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4 Novembre Nov 2018 1500 04 novembre 2018

Cosa può succedere con un'avanzata democratica alle midterm

Barricate contro Trump sull'Obamacare e sull'immigrazione. Ma anche un asse tra l'Asinello e il presidente sulle infrastrutture. Con un occhio all'impeachment. Guida alle conseguenze politiche del voto.

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A pochi giorni dalle elezioni statunitensi di metà mandato, la situazione appare ancora incerta. Stando agli ultimi sondaggi, l’esito più probabile è quello di un Congresso spaccato in due: se i democratici dovrebbero infatti riuscire a riconquistare la Camera dei Rappresentanti, i repubblicani sembrano in grado di mantenere il controllo del Senato (dove difendono appena nove seggi). Ma nel caso in cui l’Asinello conseguisse un buon risultato il prossimo 6 novembre, quali sarebbero le ripercussioni in termini concreti sulla presidenza Trump? Ecco i terreni di scontro più importanti (segui qui la diretta del voto).

1. OBAMACARE: BARRICATE DEM PER DIFENDERE QUEL CHE RESTA

La riforma sanitaria di Barack Obama (siglata nel 2010) è da sempre uno dei bersagli preferiti del Partito Repubblicano. Dopo mesi passati nel vano tentativo di smantellarla, nel dicembre 2017 l’Elefantino è riuscito a picconarne uno dei pilastri caratterizzanti: l’obbligo per i cittadini di munirsi di un’assicurazione sanitaria. Un provvedimento abrogativo che è stato inserito nel pacchetto legislativo dedicato alla riforma fiscale. Ovviamente i democratici non hanno preso bene la cosa, anche perché la difesa dell'Obamacare ha rappresentato, negli ultimi due anni, uno dei pochi fattori coesivi in un partito dilaniato dalle lotte intestine. Per questa ragione, se l’Asinello conquisterà il controllo dell’intero Congresso, è altamente probabile che reintegrerà la parte smantellata della riforma sanitaria obamiana. Dovesse invece ottenere la sola Camera, bloccherà ogni tentativo dei repubblicani di proseguire nell’abolizione dell'Obamacare. Senza tuttavia dimenticare che la sanità rischia di diventare un elemento divisivo tra i democratici stessi. Non è un mistero che la sinistra del partito, guidata dal senatore Bernie Sanders, voglia arrivare all’approvazione di un sistema sanitario universale: proposta che i democratici centristi non hanno invece granché in simpatia.

2. RIFORMA FISCALE: PER SMANTELLARLA, LA CAMERA NON BASTA

Uno degli aspetti più reaganiani del programma di Trump è sempre stato quello legato alla riforma fiscale. Già in campagna elettorale, il magnate aveva promesso una energica detassazione. Un disegno trasformatosi in realtà nel dicembre del 2017, quando il Congresso – pur annacquando un poco il progetto originario del presidente – ha varato un netto taglio: soprattutto per quanto riguarda l’aliquota della tassa sulle imprese (scesa dal 35% al 21%). I democratici hanno sempre avversato questa riforma, tacciandola di essere nulla di più che un iniquo favore alle classi abbienti e ai colossi industriali. Tanto che – differentemente dalla riforma reaganiana del 1986 – quella di Trump non ha avuto un sostegno bipartisan e si è appoggiata su numeri parlamentari molto più risicati. Se dunque i democratici dovessero riuscire ad acquisire il controllo dell’intero Congresso, è verosimile che procederanno a smantellare (almeno in parte) la riforma fiscale di Trump. Una via non praticabile, qualora conquistassero la sola Camera.

Il presidente statunitense Donald Trump.

3. GIUSTIZIA: SENZA IL SENATO, I DEM HANNO LE MANI LEGATE

La nomina dei giudici si è rivelata una delle questioni per cui Trump e il Partito Democratico sono spesso entrati in rotta di collisione. In particolare, l’attuale presidente ha nominato due nuovi componenti della Corte Suprema (Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh) profondamente conservatori e – per questo – invisi all’Asinello. Senza poi dimenticare che, anche nelle corti federali inferiori, Trump ha nominato un gran numero di togati destrorsi. Non è quindi un mistero che il Partito Democratico veda questa situazione come il fumo negli occhi: non solo teme un eccessivo spostamento a destra della giustizia americana (soprattutto sui temi eticamente sensibili) ma accusa ripetutamente il presidente di politicizzare le corti. Ciononostante, è difficile che la situazione possa mutare nel prossimo futuro. Non dobbiamo dimenticare infatti che – in base alla Costituzione americana – il presidente nomina i giudici che debbono essere poi confermati dal Senato. Ragion per cui, se i democratici (come sembra) non riusciranno a conquistare la Camera alta, sarà molto difficile che possano contrastare le scelte di Trump in materia giudiziaria.

