (perché ci sono anche due elezioni supplementari). I membri del Senato restano in carica sei anni e un terzo della camera in questione si rinnova ogni due. Due anni fa, in concomitanza con il voto presidenziale, il Partito repubblicano ottenne la maggioranza nei due rami del parlamento con 241 deputati e 22 senatori su 34. Il 6 novembre, questi numeri potrebbero cambiare, soprattutto alla Camera. Sul piatto ci sono diversi aspetti che potrebbero giocare in favore dei democratici. Come l'elevata impopolarità di Trump, solo il 42% degli americani infatti approva il suo operato. Molte delle promesse fatte dal presidente sono rimaste lettera morta, prima fra tutte il muro al confine con il Messico. Allo stesso tempo, è al palo il piano di investimenti per rinnovare le infrastrutture americane così come l'espulsione degli irregolari. Ma il tycoon ha frecce al suo arco, a partire dall'economia, con un dato su tutti: quello sulla disoccupazione. A ottobre il tasso degli americani senza lavoro è sceso al 3,7%, uno dei più bassi da una cinquantina d'anni a questa parte.

2. LA STORIA: LE MIDTERM HANNO SORRISO SOLO A TRE PRESIDENTI

Va detto che normalmente il cambio di colore alle midterm è fisiologico. Con rare eccezioni nella storia americana, dopo due anni di presidenza la popolarità del presidente è quasi sempre in calo. In passato, solo a tre leader è riuscita l'accoppiata presidenza e midterm: a George W. Bush nel 2002 dopo l'attentato dell'11 settembre, a Bill Clinton nel 1998 e, più indietro, a Franklin D. Roosevelt durante il "New Deal", nel 1934. Per Barack Obama le due tornate elettorali del 2010 e del 2014 furono un mezzo disastro. Nel primo caso, alla Camera i seggi persi furono ben 63, al Senato furono sei. Quattro anni dopo, l'elezione riservò un -13 tra i deputati e un -9 tra i senatori. Per Trump, però, se alla Camera la situazione è complicata, potrebbe essere all'orizzonte una mezza vittoria al Senato. Qui il Gop, infatti, potrebbe non solo mantenere la maggioranza, ma anche recuperare qualche seggio.

Franklin D. Roosevelt.

3. I SONDAGGI: DEMOCRATICI AVANTI COL 50,3% SU BASE NAZIONALE

Secondo la supermedia realizzata dal sito di sondaggi e analisi politiche FiveThirtyEight, il Partito democratico è avanti con il 50,3% delle preferenze, contro il 41,8% dei repubblicani. Oggi, la House of Representatives è in mano al Gop che controllano 235 seggi contro i 193 dei dem (gli altri sette sono ancora vacanti). Per prendere il controllo, il partito dell'Asinello deve riuscire a vincere in 22 distretti (i distretti rappresentano la divisione del territorio americano per le elezioni alla Camera). Secondo il modello previsionale di Nate Silver, i dem hanno l'84,9% di possibilità di conquistare la Camera per almeno 233 deputati contro i 202 che resterebbero ai repubblicani (Dati aggiornati al 2 novembre). Ma non tutto è scontato. Secondo un rapporto del Brennan Center for Justice, i democratici partono svantaggiati in alcune aree del Paese. Nel corso degli anni, i repubblicani hanno ridisegnato diversi collegi in maniera a loro favorevole secondo la cosiddetta pratica del gerrymandering, in particolare in Ohio, Carolina del Nord e Wisconsin. Nel rapporto si legge che, anche con un grande appoggio del voto popolare, i dem potrebbero non farcela e si ipotizza che per avere successo la forbice tra i due partiti dovrebbe arrivare addirittura a 11 punti percentuali.

Cosa dicono i sondaggi sulle elezioni di midterm Usa

Per i sondaggi di Nate Silver, le elezioni di midterm Usa 2018 vedranno i repubblicani tenere il controllo del Senato e i democratici prendere la Camera.

4. IL NODO DEL SENATO: PERCHÉ LA STRADA PER I DEM È IN SALITA

Mentre tutti i seggi della Camera sono sul piatto, come abbiamo visto non tutto il Senato è in gioco. E qui, in questa tornata elettorale, paradossalmente, a rischiare di più sono i democratici. Dei 65 seggi del Senato che non sono toccati dal voto solo 23 sono in mano al partito dell'ex presidente Obama, mentre i repubblicani ne gestiscono ancora 42. Tra i 35 in gioco, ben 24 riguardano candidati dem uscenti, due sono indipendenti (tra questi l'ex candidato alla nomination democratica Bernie Sanders) e solo nove sono di area repubblicana. Per questo, per i democratici sarà molto difficile prendere il controllo del Senato. Per avere la maggioranza, tutti i dem uscenti, i cosiddetti incumbent, dovrebbero mantenere il seggio, mentre altri due dovrebbero vincere contro i repubblicani. Un impresa non semplice. Secondo FiveThirtyEight, solo 18 seggi sono saldamente in mano ai dem. Quattro saranno probabilmente blu, mentre altri tre hanno discrete possibilità. Conti alla mano, solo 26 seggi dovrebbero quindi finire all'Asinello. Per puntare a controllare la Camera alta resterebbero solo briciole. Quattro seggi saranno sicuramente repubblicani, tre con ogni probabilità rimarranno rossi e uno pende verso il Gop. Alla fine, secondo i sondaggisti, solo due restano in gioco: il seggio del Nevada di Dean Heller e quello dell'Ariziona conteso dalla dem Kyrsten Sinema e dalla repubblicana Martha McSally, anche se le valutazioni degli analisti cambiano di giorno in giorno. Secondo Silver, le percentuali di successo al Senato sono completamente ribaltate rispetto alla Camera. Il Gop dovrebbe vincere e ottenere 51 senatori, confermando l'attuale situazione, mentre a democratici e indipendenti resterebbero 49 seggi.

