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15 Novembre Nov 2018 1718 15 novembre 2018

Le cose da sapere sul caos Brexit nel governo May

Perché quattro ministri si sono dimessi. Cosa prevede il nuovo accordo. Quali conseguenze può avere per l'esecutivo britannico. E cosa cambierà per i cittadini europei.

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La data del divorzio definitivo tra Londra e l’Unione europea è più vicina e il pericolo di arrivarci senza un accordo sembra cautamente allontanarsi, almeno per ora. Tuttavia, la premier britannica Theresa May deve fare i conti con uno tsunami politico suscettibile di disarcionarla dalla guida del Paese. Dopo avere annunciato il via libera del governo a un’intesa sulla Brexit che dovrà ottenere l’approvazione (tutt'altro che scontata) del parlamento, May ha dovuto registrare le dimissioni di quattro ministri: quello per la Brexit Dominic Raab, quello per l'Irlanda del Nord Shailesh Vara, quella del Lavoro Esther McVey e la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman. Colpa della linea soft scelta dalla premier, che davanti al numero 10 di Downing Street ha parlato di una decisione «non presa alla leggera», ma «nell’interesse nazionale».

1. LE CRITICHE DEI MINISTRI: DA VARA A RAAB

Prima ancora del passaggio in parlamento, dunque, la linea scelta dal Gabinetto di May ha incontrato la "sfiducia" dei ministri: in un tweet, Vara ha spiegato: «Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio». Più pacati, ma altrettanto netti i toni del Raab: «Non posso in buona coscienza sostenere i termini proposti per il nostro accordo con l’Ue. Ecco la mia lettera al premier che spiega le mie ragioni e il mio costante rispetto per lei», ha spiegato via Twitter, allegando un testo con le proprie dimissioni.

2. IL POMO DELLA DISCORDIA: LA SWIMMING POOL

Il tema più contestato dagli oppositori di May riguarda il cosiddetto backstop plan: l'intero Regno Unito resterà nella unione doganale, ma l'Irlanda del Nord dovrà seguire regole più severe rispetto agli altri Stati della Corona. Questo meccanismo, che resterà in vigore finché non verrà trovato un accordo definitivo tra Londra e Bruxelles, ha portato i critici a coniare una metafora, quella della Swimming pool, in cui l'Irlanda del Nord e il resto del Regno - pur trovandosi nella stessa unione doganale - "nuoterebbero" una in acque più profonde, con una regolamentazione più rigida, e l'altro in acque più basse. È su questo punto che protestano i conservatori più puri, che avrebbero preferito la strada di una hard Brexit, una rottura definitiva e netta con l’Ue, col conseguente avvio immediato di un’autonomia economica e commerciale. Questo tipo di strategia scontenta anche parte dei britannici contrari alla Brexit, perché ai loro occhi rappresenta una compromesso inutile e soprattutto meno vantaggioso della precedente condizione.

La premier britannica Theresa May.

3. IL NODO IRLANDESE: TRA CONFINI E STANDARD SULLE MERCI

Questa intesa si è resa necessaria per uscire dallo stallo sul tema dell'Irlanda del Nord, con la quale sarà in vigore la Wide Custom Union, un libero scambio di merci che proseguirà fino a che non sarà messo a punto un nuovo sistema di regolazione dei rapporti. L’accordo raggiunto dal governo May, che per ora congela l’idea di una frontiera interna, è anche stato definito Turkey, perché ricorda l’intesa doganale che regola le relazioni tra l’Unione europea e Ankara. Con una Brexit dura, l'isola irlandese - già lacerata in passato dal conflitto tra cattolici e protestanti - si sarebbe nuovamente spaccata in due, perdendo l'integrazione raggiunta in questi anni tra Belfast e Dublino. Bruxelles ha sempre auspicato una “area comune” per l’intera isola e May si era opposta, in favore di un’integrità costituzionale del Regno Unito. Con l’intesa appena approvata, si avrebbero due regimi differenti, all’interno del Regno Unito, a tempo indefinito e in attesa di ulteriori provvedimenti. Tra l’altro, anche gli standard sulle merci in transito sarebbero differenti a seconda dei due territori irlandesi: in linea con quelli europei a Sud, analoghi a quelli britannici nel Nord.

Il vecchio confine irlandese.

4. LE CONSEGUENZE INTERNE: RIMPASTO O ELEZIONI ANTICIPATE?

I temuti malumori interni ai Tory, partito conservatore di cui fa parte May, rischiano di trasformarsi in un terremoto politico che potrebbe anche portare alla caduta del governo. Le prossime ore saranno decisive per un rimpasto lampo, sempre che non arrivi la sfiducia chiesta formalmente dal deputato Tory Jacob Rees-Mogg. Se dovesse uscire indenne dal fuoco incrociato, May sarebbe comunque chiamata ad affrontare il parlamento, che deve approvare l’intesa. I numeri non sono affatto certi. Se il piano sulla Brexit messo a punto dalla premier non otterrà la maggioranza, saranno inevitabili le dimissioni della stessa May, con elezioni anticipate che, secondo molti analisti, potrebbero portare a una vittoria dei laburisti. Non è però neppure esclusa l’ipotesi di un secondo referendum che, alla luce di quanto accaduto dopo il primo, è molto probabile che vedrebbe la vittoria del Remain, annullando dunque ogni prospettiva di Brexit.

L'aeroporto londinese di Heathrow.

5. LE CONSEGUENZE PER I CITTADINI UE: I TEMPI PER I VISTI

In una situazione di incertezza, con la data del 25 novembre per il summit europeo che dovrà discutere l’intesa, e soprattutto con quella del 29 marzo (entro cui ratificare l’accordo con i 27), per i cittadini europei sostanzialmente non cambierà nulla, almeno per ora. Nei mesi scorsi era già stato definito lo status dei rapporti, soprattutto per quanto riguarda gli spostamenti turistici e per lavoro, che non varierà fino al 31 dicembre del 2020. Nel caso di viaggi turistici, dunque, si potrà continuare a entrare nel Regno Unito, anche se alla carta d’identità potrebbe essere sostituito il passaporto come documento di viaggio necessario. Per i lavoratori, invece, i cambiamenti potrebbero essere più consistenti, dal primo gennaio 2021: sarà necessario il visto per motivi professionali. Il governo dovrà mettere a punto una nuova regolamentazione, soprattutto per quanto riguarda i visti per studio o per i cosiddetti “visti dei baristi”, ossia per le migliaia di giovani che aspirano a imparare la lingua, mantenendosi con lavori in caffetterie, pizzerie e simili.

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