Voci dalla carovana al confine tra Guatemala e Messico

Mondo Da quattro giorni, il ponte che divide il Guatemala dal Messico è occupato da centinaia di persone che sfidano le intemperie, le piogge serali e la canicola diurna, senza alcuna assistenza umanitaria organizzata. Sono soprattutto giovani, donne e bambini centroamericani, e sono parte del più grande esodo migratorio visto fino ad oggi su questa via.

4. IMMIGRAZIONE: IL TENTATIVO (IN SALITA) DI UNA RIFORMA ORGANICA

È possibile che, in caso di buon risultato il 6 novembre, i democratici possano portare avanti una battaglia sull’immigrazione. Notoriamente, Trump ha sempre promosso politiche restrittive verso i flussi migratori provenienti dall’America Latina. Un elemento che l’Asinello contesta duramente. In tal senso, qualora i democratici riuscissero a conquistare l’intero Congresso, potrebbero cercare di varare una riforma organica dell’immigrazione, che possa mettere un freno all’attuale linea della Casa Bianca. Ciò detto, bisognerebbe comunque vedere i loro numeri parlamentari. Il presidente ha il potere di veto sulle leggi licenziate dal Campidoglio. Potere aggirabile soltanto con un quorum molto elevato: due terzi dei deputati del Congresso.

Il senatore democratico Bernie Sanders.

5. INFRASTRUTTURE: VERSO UN ASSE TRA TRUMP E L'ASINELLO

Trump non è un repubblicano classico. Anzi, ha un profilo politico trasversale, che mescola elementi di destra con altri derivanti dalla tradizione democratica. Per questo, anche nel caso di un Congresso avverso, non è detto che rinunci ad aperture, in nome di collaborazioni e provvedimenti bipartisan. Uno degli ambiti dove ciò potrebbe accadere è quello della riforma infrastrutturale. Suo storico cavallo di battaglia ai tempi della campagna elettorale, Trump la aveva riproposta nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato a gennaio. L’idea del presidente sarebbe quella di presentare un vigoroso piano di investimenti pubblici e privati per ristrutturare le infrastrutture fatiscenti e assorbire così parte della disoccupazione americana. Un’idea che dalle parti del Partito Repubblicano vedono con sospetto, visto che ricorda il New Deal di Franklin D. Roosevelt: un piano di riforme che i repubblicani più ortodossi hanno sempre considerato un esempio di pericoloso statalismo. Al contrario, non sono pochi i democratici che – almeno teoricamente – dovrebbero apprezzare la riforma infrastrutturale di Trump. Basti pensare che, sul tema, in campagna elettorale la sinistra di Sanders diceva cose molto simili a quelle dell’attuale presidente. Una collaborazione sulle infrastrutture è quindi altamente probabile: una eventualità che permetterebbe, tra l’altro, a Trump di isolare i repubblicani più liberisti. Una compagine con cui il magnate non è mai andato in fin dei conti troppo d’accordo.

Il processo di impeachment è istruito dalla Camera, a maggioranza semplice, e votato poi dal Senato, dove è richiesto un quorum di due terzi per emettere un verdetto di colpevolezza

6. IMPEACHMENT: CON LA MAGGIORANZA ALLA CAMERA, SI PUÒ AVVIARE L'ITER

Da mesi, si fa un gran parlare di impeachment. In particolare, molti analisti sostengono che la messa in stato d’accusa del presidente sul caso Russiagate risulterebbe addirittura imminente. Di certo, qualora i democratici riuscissero a conquistare anche soltanto la Camera, si tratterebbe di un’ipotesi relativamente probabile. Il processo di impeachment è istruito dalla Camera, a maggioranza semplice, e votato poi dal Senato, dove è richiesto un quorum di due terzi per emettere un verdetto di colpevolezza. Ai democratici basterebbe quindi il controllo della Camera per avviare il processo. E, anche se arrivare a una condanna risulterebbe di fatto quasi impossibile, la loro strategia potrebbe essere quella di approfittarne comunque per mettere i bastoni tra le ruote al presidente, paralizzandone l’attività di governo. Il punto è che, all’interno dello stesso Asinello, non sembra esserci una linea unitaria sulla questione. Se soprattutto a sinistra si invoca l’impeachment, tra i centristi si nutre invece una certa preoccupazione. Molti temono infatti che possa ripetersi quanto accadde a Bill Clinton, il quale raggiunse il picco di popolarità proprio nel periodo in cui fu messo in stato d’accusa. Il rischio è quindi che un eventuale impeachment possa tramutarsi in un boomerang per i democratici.

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