La sicuazione al Senato fotografata da FiveThirtyEight.

5. LE SFIDE DA TENERE D'OCCHIO: FARI SUL TEXAS

Nel corso del 2018, la primarie che i due schieramenti hanno affrontato hanno dato indicazioni interessanti. Il partito dell'Asinello, in particolare, ha visto un'infornata di candidati che ha portato aria di cambiamento: dalle donne ai membri delle minoranze fino ai candidati Lgtbq. Nello specifico, l'ondata rosa potrebbe frantumare ogni record con 257 candidate tra Camera e Senato, capitanate dalla rivelazione anti-establishment Alexandria Ocasio-Cortez, vincitrice delle primarie a New York. Ci sono sfide chiave che racchiudono storie molto americane. È il caso di Rashida Tlaib e Ilhan Omar che potrebbero diventare le prime donne musulmane a sedere al Congresso, la prima candidata in Michigan, la seconda in Minnesota. Discorso simile per due candidate texane, Sylvia Garcia del 29esimo distretto e Veronica Escobar del 16esimo, che potrebbero essere le prime ispaniche a rappresentare lo Stato della stella solitaria a Washington. Ma in Texas si gioca un'altra sfida che racchiude significati profondi, quella tra il democratico Ted Cruz e il dem Beto O'Rourke. Secondo gli ultimi sondaggi, il deputato di El Paso è a circa cinque punti dall'ex candidato presidenziale, un distacco che rende Cruz vicino alla rielezione. Ma il dato interessante è che un seggio che in passato è stato saldamente repubblicano è diventato contendibile, segno che in Texas le cose sono cambiate.

6. LE ALTRE VOTAZIONI: SI ELEGGONO ANCHE 36 GOVERNATORI

Il 6 novembre non si vota solo per il Campidoglio. Gli elettori sono chiamati a rinnovare 36 governatori, per esempio in Florida, California, Ohio, Wisconsin, Georgia, e Nevada. Tra le sfide più interessanti, quella di Stacey Abrams, appoggiata da Obama e Sanders, che potrebbe diventare la prima governatrice afroamericana della Georgia. Discorso analogo per la Florida, dove il sindaco democratico di Tallahasse Andrew Gillum ha buone possibilità di diventare il primo governatore afroamericano del Sunshine State. In tutto il Paese, inoltre, si vota per proposte e referendum locali. Michigan e Nord Dakota dovranno decidere sulla legalizzazione della cannabis, mentre in Missouri e Arkansas sarà in gioco l'aumento del salario minimo. Alabama, Oregon e West Virginia dovranno esprimersi sull'aborto. Mentre altri quattro Stati dovranno decidere se estendere le spese per il programma di assistenza sanitaria Medicaid.

Il candidato democratico Beto O'Rourke.

7. LA VARIABILE AFFLUENZA: VERSO (QUASI) IL 50%

Ancora prima del voto, queste midterm hanno già fatto segnare un record. Sono state le elezioni di metà mandato più costose della storia. Il Center for Responsive Politics ha scritto che a soli sei giorni dal voto sono già stati spesi 4,7 miliardi di dollari da candidati, partiti e comitati elettorali. Lo stesso centro studi è convinto che entro la fine della campagna elettorale la cifra avrà superato i 5 miliardi. Conti alla mano, un aumento del 35% rispetto a quattro anni fa. Un boom che ha premiato soprattutto i democratici, che tra luglio e settembre hanno raccolto 69,6 milioni di dollari contro i 21,4 degli avversari. Un caso emblematico è stato quello di O'Rourke, che tra il primo gennaio e il 17 ottobre ha raccolto 70 milioni di dollari (tutti da piccoli donatori), contro i 33,4 del repubblicano Cruz. Al di là delle statistiche e delle simulazioni, l'esito del voto resta incerto. In un'America sempre più polarizzata, la vittoria passa dalla capacità dei partiti di portare la propria base alle urne. Su entrambi gli schieramenti pesa l'incognita dell'affluenza. Normalmente, le midterm richiamano al voto meno della metà degli americani, ma in questo caso potrebbero andare al voto più elettori del previsto. Il 24 ottobre, il New York Times ha scritto che già 7 milioni di persone avevano espresso la loro preferenza con il voto anticipato via posta. Il 2 novembre Michael P. McDonald docente dell'Università della Florida autore del sito electproject.org ha raccolto tutti i dati scrivendo che oltre 30 milioni di americani hanno votato in anticipo, un'indicazione che potrebbe spingere l'affluenza finale al 48%, a un passo dal record del 1914 quando a votare fu il 51%.

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