Impunita Consenso Trump Khashoggi
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30 Novembre Nov 2018 0800 30 novembre 2018

Trump ha inaugurato l'era della impunità

Il presidente Usa pare inscalfibile. Nonostante le bugie, gli scandali e le inchieste. Una tendenza che è diventata mondiale e riflette lo spirito del tempo. Vedi il caso Khashoggi.

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«Potrei sparare a qualcuno sulla Fifth Avenue e non perderei un voto». Quella che poteva suonare come l'ennesima provocazione da campagna elettorale di Donald Trump a distanza di due anni sembra diventato il manifesto dell'epoca in cui viviamo: l'età dell'impunità. Il paradosso buttato lì dal tycoon si è infatti rivelato premonitore: la politica risponde sempre meno delle sue azioni, e questo nonostante gli scivoloni o peggio vengano registrati dalla Rete per sempre. Una dinamica che ormai vale ovunque nel mondo. Italia inclusa.

DALL'INIZIO DEL MANDATO ALMENO 5 MILA BUGIE

A partire dal 2016, il presidente Usa ha accumulato una serie senza precedenti di gaffe, scandali, critiche e accuse. Un procuratore speciale sta indagando per tradimento e collusione con la Russia. Sulla sua famiglia pesa l'ombra del conflitto di interessi. È accusato da una lunga lista di donne di molestie. Non è finita: è considerato razzista, misogino e nazionalista. La Casa Bianca da due anni è nel caos, tra dimissioni, licenziamenti e fughe incontrollate di notizie. Secondo un “contatore di bugie” del Washington Post, l'uomo più potente del mondo ha dichiarato più di 5 mila falsità dall'inizio del suo mandato. Eppure niente di tutto questo ne ha mai messo seriamente a rischio la poltrona, e il suo consenso non ne ha risentito. Alle ultime midterm ha ottenuto un risultato tutto sommato soddisfacente, riuscendo a contenere l'onda blu in cui speravano i democratici. Il suo tasso di approvazione dall'election day, secondo una media dei vari sondaggi realizzata dal sito FiveThirtyEight, è costantemente in miglioramento.

I suoi elettori, insomma, non sembrano farsi condizionare da bugie e scandali. Come riassunto in modo memorabile da uno sketch dello show americano Saturday Night Live, in cui il presidente ammette di essere colpevole di ostruzione della giustizia, «nothing matters anymore», niente conta più niente.

«Trump non sta pagando per nulla», ha spiegato a Lettera43.it Erik Jones, professore della Johns Hopkins University, «ma noi americani stiamo pagando tanto. Penso per esempio alla strage di Pittsburgh. La società americana era già molto violenta, ma con la divisività portata da Trump e i suoi toni sempre aggressivi lo sta diventando ancora di più. E quello della strage alla sinagoga è solo un esempio».

Erik Jones, professore alla Johns Hopkins University.

IL TYCOON HA CAMBIATO LE REGOLE

Una sola macchia di quelle su elencate sarebbe stata un colpo mortale per un normale politico, soprattutto negli States, da sempre considerati un Paese che non perdona l'immoralità dei suoi rappresentanti. Ma la regola con The Donald non vale più. Si possono dare diverse spiegazioni a questo senso di impunità. Un motivo va ricercato nella composizione della base elettorale di Trump e nei motivi che l'hanno portata a votarlo. Secondo il professor Jones, «la maggior parte dei repubblicani che lo appoggiano, più che amare lui, odiano il Partito democratico e quello che rappresenta. Lo votano turandosi il naso». Più che essere allineati con le sue proposte, sono allineati con la sua idiosincrasia verso tutto quello che i dem incarnano. Per questo il tradizionale metro del successo politico con lui non funziona. Finché Trump continuerà a combattere l'establishment, il globalismo, il multiculturalismo, l'ambientalismo e tutti i classici valori liberal sostenuti dai democratici, il suo elettorato gli perdonerà qualsiasi cosa. «Il repubblicano medio non farebbe mai uscire sua figlia con Trump», continua Jones, «ma piuttosto che votare dem, vota lui».

Il presidente Donald Trump a un comizio.

