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27 Novembre Nov 2018 1237 27 novembre 2018

Perché i miliardi di Putin inguaiano Deutsche Bank

Il riciclaggio più grande d'Europa passa per il colosso tedesco, dove sono riapparsi 130 miliardi dei fondi neri di Danske Bank. Coinvolto il cugino del leader del Cremlino. 

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Deutsche Bank si sta con difficoltà risollevando da una lunga catena di grossi guai finanziari internazionali ed ecco che esplode lo scandalo di riciclaggio più grande che l'Europa ricordi dove, secondo le soffiate dagli ambienti bancari, il colosso tedesco avrebbe fatto per anni la parte del leone. L'affaire è quello dei soldi sporchi dell'Fsb (l'ex Kgb) russo, e dei vari satelliti dell'ex Unione sovietica legati al Cremlino, transitati attraverso le filiali nell'Est Europa della danese Danske Bank, e non solo; ripuliti da società schermate nel Regno Unito; infine reimmessi nel mercato attraverso tre grandi istituti di credito americani o con sedi negli Usa. Tra questi, soprattutto da Deutsche Bank. Il giro presunto di denaro si è allargato rapidamente dagli 8 miliardi di euro ai circa 200 miliardi, 130 dei quali sarebbero passati dal primo istituto di credito tedesco. Un'altra bomba, dopo la montagna di derivati: sono numeri enormi, se confermati una delle maggiori storie di riciclaggio di tutti i tempi. E il più eccellente tra i coinvolti, oltre a Deutsche Bank, sarebbe ancora lui: il cugino 65enne del leader del Cremlino, Igor Putin, uomo d'affari ed ex banchiere russo.

Il nome di Igor Putin era venuto fuori anche in un'altra inchiesta di riciclaggio su vasta scala, tra il 2011 al 2014

OLTRE 6 MILA CLIENTI COINVOLTI IN TRANSAZIONI SOSPETTE

Ex banchiere, dopo un precedente scandalo: quando ci sono maxi riciclaggi da organizzare, dietro spunta quasi sempre il nome di Igor Putin. Nel 2014 i giornalisti investigativi di Organized crime and corruption reporting project (Occrp) ricostruirono un complesso sistema di «lavanderia russa», di somme spostate in Europa attraverso falsi stipendi da istituti russi o filorussi, sfruttando compagnie offshore o fittizie, banche moldave e lettoni e giudici corrotti. Rubli sporchi che tra il 2011 e il 2014 diventavano euro o dollari: operazioni su «vasta scala» per almeno 18 miliardi di euro. Ossia meno del 20 per cento del nuovo affaire, e del quale, visti gli anni e i luoghi, le operazioni già scoperte potrebbero essere state una parte. Ma Igor Putin non può essere solo: indagini interne della banca e delle autorità di vigilanza danesi hanno identificato circa 6200 clienti coinvolti in flussi sospetti tra il 2007 e il 2015, per quasi 4 milioni di transazioni. E a novembre la gola profonda della Danske Bank, Howard Wilkinson, ha scoperchiato il vaso di Pandora in un'audizione al Parlamento Ue indicando, senza farne i nomi, 10 banche coinvolte anche fuori l'Estonia e la Danimarca.

NEGLI USA L'80% DEI MILIARDI RICICLATI

Quanto emerso si teme che sia solo la punta dell'iceberg. Wilkinson non vedeva l'ora di parlare, e parla, parla sempre di più: tra il 2007 e il 2014 ha diretto il dipartimento trading della filiale estone della Danske Bank al centro delle indagini, facendo presente per quattro volte, e nel 2013 anche con un report dettagliato, manovre a suo avviso illegali, ricevendo in cambio per anni offerte (rifiutate) di enormi mazzette. Le prime soffiate ai media danesi sul Danskegate del 2017 hanno poi portato alle dimissioni l'ex amministratore delegato Thomas Borgen, fatto aprire inchieste e trapelare i primi nomi delle banche straniere coinvolte. Ora, nella relazione all'europarlamento Wilkinson ha anche denunciato la «vergogna» delle società schermate Llp (partnership a responsabilità limitata) di Oltremanica, inglesi e scozzesi, e la sponda di grandi banche negli Usa, dove sarebbe finito almeno l'80% dei soldi. Gli istituti in questione, conferma anche der Spiegel che sull'affaire ha sguinzagliato un team investigativo, sarebbero Bank of America, Jp Morgan e soprattutto la sede Oltreoceano di Deutsche Bank.

