Mohammad Bin Salman Yemen Arabia Saudita
DIPLOMATICAMENTE
4 Dicembre Dic 2018 0900 04 dicembre 2018

La riabilitazione di Mbs deve partire dallo Yemen

Strette di mano e foto ricordo non bastano. L'ombra dell'omicidio Khashoggi influenzerà a lungo l'immagine del principe ereditario saudita. Che ora è chiamato a dare un segnale inequivocabile.

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Mbs, alias Mohammad bin Salman, il principe ereditario che incarna una sorta di Giano bifronte dell’attualità saudita, da un lato, punta ad affrancare il suo Paese dalla dipendenza del petrolio così come dal potere della famiglia religiosa wahhabita e a fare dell’Arabia saudita del futuro l’oggetto del desiderio della finanza e del turismo internazionale, e dall’altro vive con brutale insofferenza il dissenso e i concorrenti interni alla Casa reale, indifferente al fatto che si tratti di donne e di uomini che perseguono gli obiettivi di modernizzazione da lui stesso sta mettendo a fuoco. Predica convivenza ma vive in modo quasi ossessivo l’antagonismo iraniano, peraltro alquanto invadente, e riporta in auge la storica alleanza con gli Usa di Donald Trump, mentre compie passi avanti nell’avvicinamento a Israele contro l’Iran ipotizzando un modus vivendi innovativo per affrontare il sempiterno conflitto che affligge quel quadrante mediorientale. Promotore, assieme all’Egitto, al Bahrein e agli Emirati Arabi Uniti del blocco commerciale col Qatar nel 2017, alla sua iniziativa si deve anche la guida saudita della (a dir poco) discussa operazione militare araba condotta in Yemen per contrastare il colpo di Stato messo in atto dagli Houthi sostenuti dall’Iran. E nello stesso tempo dà rinnovato vigore all’ampliamento del perimetro delle sue partnership internazionali, da Mosca a Pechino passando per New Delhi.

IL CASO KHASHOGGI E LE RIPERCUSSIONI SULL'IMMAGINE DEL PRINCIPE

Ebbene, quest’uomo, che secondo alcuni analisti marcherà un prima e un poi nella storia del Paese, è caduto rovinosamente in ottobre, come noto, nell’obbrobriosa vicenda dell’uccisione del giornalista Jamaal Khashoggi, complice un curioso accanimento nei suoi confronti da parte turca, anzi, dello stesso presidente Recep Tayyip Erdogan, che certo non può esibire una pagella particolarmente edificante in materia di democrazia e di diritti umani. Diciamo pure che le rozze e contrastanti versioni diffuse da Riad in proposito hanno contribuito parecchio a corroborare la tesi della sua responsabilità diretta di mandante di quell’omicidio. Ma ciò che importa maggiormente in questa sede è il fatto che sulla scorta del teorema del «non poteva non sapere» si sono andate moltiplicando le Cassandre che preannunciavano pesanti derive sulla sua immagine e forse anche sul suo futuro di aspirante re.

Il fatto poi che la Cia abbia fatto filtrare il convincimento della responsabilità diretta e personale di Mbs quale mandante, sembrava destinata a metterlo all’angolo, forse in via definitiva. Lo stesso Trump reagiva in modo incerto, sciorinando dei distinguo troppo lunghi per riuscire a mascherare il suo imbarazzo nel contesto di un dato molto chiaro: per gli Usa erano e restavano determinanti i pilastri dell’alleanza con l’Arabia Saudita, con specifico riferimento alla lotta al terrorismo, al contenimento/contrasto dell’Iran, alla collaborazione in materia energetica e militare. L’unico leader di stazza internazionale che in coerenza con la sua realpolitik si era schierato ufficialmente e fin dall’inizio dalla parte di Riad era Vladimir Putin, seguito a ruota ma silenziosamente da Pechino. Mentre le potenze occidentali, preoccupate delle rispettive opinioni pubbliche, oscillavano tra la rivendicazione di una indiscutibile verità e gli annunci di conseguenze sulla vendita delle armi all’Arabia Saudita.

IL G20 ARGENTINO E L'IMPRUDENZA DI BIN SALMAN

Il clima si andava facendo tanto pesante da indurre lo stesso re saudita a compiere un giro di “calore” nel Paese assieme al figlio, nell’evidente intento di riaffermarne sostegno e fiducia mentre si dava particolare enfasi alla richiesta di condanna a morte dei presunti assassini di Khashoggi. Poi è stata la volta dello stesso Mohammed bin Salman a prendere l’iniziativa di visitare alcuni Paesi arabi amici, iniziando dagli Emirati e dal Bahrein cui hanno fatto seguito l’Egitto e la Tunisia. Ma l’attenzione dei media era proiettata al grande appuntamento del G20 di Buenos Aires. Perché andarci (l’anno scorso l’Arabia Saudita era rappresentata a un livello decisamente inferiore) e correre il rischio di trovarsi isolato se non addirittura respinto? Non era forse meglio aspettare che sul tavolo di quel fattaccio si stendesse ancora un po’ di polvere? C’era anche chi aveva stigmatizzato con durezza l’improntitudine di Mbs manifestata con l’annuncio della sua partecipazione.

La conclusione è stata quella che era nelle cose, dove cioè il mondo degli interessi e dunque la realpolitik l’avrebbe fatta da padrona. Il cinque da amiconi esibito da Mbs e Putin ne è stata la manifestazione più evidente accanto alla foto ricordo scattata con il presidente cinese Xi Jinping che ha tenuto a sottolineare come la stabilità dell’Arabia Saudita rappresenti la pietra miliare della prosperità del Golfo, plaudendo alla Vision 2030. Ma non è stato da meno il francese Emmanuel Macron e lo stesso presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. Tutto risolto dunque? Superato l’incidente? No, penso che l’ombra di Khashoggi resterà a lungo sulle spalle di Mbs, probabilmente anche dopo la messa a morte dei suoi presunti uccisori ora sotto processo. Ed è in questa consapevolezza che, terminata la missione in Argentina, il principe ereditario saudita ha proseguito nel suo tour intra-arabo andando in Algeria e in Mauritania, siglano accordi e consolidando partnership. Ma non basterà certo.

SERVE UN SEGNALE INEQUIVOCABILE

La stessa consapevolezza dovrebbe indurlo a dare segnali inequivocabili, come sembra orientato a fare, della sua volontà di sciogliere gli spinosi nodi legati alla guerra civile in Yemen collaborando al successo della missione di Martin Griffiths, l’Inviato speciale delle Nazioni Unite, in Svezia dove è ormai imminente quello che potrebbe rappresentare il negoziato decisivo sul futuro di quel Paese, precipitato in uno scandaloso (per tutta la Comunità internazionale) disastro umanitario.

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