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4 Dicembre Dic 2018 1029 04 dicembre 2018

Le conseguenze dell'uscita del Qatar dall'Opec

L'addio di Doha ha un valore simbolico. Non avrà effetti immediati sul prezzo del barile. Ma sottolinea lo strapotere dell'asse Usa-Riad-Mosca e la debolezza del cartello. 

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La decisione del Qatar di uscire dal cartello dei Paesi produttori di petrolio è politica, non ha niente a che fare con l’export di idrocarburi e non avrà effetti immediati sul prezzo del barile. Visti anche i modi e i tempi dell’annuncio, suona però come un De profundis per la missione storica dell’Opec e per la sua capacità di influenzare il mercato. Alimenta dubbi sul futuro di un’organizzazione che è passata indenne attraverso guerre e sanzioni rimanendo per quasi 60 anni il punto di riferimento dell’industria energetica globale. In questo senso, la mossa di Doha è destabilizzante. E foriera di una volatilità dalle conseguenze imprevedibili.

LO STRAPPO DEL QATAR E LE RELAZIONI CON RIAD

La defezione ufficialmente è stata motivata con la volontà del Qatar di concentrarsi sulla produzione di gas naturale. In realtà, l’appartenenza all’Opec non glielo avrebbe impedito. La verità è un’altra, neppure nascosta. Riguarda le relazioni con l’Arabia Saudita, maggior produttore e quindi leader indiscutibile del gruppo. Riad, insieme a Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, dal giugno dello scorso anno ha messo sotto embargo il Qatar, accusato di finanziare l’estremismo e di essere alleato dell’Iran, l’arcinemico sciita della casa dei Saud, per di più parecchio irritata dalle critiche del canale satellitare qatariota Al-Jazeera.

Il ministro dell'Energia qatariota Saad Sherida Al-Kaabi annuncia l'uscita del Paese dall'Opec, il 3 dicembre 2018.

La rottura con l’Opec «sembra una mossa strettamente politica per attirare l’attenzione sulla situazione e spingere gli Usa ad aumentare la pressione su Riad affinché metta fine all’embargo», dice a Lettera43.it Riccardo Fabiani, analista di geopolitica dell’istituto di ricerca londinese Energy Aspects. «Doha sa che Mohamed Bin Salman (il principe ereditario di fatto alla guida del regime saudita e implicato nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ndr) è al momento sotto pressione e in difficoltà, e che l’amministrazione statunitense è interessata a porre fine al blocco commerciale e diplomatico, perché divide i Paesi arabi del Golfo di fronte all’Iran proprio quando Washington ha più bisogno dell’unità fra questi attori».

DOHA PUNTA SU DONALD TRUMP

Per ottenere l’appoggio americano nella controversia con i sauditi, il Qatar conta sulla stizza che Donald Trump puntualmente manifesta quando ritiene che l’Opec, ovvero Riad, non faccia abbastanza per frenare i prezzi compensando il calo dell’export petrolifero iraniano colpito dalle reintrodotte sanzioni contro Teheran. E conta anche sul pessimo stato dei rapporti di Washington con Mosca, impegnata nel frattempo in voluttuosi giri di valzer con Riad. Non a caso l’intenzione di lasciare l’Opec è stata comunicata al mondo subito dopo il rinnovo del patto tra Russia e Arabia Saudita per sostenere i corsi petroliferi, sbandierato al G20 di Buenos Aires al termine di un incontro platealmente cordiale tra Vladimir Putin e Mohamed Bin Salam - che non hanno avuto altre manifestazioni d’affetto che le loro reciproche, in quel consesso.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman con il presidente russo Vladimir Putin al G20 di Buenos Aires.

L'INFLUENZA DELL'ASSE RUSSO-SAUDITA

L’intesa a due apre la strada a un accordo su tagli produttivi nella conferenza Opec che si riunirà il 6 dicembre a Vienna. La Russia è tra i maggiori produttori mondiali ma non fa parte dell’organizzazione. Dal 2016 però ha iniziato a “collaborare” con essa. E da allora le risoluzioni del cartello dipendono quasi esclusivamente dalle intese bilaterali tra Mosca e i sauditi. Il messaggio lanciato da Doha è inequivocabile: l’Opec non ha più ragione di essere perché i suoi processi decisionali sono regolarmente scavalcati da Riad e Mosca, in nome di interessi particolari non necessariamente in linea con quelli del cartello. Sul declino dell’influenza dell’Opec, l’ex primo ministro del Qatar Hamad bin Jassim bin Jaber al Thani è esplicito: «Il nostro ritiro è un atto saggio, perché l’organizzazione è diventata inutile: farne parte non porta alcun vantaggio e lede il nostro interesse nazionale», ha scritto su Twitter il tuttora influentissimo membro della casa reale qatariota.