Igor Putin.

Danske Bank ha ignorato per anni Wilkinson, avviando un'inchiesta interna solo una volta che il materiale è fuoriuscito

LE INDAGINI ESTESE A REGNO UNITO E USA

Bank of America non commenta, ma Jp Morgan aveva interrotto i rapporti con Danske Bank già nel 2013. Dalle autorità estoni e danesi le indagini si sono presto estese agli Usa e alla Gran Bretagna; la Commissione Ue ha disposto verifiche attraverso l'Eba; e presto potrebbe mettersi in moto il Bafin, la Consob tedesca. Deutsche Bank, reduce dal patteggiamento con l'Ue di una multa per le manipolazioni del tasso Euribor (nel settembre scorso, sempre per l'Euribor si è vista arrestare in Italia un ex trader dall'anticrimine britannico), ha replicato di aver troncato con Danske Bank nel 2015, una volta «identificato l'aumento di transazioni sospette». Prima, ha argomentato, non sarebbe stato possibile procedere a verifiche standard, perché i clienti non erano suoi, ma della banca estone. Ad ogni modo in tanti hanno fatto orecchie da mercante: Danske Bank ha ignorato per anni il report di Wilkinson, avviando un'inchiesta interna solo quando, anni dopo, il rapporto scottante è finito nelle mani dei reporter danesi del Berlingske.

DANSKE BANK HA AMMESSO IL RICICLAGGIO

Il Cremlino nega ovviamente conti di un Putin alla Danske. E parte rilevante dei miliardi riciclati non arriva in effetti dalla Russia, ma dallo Stato filorusso dell'Azerbaigian: erano depositati nella Banca internazionale pubblica per lo sviluppo e le indagini, a vari livelli, portano alla luce che sono stati usati per corrompere funzionari o parlamentari europei in cambio di prestiti per gasdotti o voti contrari alle sanzioni. In altre parole, parte dei soldi sporchi si è fermata in Europa, dopo essere transitata anche dalla Moldavia e dalla Lituania. Gli altri miliardi proverrebbero da vari clienti russi e o delle ex repubbliche sovietiche, oligarchi e anche ex funzionari dell'Fsb che guidò Putin. La Danske Bank è il primo gruppo bancario danese: ha scaricato l'origine del giro di riciclaggio sulla finlandese Sampo Bank e sulla controllata estone, rilevate nel 2006, ma ha ammesso di «non essere stata all'altezza delle proprie responsabilità». È un colosso in buona salute ma le ricadute sui correntisti e sul Pil nazionale possono essere grosse, come anche in Estonia: si tratta di due Paesi piccoli.

QUEI 900 MILIONI RICICLATI DALLA RUSSIA E I FINANZIAMENTI A TRUMP

Quanto alla Deutsche Bank, la sua natura di banca internazionale nata per spingere l'export della grande industria tedesca la rende soggetta a movimenti di grande somme anche illegali. Ma può essere tutto così inevitabile? Campanelli di allarme erano arrivati da altre banche internazionali quali Jp Morgan e dalla stessa inchiesta dell'Occrp. Senza considerare che, nel 2015, Deutsche Bank risultò già implicata in un giro minore di riciclaggio (circa 900 milioni di euro) dalla Russia, con dietro sempre il cugino di Putin e i servizi russi: a riguardo nel 2017 scattarono multe delle autorità americane e britanniche per oltre 550 milioni di euro, briciole rispetto alle possibili sanzioni per l'iceberg di Danske Bank. Mentre sempre a Deutsche Bank, storica massiccia e finanziatrice di Donald Trump, secondo indiscrezioni il procuratore del Russiagate Robert Mueller ha chiesto spiegazioni. Il colosso tedesco finora too big too fail smantella l'investment banking negli Usa e in Gran Bretagna, fonte di enormi guai, ma il passato non smette di portare il conto. Con un altro scandalo pari alla bolla speculativa del 2007 che torna a far fibrillare il titolo in Borsa.

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