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25 Novembre Nov 2018 1800 25 novembre 2018

Siria, Raqqa e i territori dell'ex califfato non si rialzano

Migliaia di corpi sparsi nelle fosse comuni e rovine ovunque. Le bombe Usa hanno distrutto l'80% della città e intere famiglie. Mentre l'Isis resiste a Deir Ezzor.

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La guerra non è finita a Deir Ezzor, anzi è più forte di prima. Nella regione dove sono stati relegati gli ultimi combattenti dell'Isis le Syrian defence force (Sdf) che, comandate dai curdi, hanno liberato Raqqa combattono i jihadisti sul terreno. Mentre l'esercito di Bashar al Assad ammassa soldati nel deserto di Badia, tra Homs e Deir Ezzor, anche per evitare la fuga dei terroristi verso Sud. Dal cielo, i caccia della coalizione internazionale guidata dagli Usa sganciano bombe, ma anche aerei iracheni danno man forte all'operazione Jazeera Storm. Deir Ezzor si trova un centinaio di chilometri a Sud-Ovest da Raqqa, lungo la direttrice che, poco più di un anno fa, ancora collegava le due città chiave del sedicente califfato. Come a Raqqa, tutti sono contro l'Isis ma dopo Raqqa non è diventata di nessuno. Deir Ezzor sarà la sua replica, in un territorio rimasto congelato alla fotografia della “liberazione” di un anno fa.

LE ROVINE DELL'EX CALIFFATO

Raqqa fu dichiarata riconquistata dalle Sdf il 17 ottobre 2017. Il 3 novembre successivo l'esercito siriano riprendeva il controllo di Deir Ezzor rompendo un assedio dell'Isis durato tre anni. Ma l'Isis in realtà non se ne sarebbe andato perché, come da Sirte in Libia, non si è dissolto ma si è ritirato nell'entroterra. Dove, tra Deir Ezzor e il confine iracheno, sono state spedite nei bus le famiglie dei jihadisti del sedicente Califfato che, nelle altre città siriane liberate, per non essere uccisi hanno accettato accordi di resa. Sono arrivati anche ex combattenti dell'Isis dalle montagne del Libano, verso Deir Ezzor, e così si continua a combattere. A Raqqa le armi sono state deposte, ma se altrove si ricostruisce, nell'ex capitale siriana dell'Isis non ci sono barlumi di rinascita. Si scava e, come a Mosul, e si trovano fosse comuni. Il Consiglio civile istituito dopo la liberazione ha annunciato di aver rinvenuto 2600 corpi, la maggioranza di donne e bambini, in diversi quartieri.

Un negozio tra le rovine di Raqqa.
GETTY

LE FOSSE COMUNI DI RAQQA

L'ultima fossa comune trovata è vicino alla vecchia moschea, 68 civili sono stati identificati, altri 26 restano senza nome. A Raqqa si estraggono ancora cadaveri dalle macerie, è questo il lavoro da fare, intanto. Le Nazioni Unite stimano che tra il 70% e l'80% della città sia andato distrutto, non nei quattro anni di occupazione dell'Isis ma per i bombardamenti della coalizione internazionale, condotto per il 90% dagli Usa. Intere famiglie sono state sterminate da bombe cadute su target sbagliati, il prezzo della libertà: Abdullah, per esempio, ha perso la moglie Sumaya, e i figli Abud, Omran, Heyfa, Mona, Nenna e Duha. Di loro gli sono rimaste le fotografie e degli oggetti che non vuole toccare: l'armadio con i vestiti della moglie è ancora intatto al suo posto. La loro era una casa da benestanti: prima della guerra Abdullah aveva un negozio di libri per bambini e poi era entrato nella società dell'acqua pubblica. Non se la passava male, da poco si era costruito una nuova casa.

