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14 Novembre Nov 2018 1100 14 novembre 2018

Perché la guerra a Gaza tra Israele e Hamas è inevitabile

Sia gli islamisti della Striscia sia il governo di Netanyahu sono sotto pressione. Razzi e rappresaglie sempre più frequenti. Intanto il ministro della Difesa Lieberman si dimette. 

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Altri sei morti, decine di feriti palestinesi e un governo israeliano diviso sulla guerra o sulla tregua: il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, della linea dura, ha rassegnato le dimissioni, in disaccordo sulla linea soft. La settimana centrale di novembre è iniziata con un nuovo attacco notturno verso la Striscia di Gaza, come accade ormai da un po' di mesi. Non una guerra pianificata, ma bombe scaricate a intermittenza in seguito a una frizione. L'ultima campagna militare di raid a tappeto nei territori più sofferenti della Palestina risale alla cosiddetta operazione Margine protettivo del luglio 2014: oltre 2250 vittime (oltre la metà civili) e più di 11 mila feriti, più del doppio delle vittime della precedente operazione Piombo fuso, a cavallo tra il 2008 e il 2009. Il nuovo capo di Hamas Yahya Sinwar, una vita nell'apparato di sicurezza e nell'intelligence degli estremisti al potere nella Striscia, ha ammonito Israele che una nuova guerra sarebbe inutile: «La terza si è conclusa come la seconda, che si è già conclusa come la prima». Nuovi morti, nuove violenze, stesso assedio.

I rinforzi israeliani al confine.
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LE DUE PARTI DOVEVANO ABBASSARE LA TENSIONE

Lieberman avrebbe voluto un nuovo Piombo fuso, il premier israeliano Benjamin Netanyahu no. Il leader della coalizione sionista ha dichiarato di non volere una «guerra non necessaria» e comunque se avesse anche una nel cassetto per il futuro non la rivelerebbe: media autorevoli come il quotidiano Hareetz denunciano da mesi il rischio di escalation. La miccia dei 370 razzi scaricati da Gaza verso lo Stato ebraico, che hanno preceduto la risposta dei raid, stavolta è stata un'operazione coperta degli israeliani nel Sud della Striscia. Israele compie decine di missioni simili, a scopo di spionaggio, oltre il confine. Ma in questa occasione sono stati intercettati dai miliziani di Hamas. Proprio dopo che le due parti, durante i negoziati indiretti in Egitto, avevano concordato di abbassare la tensione. Dal poco che si sa (Tel Aviv ha confermato l'episodio) nello scontro a fuoco sono morti sette palestinesi di Hamas, incluso un comandante di medio livello, e un colonnello israeliano.

COLPITI 150 OBIETTIVI DI HAMAS

Le bombe sganciate tra il 12 e il 13 novembre sono la risposta ai razzi sparati dalla Striscia che hanno ucciso un cittadino israeliano e ferito una settantina di civili. I raid mirati notturni hanno colpito, a detta dell'Israeli defence force (Idf), 150 obiettivi di Hamas e del gruppo ancora più radicale di jihad islamica. Tra i target Israele include anche un «compound dell'intelligence» vicino a una scuola e a una moschea, nel cuore di Gaza City. Con otto missili l'aviazione israeliana ha distrutto anche la sede della tivù di Hamas. Ma non si vuole, a parole, una nuova guerra, anche se in Israele si schierano rinforzi al confine e si riunisce il gabinetto di sicurezza, come sempre per le crisi. E anche se gli ultimi scontri sono i più gravi dalla guerra israeliana contro Gaza nel 2014 e Hamas continuato per ore nella pioggia di razzi dopo i raid, fino all'ennesima tregua.

