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10 Novembre Nov 2018 1100 10 novembre 2018

La scia di sangue in Pakistan dietro il caso di Asia Bibi

Dall'arresto nel 2009 per blasfemia, uccisi il governatore e il ministro che la difendevano. Altri condannati assolti dopo anni di prigione linciati e assassinati. E giudici e avvocati vengono minacciati.

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Per il mondo Asia Bibi è una seconda Malala, famosa come l'attivista-bambina pachistana e premio Nobel sopravvissuta all'attacco di estremisti che le avevano sparato perché «simbolo di oscenità». Per Asia si mobilitano attivisti, città, Stati disposti ad accoglierla, perché la sentenza storica della Corte suprema del 31 ottobre 2018 che l'ha assolta dalla condanna a morte per blasfemia non la salva dal tribunale di un popolo arretrato, anzi. La rabbia esplosa nelle piazze, che ha costretto il premier Imran Khan a concedere ai leader islamisti la facoltà di ricorrere in appello al verdetto obbligando Bibi a restare in Pakistan, è un campanello di allarme per il futuro della giovane donna, di chi la difende e la circonda, di altri credenti non fondamentalisti e degli atei. Molti degli assolti in Pakistan dalle accuse di blasfemia sono stati poi assassinati dagli estremisti, che già non hanno ovviamente risparmiato chi si era schierato dalla parte di Bibi.

Una veglia in memoria di Salmaan Taseer.
GETTY

GIUDICI E AVVOCATI MINACCIATI DI MORTE

Gli stessi giudici della Corte suprema sono stati minacciati dai fondamentalisti dopo il verdetto che ha rimesso, si fa per dire, in libertà la 47enne del Punjab. Asia Bibi, contadina e madre di cinque figli, è riuscita a lasciare dietro di sé le sbarre che la imprigionavano da quasi 10 anni più di una settimana dopo la sua assoluzione ed è stata trasferita nella massima segretezza in un luogo sconosciuto. Nonostante alcuni leader musulmani moderati si siano espressi in favore della sentenza, il capo della squadra di avvocati difensori è stato minacciato di morte e ha lasciato il Paese alla volta dei Paesi Bassi, dove anche la donna e la sua famiglia avrebbero ottenuto il diritto di asilo aggirando il bando di uscita. L'unica speranza di salvezza per Bibi è fuori dal Pakistan, il suo caso di “basfemia” (durante una raccolta di bacche sarebbe esploso un litigo con delle contadine musulmane che l'hanno poi accusata di offese a Maometto) che si trascina dal 2009 ha dietro una scia di morti e di violenze.

UCCISI IL GOVERNATORE E IL MINISTRO PRO BIBI

Prima dell'arresto Bibi è stata picchiata, rinchiusa e segregata. E mentre la sua vicenda spaccava il Pakistan e mobilitava i cristiani (anche Benedetto XVI nel 2010 ne chiese la liberazione) e le organizzazioni per i diritti umani, chi ne prendeva le parti veniva ucciso. Nel 2011 l'allora governatore del Punjab, il liberale Salmaan Taseer, che aveva visitato la donna in carcere e si stava spendendo per rivedere la legge, fu ucciso a Islamabad da una guardia del corpo e il figlio successivamente rapito dai estremisti islamici. Nello stesso anno, anche l'allora ministro per le Minoranze religiose, il cattolico Shahbaz Bhatti, venne assassinato da un gruppo di fondamentalisti armati. Dietro al caso eclatante di Bibi, dall'introduzione del reato di blasfemia negli Anni 80 sotto il regime militare del generale Muhammad Zia ul Haq che islamizzò il Pakistan, ci sono centinaia di condannati a languire nelle carceri. Mentre altri sono stati linciati e uccisi.

Asia Bibi.

LA BALSFEMIA USATA PER VENDETTE PERSONALI

Oltre il 97% dei quasi 200 milioni di abitanti dell'ex colonia britannica è di religione musulmana e tra questi il 75% è sunnita. Il reato di blasfemia è molto sentito, anche per la piaga crescente dell'estremismo (in Afghanistan l'Isis e i talebani vengono ormai finanziati e armati più dal Pakistan che dall'Arabia Saudita) e delle violenze settarie aumentate, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Usa, anche verso i musulmani sciiti. La maggioranza moderata protesta da anni contro le morti e le persecuzioni per religione, chiedendo ai governi di contrastare questa tendenza. Ma tra i milioni di analfabeti e in stato di povertà la presa degli imam radicali è maggiore e affonda tra un credo musulmano già di per sé contaminato, in Pakistan, da influenze pre-islamche. Gli attivisti per i diritti umani ricordano come non di rado la legge sulla blasfemia diventi uno strumento di vendetta personale che nulla ha a che fare con la religione.

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