DISTRUGGERE PER LIBERARE

Abdullah non aveva voluto abbandonare Raqqa per non lasciare la casa, pensava che presto i bombardamenti sarebbero passati. Invece, ha raccontato al magazine tedesco Stern, «la liberazione è stata distruzione e ora il mondo non si interessa più a noi». Ma tutto il mondo in realtà è rimasto a Raqqa: gli Stati Uniti non hanno smantellato le basi (con circa 2mila unità) nei territori curdi del Rojava, per continuare a rifornire le Sdf contro l'Isis ma anche a scopi strategici; Assad circonda Raqqa e non ha rinunciato all'idea di riconquistarla; i curdi in teoria hanno ceduto il controllo del territorio alla truppe delle Sdf a maggioranza araba (come la composizione etnica della zona) ma nei fatti continuano ad avere un ruolo determinante sia nella sicurezza sia nell'embrione di amministrazione del Consiglio civile; i ribelli moderati sarebbero in teoria i più titolati alla ricostruzione ma Raqqa, al contrario di Idlib, non è mai stata una loro roccaforte.

Nella spartizione della Siria Raqqa è rimasta un punto interrogativo, la città di tutti e di nessuno

Madre e figlio sfollati da Deir Ezzor.
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RAQQA FUORI DALLA SPARTIZIONE

Raqqa è di tutti e di nessuno, come in passato. Anche prima della guerra era un melting pot di arabi, curdi, assiri, musulmani sunniti e alawiti, cristiani. Il problema è cosa farne dopo: il Consiglio civico non smette di chiedere aiuti per alla comunità internazionale per ripartire, ma dagli Stati Uniti non scatta il disco verde. Contro l'Isis gli Usa hanno condiviso le informazioni di intelligence con i russi e, nella spartizione della Siria, Raqqa è rimasta un punto interrogativo. Anche Assad è un attore da considerare e, nello stallo, non arrivano il personale e gli strumenti per gestire la drammatica transizione; le società non si palesano per ricostruire, neanche le aziende del regime al contrario che a Damasco o in altre zone rioccupate dall'esercito e dai rinforzi russi e iraniani. C'è una giovane curda a capo del Consiglio civile, affiancata da un coleader arabo. Di fatto con lui Leila Mustafa è il sindaco di Raqqa, una rivoluzione per la città che imprigionava le donne.

I corpi di una fossa comune di Raqqa.
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AL BUIO CON LE MINE INESPLOSE

Nel Consiglio c'è anche una Commissione per la ricostruzione ma Mustafa, 30 anni, ingegnere civile cresciuta a Raqqa e poi fuggita all'arrivo dell'Isis, spiega all'Independent che il «non è un compito facile». Sono state riaperte più di 200 scuole e le forniture di acqua sono tornate nel 90% di Raqqa. Ma l'elettricità resta razionata e le strade dove i bambini hanno ripreso a giocare sono cosparse di mine e di ordigni artigianali inesplosi. Le mine sono anche sopra alla più grande fossa comune di Raqqa, vicino alle rive dell'Eufrate. Nel Panorama park, un team è al lavoro per riesumare circa 1500 corpi, ammassati nel parco durante i raid tra il giugno e l'ottobre 2017. Si trovano continuamente bambini, la maggioranza dei morti sono civili anche perché l'Isis li usava come scudi umani: tante famiglie sono rimaste intrappolate come topi e a tanti ormai non potrà essere dato un nome. Le Ong danno una mano, ma mancano medici per le autopsie e i laboratori per gli esami del dna.

TROVATI TRA I 4MILA E I 5MILA CORPI

Il team ha rinvenuto tra i 4mila e i 5mila morti tra le fosse comuni e le rovine della città. In Iraq l'Onu stima 202 fosse comuni, con tra le 6mila e le 12mila vittime, negli ex territori dell'Isis di Mosul, e il totale dei corpi in Siria potrebbe essere ancora maggiore. Oltre 250mila abitanti delle provincia Deir Ezzor sono ancora sfollati, in 800 mila sono rientrati nelle loro proprietà ma il territorio è disseminato di mine e abitato da miliziani dell'Isis. Cellule dei jihadisti dell'ex califfato resistono anche a Raqqa, dove prima della guerra vivevano circa 200 mila siriani e le «case», raccontano, «non avevano porte». Il Consiglio civile ha promesso elezioni democratiche non appena si saranno ricreate condizioni sufficienti di sicurezza, ma gli abitanti rientrati non vedono muovere foglia, circondati da macerie. Non c'è fiducia nella politica, né negli aiuti dall'estero. «In quest'area liberata», racconta Muhammad, un altro sopravvissuto ai raid che gli hanno ucciso 10 famigliari, «l'Isis non c'era».

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