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5 Novembre Nov 2018 1740 05 novembre 2018

Quali sono gli effetti delle sanzioni di Trump sull'Iran

Gli Usa non riusciranno a sconfiggere il regime, ma la crisi economica rischia di sbarrare la strada ai riformisti. Mentre il crollo dell'export del petrolio e l'impennata dell'inflazione aggravano la crisi.

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La questione delle sanzioni all'Iran è ben più grave del botta e risposta sui social network in stile – molto blockbuster e molto americano – Game of Thrones tra Donald Trump («le sanzioni stanno arrivando») e il generalissimo dei pasdaran Qassem Soleimani («io ti affronterò») che tutto può in Medio Oriente. Come hanno ricordato a Teheran bruciando bandiere a stelle e strisce e dollari e marciando verso la vecchia ambasciata degli Usa, è una questione che dura da 40 anni, cioè dalla Rivoluzione iraniana iniziata nel 1978 e finita un anno dopo con la fuga dello scià Reza Pahlavi, il ritorno in Persia da leader dell'ayatollah Ruhollah Khomeini e soprattutto con l'assalto dell'ambasciata americana a Teheran il 4 novembre 1979, cui seguì la crisi degli ostaggi. Il 4 novembre 2018 Trump ha fatto sì che – a ridosso delle elezioni Usa di Medio termine del 6 novembre – tornassero a calare sull'Iran le restrizioni commerciali e finanziarie più dure dalla stagione dell'amministrazione Ahmadinejad.

Bandiere e dollari bruciati.
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LA TATTICA DA SCHIACCIASASSI DI TRUMP

L'accordo sul nucleare iraniano del 2015 è carta straccia per Trump che dopo la riforma sanitaria, i trattati di libero scambio, l'accordo sui cambiamenti climatici e il disgelo con gli Usa affossa un altro risultato raggiunto dall'amministrazione Obama. Come già per la Corea del Nord e per la Palestina, la Casa Bianca - che ha come stella polare la tutela di Israele in Medio Oriente - si prefigge di strozzare la Repubblica islamica, così da costringerla a rinegoziare al ribasso una tregua con gli Usa. L'ideale sarebbe una resa incondizionata, lo schema mentale di Trump è spianare gli ostacoli sul percorso e stritolare gli avversari, lo ha fatto per decenni con i rivali d'affari, prima ancora che politici. Una coazione a ripetere che non tiene conto della portata diversa dei nemici, che specie se Stati sovrani e potenze regionali hanno un peso.

RABBIA POPOLARE PER L'EMBARGO PUNITIVO

La conseguenza più sconfortante dell'embargo punitivo degli Usa che, dopo la prima tranche di agosto sull'import-export di metalli, tappeti e prodotti alimentari, è stato esteso alle vendite di petrolio e alle transazioni finanziarie nel circuito internazionale del dollaro, è una porta in faccia a un Paese che si stava lentamente aprendo. Come ogni 4 novembre, per le commemorazioni dell'attacco degli studenti all'ambasciata che tenne sotto scacco gli Stati Uniti per oltre un anno (52 gli ostaggi trattenuti fino al 20 gennaio 1981), a Teheran sono stati gridati gli slogan «abbasso gli Usa» e «morte a Israele»: nella retorica nel regime, la ricorrenza è celebrata per tradizione anche come la Giornata degli studenti e la Giornata della lotta contro l'arroganza globale. Ma mai come quest'anno il sentimento di subire l'arroganza degli Usa è stato tanto condiviso dai cittadini: è bruciante la delusione per il voltafaccia degli Usa.

Contro gli Usa alle dimostrazioni del 4 novembre.
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Anche il Fondo monetario internazionale prevede un tasso di inflazione al 30% in Iran entro la fine del 2018

LA GRAVE CRISI ECONOMICA INTERNA

Il risentimento verso il tradimento – l'ennesimo – degli americani cresce di pari passo con la grave crisi economica. Il periodo è critico dall'annuncio di Trump, l'8 maggio scorso, del ritiro unilaterale dall'intesa internazionale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina, Russia e Unione europea) firmata con l'Iran: il sentore di nuove e gravi sanzioni ha innescato una fuga verso monete forti come l'euro e il dollaro e beni rifugio come l'oro, con inflazione che, ancora questo autunno, dai dati della Banca centrale iraniana galoppa al +16% (+ 37% dallo scorso anno), con la valuta nazionale svalutata, dai 40.500 rial sul dollaro del 2017, ai 145 mila attuali. Anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede un tasso di inflazione al 30% e una crescita al ribasso del -1,5% entro la fine dell'anno. Eppure nei mesi estivi il turismo verso l'Iran ha tenuto e il muro contro muro degli Stati europei contro Trump sull'Iran stava rallentando il boicottaggio.

