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10 Novembre Nov 2018 0900 10 novembre 2018

Nell'Europa del 2018 non c'è una via democratica per la Catalogna

Pesanti richieste di condanna ai danni degli indipendentisti. Nuove manifestazioni nelle piazze di Barcellona. La situazione rischia di ripiombare nel caos.

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A un anno dal referendum separatista che accese i riflettori di tutto il mondo sulla Catalogna, sono arrivate le richieste di condanna della procura generale spagnola per i 17 leader che presero parte alla dichiarazione d'indipendenza dell'ottobre scorso: 200 anni di carcere. Venticinque per l'ex vice presidente della Comunità catalana Oriol Junqueras, accusato di ribellione, sedizione e malversazione (per l'utilizzo di fondi pubblici per l'organizzazione del referendum indipendentista, dichiarato illegale). Sedici anni per ribellione anche per la presidente del parlamento, Carmen Forcadell, e per i membri del governo di Carles Puigdemont, tutti attualmente in carcere (per gli esiliati i processi non sono ancora iniziati). Per l'ex presidente della Comunità catalana, attualmente rifugiato politico in Belgio, il processo inizierà nel 2019. Le richieste dei pm sono state dimezzate dall'Avvocatura di Stato che non ha riconosciuto il reato di ribellione (ma soltanto sedizione e malversazione).

UN ANNO TORMENTATO PER LA CATALOGNA E I SUOI LEADER

Ma cos'è successo nell'ultimo anno in Spagna? Dopo la dichiarazione d'indipendenza del 27 ottobre, preceduta il primo ottobre da un referendum per l'autodeterminazione della regione della Catalogna, il governo di Madrid guidato dall'allora premier Mariano Rajoy (che durante il referendum inviò l'esercito al fine di bloccarne lo svolgimento) sciolse il parlamento catalano, arrestò i dissidenti politici e indisse nuove elezioni. L'allora presidente della Catalogna, Puigdemont, fuggì in Belgio assieme a tre suoi ministri. In seguito, a marzo, è stato arrestato in Germania mentre passava il confine dalla Danimarca. Dopo quattro mesi ha potuto far ritorno in Belgio per il ritiro del mandato di arresto europeo emesso della Spagna (dopo che la Germania aveva concesso l'estradizione soltanto per il reato di malversazione).

Nelle successive elezioni catalane del 21 dicembre 2017, con tutti i leader indipendentisti in carcere (la Spagna è l'unico Paese in Europa ad avere attualmente prigionieri politici), la Catalogna è tornata al voto confermando una maggioranza dei partiti indipendentisti, pur vedendo nel partito anti-indipendentista, Ciudadanos, il vincitore col 25% dei voti. Subito dietro, Catalogna in Comune di Puidgemont (in esilio) ha ottenuto il 21,6% e la Sinistra Repubblicana di Junqueras (in carcere) il 21,3%. Tra eletti in esilio e in carcere, il Tribunale spagnolo ha decretato l'impossibilità di eleggere un presidente a distanza e, dopo sei mesi di stallo, Puigdemont ha prima indicato Jordi Turull e poi Jordi Sanchez come suoi successori. Il primo è stato incarcerato preventivamente dopo pochi giorni e il secondo si trovava già in carcere. Alla fine, è stato trovato un accordo sul nome di Quim Torra, per portare avanti un governo di transizione che continuasse sulla strada del riconoscimento dell'indipendenza della Catalogna.

IL NUOVO PARTITO DI PUIGDEMONT E TORRA

In concomitanza con le vicende di Puigdemont e dei suoi ministri in esilio, Rajoy (di centrodestra) è stato sfiduciato dal parlamento a giugno del 2018 (anche per la contestata gestione della crisi catalana) e al suo posto è arrivato il socialista Pedro Sanchez, sostenuto anche da Podemos. Sanchez ha sin da subito instaurato un dialogo col presidente Torra al fine di ristabilire le relazioni diplomatiche tra il governo di Madrid e Barcellona, rifiutando però la proposta catalana di un referendum che venga riconosciuto da entrambe le parti. In questi giorni, a un anno dal referendum, Puigdemont ha fatto sapere di aver fondato un nuovo partito, il Crida, assieme a Torra, col quale intende dare nuovo impulso all'indipendenza della Catalogna tramite un referendum concordato, con la minaccia (non troppo velata) di una nuova unilaterale proclamazione. Stando ai fatti, nell'Europa del 2018, sembra non esserci una via pacifica e democratica per il riconoscimento della Catalogna, come Stato indipendente, da parte della Spagna e della comunità internazionale. Con le pesanti richieste di condanna ai danni degli indipendentisti catalani e le manifestazioni che sono tornate a occupare le piazze di Barcellona, la situazione rischia di ripiombare nuovamente nel caos.

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