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27 Novembre Nov 2018 0912 27 novembre 2018

I motivi del varo della legge marziale in Ucraina

Dopo cinque anni di guerra, solo ora Kiev limita le libertà dei cittadini. Il sospetto è che in realtà sia una mossa di Poroshenko, precipitato nei sondaggi, in vista delle Presidenziali.

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L'Ucraina è di fatto in guerra dalla metà di aprile del 2014, quando l’allora presidente ad interim Alexander Turchynov e il premier Arseni Yatseniuk diedero il via alla cosiddetta Ato (Operazione anti-terrorismo) nel Donbass. Dopo oltre 10 mila morti e un paio di milioni di profughi, l’Ato ha cambiato nome ed è diventata a tutti gli effetti un conflitto armato. Anche dal punto di vista giuridico. La legge marziale in questi anni non è stata mai applicata e il presidente attuale Petro Poroshenko, eletto nel maggio 2014 a furor di popolo, non l’ha mai presa in considerazione, nonostante appunto il Paese si trovasse in uno stato di guerra. La recente escalation nel Mare d’Azov è stata la scintilla che ha portato alle decisione di decretarla, anche se solo temporaneamente.

Il capo dello Stato ha subito voluto precisare che l’atto non equivale certo a una dichiarazione di guerra alla Russia, tanto meno vuol significare l’abbandono della road map degli accordi di Minsk o l'intenzione di lasciare il Donbass al suo destino: la sua introduzione serve sostanzialmente a difendere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Non è dello stesso avviso Mosca. «L'imposizione della legge marziale in Ucraina costituisce una minaccia per il Sud-est del Paese e pone il rischio di una escalation del conflitto», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, citato dalla Tass.

LA MILITARIZZAZIONE DEL PAESE

Di fatto con l’introduzione della legge marziale, questione che riguarda in definitiva le dinamiche interne, l’ex repubblica sovietica si trasforma in uno Stato militarizzato dove il potere è detenuto dal presidente, capo delle forze armate, e da amministrazioni militari formate ad hoc che rispondono anche al governo. Insomma, tutto il potere è in mano a Poroshenko e al suo delfino Volodymir Groisman, che dal 2015 ha sostituito Yatseniuk.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko durante il voto della legge marziale in parlamento il 26 novembre 2018.

​LIMITAZIONI ALLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE

La legge marziale, al di là di provvedimenti molto pratici come coprifuoco e il divieto di muoversi in zone ritenute pericolose, prevede anche la possibilità di proibire manifestazioni di piazza, assemblee, scioperi e controllare l’attività di partiti politici, movimenti e organizzazioni considerati un pericolo per lo Stato ucraino. Considerando che il 31 marzo 2019 sono in calendario le elezioni presidenziali e in autunno si dovrebbero tenere quelle parlamentari, l’arrivo delle legge marziale, anche se sarà ritirata prima degli appuntamenti politici, restringe in ogni caso gli spazi democratici, anteponendo la difesa del Paese ai diritti dei cittadini.

UN'ARMA ELETTORALE PER POROSHENKO

In un Paese come l’Ucraina, dove il conflitto è in corso da ormai quasi un lustro, l’imposizione dello stato di guerra appare in qualche modo paradossale e soprattutto sospetto se lo si lega, come è impossibile non fare, alla situazione politica interna, con la campagna per le Presidenziali in pieno corso e Poroshenko dato dai sondaggi dietro Yulia Tymoshenko, non solo al primo turno, ma anche al ballottaggio. Al momento, seguendo i numeri, ovviamente indicativi e parziali, il presidente in carica non avrebbe chance di replicare il mandato alla Bankova. Dopo quattro anni, il presidente oligarca, che solo otto ucraini su 100 vorrebbero vedere ancora alla guida del Paese, rischia di dover fare le valigie, esattamente come Victor Yushenko, l’eroe dell’altra rivoluzione fallita, quella arancione del 2004, che nel 2010 non raccattò nemmeno il 5% e dovette lasciare il passo a Victor Yanukovich.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko con le truppe.

L'APPOGGIO OCCIDENTALE NON BASTA

Poroshenko ha fallito nel processo di riforme ed è accusato di essere ladro almeno quanto il suo predecessore, se non peggio. Sullo scacchiere internazionale riesce a godere ancora dell’appoggio di Washington e Bruxelles in chiave antirussa e la guerra nel Donbass, con la parte politica degli accordi di Minsk in stallo anche perché Kiev non ha fatto mai la propria parte, gli è sempre servita per mantenere in allerta gli "alleati" occidentali e a giustificare le promesse mancate. Ma in Ucraina, dove conoscono bene il re del cioccolato al di là della facciata istituzionale, il gioco è agli sgoccioli. La legge marziale è solo l’ultimo tentativo di riposizionarsi per le Presidenziali, facendo leva sul nazionalismo antirusso, cercando di ricompattare un elettorato che lo ha in gran parte già abbandonato.

LE ACCUSE A VLADIMIR PUTIN

Dopo la firma lunedì 26 novembre sul decreto che proclama la legge marziale, Poroshenko è stato criticato da tre ex presidenti Kravchuk, Kuchma e Yushchenko, oltre che dall’opposizione e da chi nella società civile e tra i media non si fida della propaganda di Stato. La Rada, il parlamento ucraino, ha fatto passare al stato di guerra con una maggioranza di 276 deputati su 330 presenti (su un totale di 450). Sarà applicato in 10 regioni, tra il confine russo e le aree sensibili al confine con la Transnistria, per i prossimi 30 giorni, poi si vedrà. Inutile dire che per Poroshenko, Groisman e altri ministri, da quello dell’interno Arseni Avakov, che aveva avviato l’Ato quasi cinque anni fa sostenendo che avrebbe riportato il Donbass sotto controllo in un paio di giorni, a quello dell’Informazione politica (cioè propaganda, ministero introdotto dal governo di Kiev post Maidan per la gestione e il controllo dell’informazione) Yuri Stets, la realtà è che come al solito sia stato Vladimir Putin (pure lui in calo di popolarità, ma senza il pericolo che qualcuno prenda il suo posto al Cremlino) a orchestrare un teatro simile per ragioni interne russe.

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