TRUMP AFFOSSA LE APERTURE DI ROHANI

Serviva fiducia, sono arrivate stangate. Anche dopo il dietrofront degli Stati Uniti, il governo moderato del presidente Hassan Rohani ha proseguito nelle scelte di apertura: l'Iran si è collegato a tutti i Paesi vicini via mare e sono stati facilitati gli investimenti stranieri e i visti (rilasciati all'aeroporto, dall'autunno senza timbro sul passaporto) anche per gli europei. La Repubblica islamica ha rafforzato i rapporti commerciali con la Turchia e con il Qatar, anche per contribuire ai lavori per i Mondiali di calcio del 2022 nell'emirato. E nel Paese dello sciismo eretto da Khomeini a dogma di Stato, anno dopo anno i costumi occidentali sono stati più tollerati dell'elezione di Rohani nel 2013: l'obbligo del velo resta ma lo si indossa con più disinvoltura, i controlli sono meno serrati e di recente sono state fatte entrare le donne negli stadi. Un processo lento ma continuativo che la durezza degli Usa può arrestare di colpo.

Il petrolio iraniano contribuisce all'80% delle entrate nazionali.
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IL MALCONTENTO CONTRO IL GOVERNO

Il presidente Rohani ha ricevuto, nel 2017, la fiducia di un secondo mandato ma è sotto pressione sin da prima dell'elezione di Trump per il mancato decollo economico del Paese, anche sotto l'amministrazione più conciliante di Obama. Le proteste, esplose in Iran per alcune crisi bancarie già durante lo scorso Natale, si sono riaccese durante l'estate, quando a chiudere le saracinesche dei negozi e a scendere in strada a manifestare sono stati anche i bazari, i commercianti del bazar. Forte anche dell'appoggio dei partner europei, Rohani tiene duro sulla linea di opposizione ferma – ma pacifica – a Trump, rassicurando la popolazione che «i profitti delle vendite del petrolio non si arresteranno, nonostante la volontà degli Usa di tagliarli a zero». Ma sull'entità e sulle ripercussioni della crisi è contraddetto anche da membri dell'esecutivo e la propaganda politica antiamericana è tornata in mano allo zoccolo duro degli intransigenti.

LA PROPAGANDA DEGLI INTRANSIGENTI

Alle manifestazioni autocelebrative, con migliaia di supporter, per la presa dell'ambasciata (oggi un centro culturale), il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari esortava gli iraniani alla «resistenza continua» contro la «guerra economica e psicologica, ultima risorsa degli Usa». L'alter ego di Soleimani (al comando delle forze speciali nelle campagne all'estero) in Iran ha avvisato lo «strano presidente americano» a «non minacciare l'Iran militarmente». E mentre, sulla tivù di Stato persiana, scorrevano le immagini di esercitazioni militari e di scudi anti-missili schierati nel Paese, la Guida suprema Ali Khamenei faceva leva «sull'autosufficienza rafforzata» e anche il comandante maggiore Ataollah Salehi rilanciava: «Le minacce dei nemici hanno fatto sviluppare alla potenza iraniana elevate capacità militari». Ed effettivamente negli ultimi decenni il fronte iraniano sciita ha esteso l'influenza militare e politica in Medio Oriente, dal Libano all'Iraq, vincendo anche la guerra in Siria.

Il Mossad israeliano ha sventato l'omicidio mirato di un oppositore accusato dai pasdaran dell'attentato in Iran del 22 settembre

L'EXPORT DELL'IRAN VERSO LE 8 SORELLE

A pochi giorni dalle nuove sanzioni, il Mossad israeliano ha anche sventato, in Danimarca, l'omicidio mirato di un oppositore accusato dai pasdaran dell'attentato in Iran del 22 settembre durante una parata militare, che ha fatto 29 morti. Economicamente, l'embargo colpisce altre 300 tra società bancarie, petrolifere e navali e ha già fatto calare l'export del greggio che copre l'80% delle entrate nazionali. Ma Teheran ha per la prima volta alleati i Paesi dell'Ue (Regno Unito incluso) che sulla falsariga della Russia rivendicano il diritto a commerciare con l'Iran su un circuito finanziario alternativo. Cina, India, Grecia, Italia, Taiwan, Giappone, Turchia e Corea del sud sono poi state esentate temporaneamente dagli Usa dalla scure delle sanzioni secondarie e sono tra i primi partner commerciali dell'Iran. La situazione è esplosiva, migliaia di persone sono agli arresti in Iran per le proteste dal 2017, ma al netto delle libertà individuali rovesciare il regime di Khomeini appare un obiettivo ambizioso anche per Trump.

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