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22 Novembre Nov 2018 0800 22 novembre 2018

La lobby ultra conservatrice che trama contro May

Nei Tory britannici c'è un partito nel partito. Che mantiene il segreto sui suoi membri. Si finanzia con soldi pubblici. E spinge per la caduta della premier. Uno sguardo dentro lo European Research Group.

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Il nome lascia pensare a uno dei tanti think tank a vocazione europeista che costellano il cielo del Vecchio continente. E invece è quanto di più lontano si possa immaginare, specie nel Regno Unito dilaniato dal dibattito su quanto il divorzio dalla Unione europea debba essere hard. Lo European Research Group (noto anche con l'acronimo Erg) dà voce - e potere - alle anime più intransigenti della galassia pro-Brexit nel Regno Unito e, a dispetto dell'etichetta di "gruppo di ricerca" che si è auto-conferito, lo fa con un approccio spregiudicatamente politico, in un contesto di scarsa trasparenza che talvolta sfocia nella segretezza. I suoi membri sono i parlamentari maggiormente oltranzisti del partito dei Tory, i conservatori britannici. E, in questi giorni di tensione al numero 10 di Downing Street, il suo obiettivo, ancor prima che sponsorizzare una hard Brexit sempre più lontana all'orizzonte, sembra diventato minare la credibilità, e dunque la leadership, della premier Theresa May.

QUOTA DI 2 MILA STERLINE ALL'ANNO E COMUNICAZIONI VIA WHATSAPP

Lo European Research Group è a tutti gli effetti un partito nel partito. È registrato presso l'Ipsa (Independent Parliamentary Standards Authority), organo super partes che monitora le spese dei membri della House of Commons. Ha un presidente, l'ultra conservatore Jacob Rees-Mogg. E si sostenta con soldi pubblici, attraverso una quota di 2 mila sterline in spese finanziate dai contribuenti che viene versata a titolo di subscription da ogni parlamentare che, di anno in anno, decide di fare parte del club: secondo una ricerca condotta da OpenDemocracy, negli ultimi sette anni sono finite nelle casse dell'Erg - dalle tasche dei sudditi di Sua Maestà - almeno 315 mila sterline. Il problema è che all'Erg i privilegi del partito politico non fanno sempre il paio con gli obblighi. A partire dal tema della trasparenza. Lo European Research Group non ha un sito web, i nomi dei suoi membri sono segreti, il loro numero altrettanto: dall'elenco delle richieste di rimborso presentate, si evince soltanto che nei ranghi dell'Erg sono rientrati dal 2010 almeno 53 parlamentari conservatori, ma stime giornalistiche quantificano la compagine tra le 60 (secondo il Telegraph) e le 80 (secondo il New Statesman) unità. Che comunicano attraverso un gruppo privato su WhatsApp.

Jacob Rees-Mogg, chairman dello European Research Group.

LE PULSIONI ANTI-EUROPEISTE, DA MAASTRICHT ALLA BREXIT

Da quando il dado della Brexit è stato tratto, l'azione dello European Research Group s'è concretizzata in una serie di attacchi a politici e membri delle istituzioni "rei" di sostenere una via troppo soft o persino il Remain. Tra i destinatari degli strali di Rees-Mogg e sodali, il Cancelliere dello Schacchiere Philip Hammond e alti funzionari del Tesoro, della Bank of England e dell'Office for Budget Responsibility. Il 18 novembre, il gruppo ha anche pubblicato un paper di sette pagine, stilato dai propri ricercatori, intitolato Your right to know e volto a smontare pezzo per pezzo il Withdrawal agreement per la Brexit approvato quattro giorni prima dal Gabinetto May. Il referendum del giugno 2016 ha gettato benzina sul fuoco ultra conservatore che arde in seno ai Tory. Ma le pulsioni anti-europeiste, a ben vedere, sono un fenomeno tutt'altro che recente nell'Erg, essendone state uno degli elementi fondanti: il gruppo fu costituito nel 1992 dall'oggi 75enne William Michael Hardy Spicer, allora deputato conservatore a capo del Parliamentary and Scientific Committee nonché fervente oppositore del Trattato di Maastricht, siglato dal governo di John Major nel febbraio di quello stesso anno.

UN TRAMPOLINO VERSO INCARICHI INFLUENTI

A Spicer sono succeduti negli anni David Heathcoat-Amory (dal 2001 al 2010), Chris Heaton-Harris (dal 2010 al 2016), Steve Baker (fino al 2017) e Suella Fernandes, che nel gennaio del 2018 ha lasciato la poltrona di chair a Rees-Mogg. Una poltrona che pesa, se si pensa che per chi la occupa rappresenta spesso un trampolino verso incarichi influenti: prima Baker e poi Fernandes l'hanno lasciata per entrare dalla porta principale nel department for Exiting the European Union, il ministero per l'Uscita dall'Unione europea. Al tavolo dell'Erg, i ministri non mancano: Liam Fox (Commercio internazionale), Sajid Javid (Affari interni), Penny Mordaunt (Sviluppo internazionale), Michael Gove (Ambiente). Proprio Mordaunt e Gove sono stati al centro di un duro scambio con l'ex presidente - ma ancora membro più influente - dello European Research Group, Baker. Quando il 15 novembre, nel pieno della bufera su May, i due ministri hanno deciso di non dimettersi, preferendo cercare di indirizzare dall'interno l'esecutivo piuttosto che farlo cadere, Baker ha commentato: «È nobile e ragionevole che diano la priorità alla stabilità del governo, ma significa che non figureranno tra i candidati» della leadership Tory.

I parlamentari finanziano la causa della hard Brexit e in cambio ricevono una spinta in grado di dare slancio alle loro ambizioni personali

IL DOT UT DES ALLA BASE DEL SISTEMA DI POTERE

Questo episodio ben rappresenta la logica di potere alla base dell'Erg, in cui i parlamentari finanziano la causa della hard Brexit, facendosene agguerriti paladini nelle stanze della politica, e in cambio ricevono una spinta in grado di dare slancio alle loro ambizioni personali. Tuttavia, lo schiaffo di Baker a Gove e Mordaunt testimonia anche le divisioni che attraversano il club degli ultra conservatori. Ai veterani che predicano calma, come quel Bernard Jenkin eletto in parlamento proprio nel 1992, anno di nascita dell'Erg, si contrappone una maggioranza di "Tory scatenati", che spinge per accantonare il dialogo e incornare il governo May. Furono loro, lo scorso settembre, a organizzare una riunione nella Thatcher Room della Portcullis House, a Westminster, per discutere il siluramento della premier. E sono loro, oggi, a cercare di raggiungere il quorum di 48 parlamentari conservatori utile a chiedere la sfiducia di May in seno al partito. Se l'incontro di settembre, tenutosi alla luce del sole, era interpretabile come un avvertimento alla premier, la conta in corso rappresenta un salto di qualità. Teso a dimostrare che il piano May per la Brexit non ha chance di passare in parlamento. E accelerare così un processo di rinnovamento alla guida dei Tory in cui l'Erg ha tutta l'intenzione di dire la sua.

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