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9 Novembre Nov 2018 1201 09 novembre 2018

Quali sono i temi che dividono Italia e Francia in Libia

Alleanze. Interessi economici. Ma anche aree di influenza. E rapporti con l'inviato speciale dell'Onu. Ecco le questioni che separano Roma da Parigi. A tre giorni dalla Conferenza di Palermo.

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Ci saranno tutti a Villa Igiea per la Conferenza per la Libia. Sul tavolo c’è il futuro di un Paese ancora nel caos, di fatto “spaccato” in tre e sostenuto da alleanze incrociate: da un lato il governo di Unità nazionale libico, guidato da Fayez al-Serraj, sostenuto dalla comunità internazionale (Italia compresa); dall’altro il generale Khalifa Haftar, che guida l’Esercito Nazionale libico e conta sull’appoggio di Francia, Russia ed Egitto. Infine, ci sono le milizie di Misurata, che possono giocare un ruolo cruciale nella mediazione e sono già risultate decisive per raggiungere un cessate il fuoco lo scorso settembre. La riuscita del vertice, però, passa anche dalla rivalità tra Italia e Francia, che in Libia nutrono forti interessi e mirano entrambe alla leadership nel processo di stabilizzazione. Tra vecchi attriti e recentissime polemiche a contrapporre Roma e Parigi sono la gestione dei migranti, un’ eventuale suddivisione della Libia in zone di influenza, gli interessi economici legati alle rispettive aziende energetiche, Eni e Total, ma anche i rapporti con l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé.

1. LA GUERRA DEI SUMMIT: PRIMA PARIGI, POI PALERMO

Il summit ha l’obiettivo di arrivare a una road map per la Libia, che porti a elezioni che sanciscano la fine della contrapposizione tra Tripoli e Tobruk (ma anche Misurata). Ma se Parigi aveva già indicato nel 10 dicembre una possibile data, trovando sponda nel generale Haftar convocato a Parigi lo scorso maggio, l’Italia e la comunità internazionale hanno mostrato dubbi sulla fattibilità di un piano ritenuto troppo frettoloso. Lo scorso luglio il presidente statunitense, Donald Trump, ha affidato al premier Giuseppe Conte la “cabina di regia” sulla Libia, ridimensionando il ruolo dell’Eliseo e riportando al centro quello italiano. Il presidente francese Emmanuel Macron non ha gradito l’intervento statunitense: ha atteso prima di confermare la propria presenza a Palermo e ha poi organizzato un pre-summit a Parigi, per l’8 novembre, con alcuni altri rappresentanti. Una mossa ritenuta una sfida aperta all’Italia, a soli quattro giorni dalla conferenza in Sicilia.

Le milizie di Misurata.
ANSA

2. IL RISIKO DELLE ALLEANZE: DA HAFTAR AGLI STATI UNITI

Al tavolo dei negoziati a Palermo i protagonisti della questione libica arrivano da posizioni finora inconciliabili. L’adesione del generale Haftar è giunta dopo l’incontro a Roma con Conte (e con l’avallo di Mosca) e ha coinciso con il via libera al ritorno a Tripoli dell’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone, da lui stesso definito «persona non gradita» lo scorso agosto. A infastidire il capo dell’esercito libico era stata la contrarietà espressa dal diplomatico al piano per elezioni a dicembre, concordato da Haftar con Macron, escludendo l’Italia. Se la Francia si schiera con l’uomo forte della Cirenaica, l’Italia sostiene il governo di Unità nazionale libico, guidato da al-Serraj, riconosciuto anche dall’Onu e dagli Usa, che a Palermo potrebbero inviare il segretario di Stato, Mike Pompeo. La Russia, invece, nonostante il sostegno ad Haftar, è interessata a vagliare altre soluzioni e sarà presente col vice ministro degli Esteri e inviato speciale in Medio Oriente Mikhail Bogdanov. Il cambio di prospettiva è giunto dopo il recente viaggio di Conte a Mosca, dove con Vladimir Putin ha discusso di Libia, ma anche di una possibile azione italiana a livello europeo per un ammorbidimento delle sanzioni contro il Cremlino. Questa mossa di fatto ha indebolito l’asse privilegiato costruito da Macron con Putin.

