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27 Novembre Nov 2018 1457 27 novembre 2018

Il piano di Messico e Usa per i migranti

Il presidente Obrador corre ai ripari dopo le ultime tensioni al confine. Al vaglio un programma di aiuti per gestire i migranti di Guatemala, El Salvador e Honduras per 1,5 mld di dollari.
 

  • Eleonora Lorusso
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La situazione al confine di Tijuana rischia di tornare a esplodere da un momento all’altro, per questo il presidente messicano corre ai ripari e gioca la carta di un piano Marshall per il cosiddetto Triangolo nord, i Paesi alla frontiera sud del Messico. Schiacciato tra la pressione della carovana umana in marcia dall’America Latina verso gli Stati Uniti e la politica di chiusura del presidente Donald Trump, Andrés Manuel López Obrador cerca una via d’uscita, che passa da un programma di sostegno economico per impiegare in tre maxi cantieri le migliaia di persone che continuano ad arrivare in Messico, senza poter entrare in America.

TRATTATIVE IN CORSO TRA USA, MESSICO E CANADA

I colloqui sarebbero già in corso da settimane, nonostante Obrador entri in carica solo sabato primo dicembre. Un primo appello del presidente messicano eletto è stato rivolto al capo della Casa Bianca, Trump, e al primo ministro canadese, Justin Trudeau già nei mesi scorsi. Ora fonti del ministero degli Esteri messicano confermano trattative in corso per arginare il problema delle migliaia di migranti che premono ai confini tra Messico e Usa, dopo gli scontri di domenica 25 novembre con la chiusura temporanea del valico di Tijuana, dove si trovano militari statunitensi in assetto anti-sommossa pronti a fermare l’ingresso di migranti illegali. Le autorità di Città del Messico si sono impegnate a impedire nuovi assalti al confine, ma si calcola che al momento ci siano 9 mila persone bloccate in territorio messicano, destinate ad aumentare. Per poter agire, però, occorrono una strategia di medio e lungo periodo e soprattutto fondi.

IL PIANO DA 1,5 MILIARDI PER GESTIRE I MIGRANTI

A occuparsi del vaglio delle domande di asilo e ingresso dei migranti sono le autorità statunitensi, ma nel frattempo i richiedenti sono fermi in territorio messicano. Si tratta di una marea umana il cui numero, destinato a crescere, è difficilmente gestibile dal Messico, se non con politiche di integrazione che hanno un costo. Da qui l’idea di un piano che preveda l’inserimento stabile dei migranti in progetti mirati di occupazione, che secondo El Pais dovrebbe essere finanziato con il contributo statunitense per un totale di circa 1,5 miliardi di dollari. Si tratterebbe di fondi che si aggiungono ai 600 milioni già previsti dall’Alliance for Prosperity, un piano di investimenti deciso nel 2014 e rivolto soprattutto all’infanzia: in piena crisi migratoria erano stati decisi aiuti per i bambini. Di quei fondi, però, soltanto 200 milioni sarebbero realmente stati spesi, mentre 400 milioni sarebbero ancora bloccati a causa di lungaggini burocratiche. Ora Obrador punta a progetti concreti per dare lavoro ai migranti, realizzando tre grandi opere sul proprio territorio.

Il presidente messicano Obrador, eletto a luglio 2018.

I TRE MAXI CANTIERI PER I MIGRANTI

L’obiettivo è dare lavoro alle circa 200 mila persone in arrivo ogni anno in Messico da Paesi come El Salvador, Honduras e Guatemala. Dei tre progetti uno è previsto in Chiapas e due diffusi da Est a Ovest. Nel primo caso si tratterebbe di rimboschire la regione sud-occidentale del Messico, piantando alberi da frutto su un’area di un milione di ettari, coinvolgendo almeno 400 mila persone. Gli altri due cantieri, invece, riguarderebbero la realizzazione di altrettante linee ferroviarie strategiche: una per dare vita al cosiddetto “Treno Maya”, che correrebbe lungo Chiapas, Tabasco, Campeche, Yatan e Quintana Roo, per 1.500 chilometri complessivi; l’altro per collegare la costa ovest a quella est, da Oaxaca a Veracruz con una linea a prova di terremoto, data la zona sismica attraversata.

L'OBIETTIVO È PARTIRE ENTRO L'ANNO

Nelle intenzioni del governo messicano si vorrebbero raggiungere i primi risultati o quantomeno muovere i primi passi concreti già a dicembre 2018, anche se i dettagli del piano di sostegno potrebbero richiedere altre trattative e arrivare a conclusione entro il prossimo maggio, con l’erogazione dei primi fondi per avviare le opere. Il tempo, però, stringe perché le tensioni al confine aumentano. Per questo il ministro degli Esteri designato, Marcelo Ebrard, è stato incaricato di negoziare fin da settembre in modo da avviare il prima possibile gli interventi iniziali, da portare a compimento nel 2020.

STANZIAMENTI USA PER LE ESPULSIONI DAL MESSICO

Finora gli Usa non hanno commentato la possibilità di siglare la nuova intesa, che prevede l’erogazione di fondi ulteriori, dopo quelli annunciati a settembre. Si trattava dei 20 milioni di dollari da destinare alle autorità messicane per rimpatriare forzatamente i migranti presenti in Messico e in attesa di entrare negli Stati Uniti. Secondo quanto annunciato dal dipartimento di Stato Usa, lo scopo degli stanziamenti è arrivare all’espulsione di 17 mila persone, per lo più honduregni e salvadoregni, che non hanno i requisiti per entrare negli Usa, ma si trovano ormai in Messico. Le autorità di Città del Messico, però, non hanno ancora ufficializzato il sì alla proposta, che comunque mira ad alleggerire le tensioni anche tra Usa e Messico dopo il braccio di ferro sulla costruzione del muro.

LA NUOVA FASE DI COLLABORAZIONE DI OBRADOR

I rapporti tra i due Paesi sembrano dunque aver intrapreso un nuovo corso, soprattutto rispetto a due anni fa, quando il presidente americano Trump pretendeva di far pagare i costi di realizzazione del muro al governo messicano. Obrador, eletto presidente lo scorso luglio, dal primo dicembre entrerà in carica e potrà così ufficialmente guidare il Paese con uno slogan impegnativo: «Insieme faremo la storia», dal nome della coalizione di partiti che lo ha sostenuto e portato alla vittoria. Figlio di una famiglia di contadini, classe 1953, è noto come Amlo, dall’acronimo del suo nome e cognome. Tra le prime sfide da affrontare ci sono la lotta alla corruzione e l’emergenza migranti. All’indomani della vittoria aveva dichiarato: «Tenderemo la nostra mano franca alla ricerca di un rapporto di amicizia e di cooperazione con gli Stati Uniti». Ora tutto è pronto perché quella mano sia tesa, per una cooperazione che però per gli Usa avrebbe un conto piuttosto salato.

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