LA CRISI DEL CONCETTO DI VERITÀ

Un'altra caratteristica dell'era dell'impunità ai tempi di Trump (e anche una delle sue cause) è la crisi epocale del concetto di verità. Nel suo primo libro la celebre critica letteraria del New York Times Michiko Kakutani è arrivata a parlare di Morte della Verità. Secondo l'autrice, la nozione di ciò che è vero e ciò che è falso si sta perdendo sempre più velocemente. Un fenomeno sotto gli occhi di tutti e non nuovo, ma che ha subito una «accelerazione esponenziale» con il postmodernismo e il relativismo di fine '900 e oggi con l'esplodere dei social media e delle fake news. Una tendenza culminata nel biennio di Trump, il presidente che suggerisce ai suoi collaboratori di appellarsi ai «fatti alternativi» e che il 22 novembre è arrivato a smentire persino il suo principale organo di intelligence, la Cia, e il rapporto su Jamal Khashoggi.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA

Se la verità non esiste più e non esistono più punti di riferimento cui appigliarsi, come si possono soppesare le azioni e le dichiarazioni di un politico? Se persino le posizioni della Casa Bianca e della Cia non coincidono, come si può stabilire un punto fermo? Secondo un recente sondaggio della Quinnipiac University, tre repubblicani su quattro si fidano più di Trump che dei media mainstream. Con una fiducia così incondizionata è difficile che i tuoi elettori ti scarichino. Si può dire ciò che si vuole sul 45esimo presidente degli Stati Uniti, ma non che non abbia ben chiaro come funziona il gioco. Finché continuerà a dare al suo pubblico ciò che il pubblico si aspetta e finché cavalcherà l'ondata di scetticismo verso la verità oggettiva dei fatti, può considerarsi immune praticamente a tutto.

Donald Trump e Mohammed bin Salman al G20 in Argentina, sul loro incontro pesa l'ombra si Khashoggi.
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IL CONTAGIO DELL'IMPUNITÀ

L'impunità, tuttavia, non è prerogativa dell'America trumpiana. Molti leader, più o meno democratici, indossano e hanno indossato lo stesso "scudo" del tycoon. E l'Italia non ne è esente. Silvio Berlusconi, una sorta di proto-Trump, di fatto ha sdoganato i vizi italici. Arrivando ai giorni d'oggi, quelli del governo del cambiamento, diffondere bufale, definire i giornalisti «puttane» e «sciacalli», minacciare di impeachment il presidente della Repubblica, sfidare apertamente e via social la magistratura sono diventati la quotidianità. Lasciando le democrazie per arrivare alle dittature, la domanda pare retorica: se il presidente Usa non è sottoposto ad alcun giudizio, perché dovrebbe giudicare gli altri? Se calpesta senza problemi morale, valori democratici, diritti umani, come può pretendere che altri non lo facciano?

DA KHASHOGGI A SKRIPAL: TRUMP "LIBERA TUTTI"

Trump non ha deluso le aspettative. L'esempio più lampante dell'impunità imperante a livello mondiale è la vicenda del giornalista ed editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi, ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul da agenti di Riad. Alle richieste di una reazione da parte degli Usa, il presidente ha risposto picche, preferendo mantenere salda l'alleanza con l'Arabia Saudita tanto che l'uomo indicato come mandante dell'omicidio, il principe ereditario Mohammed bin Salman, si è recato al G20 in Argentina dove incontrerà gli altri capi di Stato forte del sostegno di Washington. «Forse bin Salman sapeva dell'omicidio», è stato il comunicato ufficiale della Casa Bianca a conclusione della vicenda, «o forse non lo sapeva».

Il presidente Usa Donald Trump durante le dichiarazioni sull'omicidio Khashoggi.

Fine del discorso. Lo stesso atteggiamento menefreghista è stato tenuto anche nel caso Skripal, davanti ai crimini di Rodrigo Duterte nelle Filippine e di Abd al-Fattah al-Sisi in Egitto, al rapimento del capo dell'Interpol da parte della Cina a fine ottobre. Senza contare il tacito assenso Usa al mantenimento di Bashar al Assad al potere in Siria. In questo modo il tycoon sta diffondendo il brand dell'impunità, rafforzando in qualsiasi dittatore o autocrate in circolazione la convinzione di poter violare qualsiasi regola della comunità internazionale senza subire ripercussioni. Come il politologo americano Robert Kagan condensa nel titolo di un suo recente editoriale: Welcome to the Jungle.

IL DOPPIO STANDARD USA IN POLITICA ESTERA

«Ci sono sempre state contraddizioni nella politica estera americana», fa notare Erik Jones, «pensiamo solo a Ronald Reagan, che ha sostenuto dittatori per anni in America centrale, o a George W. Bush con la famiglia saudita. C’è sempre stato un doppio standard fin dai tempi di Jimmy Carter: basare la dottrina sui diritti umani e i valori liberali, ma allo stesso tempo scendere a patti con i dittatori per mantenere in piedi il sistema che si desidera. Trump fa la stessa cosa, ma ha completamente abbandonato la prima parte». I suoi predecessori dettavano delle regole che poi magari non seguivano o erano i primi ad infrangere, è il ragionamento del professore, «lui non le dà e non finge nemmeno di seguirle. La Realpolitik c'è sempre stata, ma Washington cercava di mantenere anche una leadership morale a livello mondiale. Ora questa leadership non esiste più».

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