Un miliziano della Striscia.
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Hamas denuncia le bombe di Israele contro asili e ospedali. Israele rinfaccia ad Hamas depositi militari e basi dell'intelligence nei siti protetti

NESSUNA SOLUZIONE DIPLOMATICA ALL'ORIZZONTE

Ma all'orizzonte non c'è neanche una soluzione diplomatica a lungo termine. «Non posso stringere accordi con un'organizzazione fondata sull'ideologia distruggerci», ha troncato sempre Netanyahu, «non esiste una soluzione politica per Gaza come non esiste per l'Isis e neanche per l'Iran». È un circolo vizioso, anche nelle accuse. Hamas denuncia le bombe sganciate da Israele contro asili e ospedali e Israele rinfaccia ad Hamas di piazzare nei siti più protetti dai raid depositi militari e basi dell'intelligence. Inutili anche gli appelli delle Nazioni unite «a tutte le parti», per bocca del segretario generale António Guterres, «a esercitare la massima moderazione». Ai negoziati indiretti tra Hamas e Israele lavora, a stretto contatto con l'Egitto, un inviato speciale dell'Onu. Ma le tregue sono a breve termine e le trattative nella sostanza fittizie.

TREGUE CONCORDATE SEMPRE PIÙ LABILI

Se una pace giusta non si può costruire, una guerra non si può impedire: il clima si sta deteriorando. Già ad agosto una raffica di razzi da Gaza aveva colpito Israele, che rispose anche in quel caso con raid mirati: un attacco e una rappresaglia meno intensi degli ultimi, con 150 razzi palestinesi e poi 140 postazioni di Hamas colpite. A ottobre altri caccia israeliani invasero la Striscia per una ventina di attacchi, in reazione a un Kariusha a medio raggio dalla Striscia che aveva distrutto un'abitazione civile israeliana, senza per un soffio provocare morti o feriti. Le tregue concordate nelle trattative sono sempre più labili, anche perché sullo sfondo ci sono le manifestazioni di massa dei gazawi per la Grande marcia del ritorno: oltre 200 palestinesi caduti e più di 21 mila feriti, dai dati del ministero della Salute della Striscia di Gaza, dall'inizio delle proteste il 30 marzo 2018.

La Grande marcia al confine.
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Nel 2018 Trump ha disposto l'azzeramento dei fondi Usa per l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi

LA GRANDE MARCIA DEL RITORNO

La mobilitazione che chiede il ritorno dei profughi palestinesi confinati nella Striscia di Gaza – un territorio di 40 chilometri per 10, con oltre due milioni di abitanti con l'elettricità per poche ore al giorni e strozzati negli stipendi e nei rifornimenti – nelle terre occupate da Israele doveva concludersi in primavera, invece migliaia di gazawi continuano a radunarsi ogni venerdì lungo la frontiera con Israele. Si protesta anche altri giorni della settimana, scagliando pietre e aquiloni incendiari verso lo Stato ebraico. L'Idf risponde con i cecchini, sparando ai più facinorosi o a chi si avvicina troppo alla barriera di filo spinato o cerca di superarla. Anche le Nazioni unite, come le organizzazioni internazionali per i diritti umani, condannano le «regole di ingaggio» dei militari israeliani, chiamati a far fuoco come di fronte a un attacco armato.

SIA ISRAELE SIA GAZA SOTTO PRESSIONE

Non c'è partita sullo schieramento di forze. Ma alla lunga le proteste popolari logorano più dei razzi lanciati dalla Striscia. Gli stracci incendiati e le molotov appese al migliaio di aquiloni che hanno oltrepassato il confine verso le comunità agricole degli israeliani hanno bruciato centinaia di ettari, in una regione di per sé arida, per danni di oltre un milione di euro. Mentre la Striscia, che dalla prima guerra israelo-palestinese del 1948 ospita oltre un milione di sfollati, è sempre più strozzata: nel 2018 il presidente americano Donald Trump ha anche disposto l'azzeramento dei fondi degli Usa destinati dall'Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa), che a Gaza tengono in vita servizi essenziali come scuole e ospedali. Tutti sono sotto pressione, le dimissioni di Lieberman dopo il sì alla tregua con Hamas lo dimostrano, per la pentola a pressione di Gaza e i gazawi non hanno, men che mai, nulla da perdere.

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