Come sono cambiati i rapporti tra Haftar e l'Italia

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A completare il puzzle delle alleanze incrociate c’è anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, principale alleato di Haftar nella regione. Anche in questo caso Roma ha lavorato per ricucire lo strappo dopo il caso Giulio Regeni, rinsaldando i propri rapporti col Cairo legati agli interessi di Eni nell’area e a quelli egiziani nel turismo italiano. Oltre a essere presente nel mega giacimento offshore di Zhor, l’azienda italiana ha di recente annunciato una nuova scoperta di gas nel deserto occidentale egiziano, che potrebbe erogare fino a 700 mila metri cubi al giorno. Il turismo italiano, inoltre, rappresenta una risorsa indispensabile per l’Egitto, specie in località come Sharm el Sheik e Hourgada, duramente colpite dagli attentati terroristici. La presenza italiana è tornata a crescere nel 2017 (+94%), con un ulteriore incremento nel primo bimestre del 2018, tanto che le compagnie aeree egiziane hanno istituito nuove rotte dirette con l’Italia. Infine, al summit sono attesi rappresentanti di Tunisia, Turchia e Qatar, ossia i principali “sponsor” di al-Serraj, e per la Germania il ministro di Stato agli Esteri Niels Annen.

3. LE AREE DI INFLUENZA: FEZZAN "FRANCESE" E TRIPOLITANIA "ITALIANA"

L’unità della Libia rimane la priorità per l’Italia, ma la Francia avrebbe interesse a mantenere lo status quo, nel quale i due Paesi esercitano la propria influenza in aree ben distinte: Parigi nel Fezzan, a Sud del Paese, mentre l’Italia nella Tripolitania, estendendosi magari alla Cirenaica. La riuscita del summit, con l’abbandono del piano francese, potrebbe passare dalla volontà di dotare la Libia di un vero esercito unificato. Non a caso i primi segnali di distensione tra Tripoli e Tobruk sono stati compiuti con i recenti incontri al Cairo tra i vertici delle rispettive milizie. Passi in avanti che seguono la decisione, a inizio ottobre, di far entrare nell’esecutivo di Tripoli anche rappresentanti di Misurata, in passato avversari di Haftar, ma di recente mediatori tra il fedelmaresciallo e al-Serraj. Se il processo di pacificazione andrà a buon fine, a guadagnarci sarà non solo la Libia, ma anche i suoi partner commerciali, in primis Italia e Francia.

Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. In mezzo, Emmanuel Macron.
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4. GLI INTERESSI ECONOMICI: ENI, TOTAL E LA VARIABILE NOC

L’Italia vanta uno storico rapporto con la propria ex colonia, mantenuto anche durante la guerra civile del 2011 e la caduta di Muammar Gheddafi. L’Eni è rimasta a lungo l’unica società energetica a produrre in Libia petrolio e gas, grazie ad accordi che le hanno garantito diritti di estrazione e protezione del personale. La scorsa primavera, però, la francese Total ha avviato una serie di acquisizioni e partenariati che mirerebbero a portare a 400 mila i barili di greggio prodotti al giorno nei prossimi tre anni, e dunque a superare i 384 mila barili raggiunti nel 2017 da Eni. L’attivismo di Total ha impensierito i vertici del Cane a sei zampe, che mantiene i diritti su molti dei giacimenti in Tripolitania dove passa anche il Greenstream, il gasdotto sottomarino che collega il deserto occidentale della Libia con la Sicilia, fino a Gela. Al colosso energetico italiano sta anche a cuore che la Libia abbia un governo centrale e riconosciuto in tutto il Paese, soprattutto dopo le recenti operazioni con la National Oil Corporation libica (Noc). Lo scorso luglio, infatti, ha dato vita proprio con il Noc alla Mellitah Oil & Gas, una joint venture che permette di produrre dall’impianto di Bahr Essalam, a 120 km da Tripoli. Nel caso di un’unificazione del Paese, il Noc diventerebbe l’unico ente a gestire il petrolio libico, penalizzando di fatto Total.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassam Salamè, con il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi.
ANSA

5. I RAPPORTI CON SALAMÉ: IL NODO DI UNA ROAD MAP ALTERNATIVA

Un altro nodo è rappresentato dalla crisi dei migranti e dai rapporti con l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Salamè. Oltre alle tensioni in Piemonte, a Claviere, Roma continua a chiedere una redistribuzione di migranti finora negata a livello europeo e francese. In Libia ci sarebbero 650 mila persone in attesa di lasciare il Paese via mare e Roma punta a disincentivare gli arrivi, rafforzando i controlli. Non a caso il 21 ottobre ha consegnato uno dei 12 pattugliatori che il scorso agosto il parlamento italiano ha deciso di donare alla Guardia costiera libica per potenziare la propria presenza nelle acque di competenza di Tripoli. Se l’Italia finora si è mossa per la buona riuscita della conferenza, la parola finale potrebbe spettare all’Alto Rappresentante Onu per la Libia, che in passato ha accettato l’esclusione di Roma dagli incontri parigini. Salamè, a Roma nei giorni scorsi, avrebbe una propria road map che passa attraverso un’assemblea di tutte le tribù libiche ed elezioni nel 2019. Che ruolo spetterebbe all’Italia?

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