IL CALO REPENTINO DEI PREZZI

Il presidente di turno dell’Opec, il ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti Suhail al Mazrouei ha già fatto capire che alla conferenza del 6 dicembre la stretta preannunciata a Buenos Aires ci sarà. «I comitati tecnici stanno lavorando sul livello dei tagli necessari per riequilibrare il mercato», ha detto ai giornalisti domenica 2 dicembre al suo arrivo a Vienna. Tutto giustificato dal fatto che al momento c’è un eccesso di offerta, dovuto all’aumento dell’output statunitense e ai livelli record di Russia e Arabia Saudita, oltre che a una frenata della domanda mondiale. I prezzi sono scesi repentinamente di un terzo dai massimi dell’ottobre scorso, quando superavano gli 86 dollari al barile. Secondo alcuni analisti, per stabilizzarli servirebbero 200 mila barili in meno sul mercato. L’entità dell’intervento dipenderà anche dalla necessità diplomatica di non far arrabbiare troppo Trump.

UNA DISERZIONE DAL VALORE SOLO SIMBOLICO

Il Qatar, lascerà l’Opec solo in gennaio. Il 6 dicembre ci sarà, per l’ultima volta. Non avrà un impatto sulle discussioni. Né potrebbe avere un impatto sui prezzi nel caso in cui decidesse di aumentare la sua produzione mentre l’organizzazione la taglia. Se nel gas naturale è un gigante produttivo, con la leadership mondiale nell’esportazione di Lng (gas naturale liquefatto), nel greggio il Qatar è infatti una specie di gnomo: con 600 mila barili giornalieri prodotti (1 milione se si considera anche il condensato, un tipo di greggio ultraleggero) conta solo per circa il 2% del totale dei Paesi Opec. E sta già pompando quasi al massimo della sua capacità. La diserzione di Doha ha un valore solo «simbolico», sottolineano gli analisti di Energy Aspects. È anche un precedente inquietante per un’organizzazione che si è sempre attribuita il merito di anteporre gli interessi economici condivisi alla politica.

Una riunione dell'Opec del 2017.

LA SOPRAVVIVENZA NEL CARTELLO DURANTE LE CRISI

L’Opec attualmente produce il 40% del petrolio che arriva sul mercato. Esiste dal 1960, quando fu fondata da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. il Qatar fu il primo Stato mediorientale ad aggiungersi, un anno dopo. Molte volte gli osservatori hanno speculato su un’imminente fine dell’organizzazione. Ragioni storiche, diplomatiche e militari ne avrebbero spesso giustificato il collasso o una frattura. Ma anche nelle situazioni più estreme gli Stati membri hanno sempre ritenuto utile rimanere nel cartello per poter partecipare alle decisioni sulla politica petrolifera. Negli Anni 80, i ministri del petrolio di Iran e Iraq continuarono a partecipare alle riunioni sulla produzione mentre i loro Paesi erano in guerra. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1991 non ebbe reali conseguenze sulla partecipazione di Baghdad e degli Emirati all’Opec. L’Iraq resistette alle pressioni americane per un suo disimpegno all’indomani dell’invasione del 2003.

VIENNA SEMPRE MENO DECISIVA

Più recentemente, i rappresentanti sauditi e iraniani hanno potuto discutere e raggiungere compromessi nelle conferenze e nelle riunioni informali del cartello, nonostante la rivalità sempre più aspra tra le due potenze regionali e il rispettivo sostegno alle parti opposte nelle guerre civili in corso in Siria e nello Yemen. L’addio del piccolo Qatar, che storicamente ha avuto la funzione di mediatore quando gli interessi dei maggiori produttori sembravano divergere, non comporta di per sé niente di drammatico, per il cartello e per il mercato petrolifero. Solo evidenzia come le politiche petrolifere vengano fatte a Mosca, Riad e Washington e non più a Vienna, dove l’Opec ha la sua sede. E fa pensare al vuoto che l’eventuale venire meno di un’istituzione in cui anche i peggiori nemici hanno continuato a parlarsi e cooperare aprirebbe nell’arena della politica internazionale e dell’economia globale. Con un certo orrore.

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