May Voto Sfiducia Brexit

Il voto di sfiducia a May da parte dei suoi compagni di partito

La premier ha conservato la leadership con 200 sì. Uno in più dei 199 con cui conquistò la guida dei Tory nel 2016, dopo le dimissioni di David Cameron. «Vado avanti per attuare la Brexit».

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La premier britannica Theresa May si è salvata dalla ribellione interna ai Tory. La leader del partito si è infatti vista confermare la fiducia da 200 deputati su 317: uno in più dei 199 con cui conquistò la guida dei conservatori nel 2016, dopo le dimissioni di David Cameron che hanno fatto seguito alla vittoria del 'leave' nel referendum sulla Brexit del 2016. May ha commentato ribadendo l'intenzione di condurre in porto «una Brexit che funzioni per tutti». La premier si è impegnata ad ascoltare anche la voce dei deputati che hanno votato contro di lei e di coloro che hanno espresso timori per il backstop sull'Irlanda del Nord nell'accordo di divorzio dall'Unione europea raggiunto con Bruxelles. Un punto sul quale ha confermato di voler chiedere al Consiglio europeo del 13 dicembre 2018 ulteriori «garanzie legali».

ALLA MAY BASTAVANO 159 VOTI

L'annuncio del voto di sfiducia era stato dato da Graham Brady, leader della cosiddetta Commissione 1922 del Partito conservatore, che aveva ricevuto il numero necessario di richieste, provenienti dal 15% dei deputati Tory alla Camera dei Comuni. Il gruppo parlamentare aveva riammesso in extremis nei suoi ranghi anche il deputato Andrew Griffiths, sospeso mesi fa dopo una denuncia per molestie telefoniche. Quindi i voti necessari a May per superare la mozione di sfiducia erano 159. Se fosse stata sconfitta, non avrebbe potuto ricandidarsi e sarebbe partito il meccanismo per l'elezione del suo successore.

MAY: «UN NUOVO LEADER NON POTREBBE RINEGOZIARE LA BREXIT»

«Mi opporrò con tutto quello che ho», aveva detto May commentando il voto richiesto dai suoi compagni di partito. Affermando che «un cambio di leadership nel Partito conservatore adesso» avrebbe avuto conseguenze sull'accordo per la Brexit e che un eventuale nuovo leader «non avrebbe tempo per rinegoziare» alcunché, mettendo «a rischio il futuro del nostro Paese con un'incertezza che non siamo in grado di sostenere». May, in un discorso tenuto di fronte al numero 10 di Downing Street, aveva spiegato di aver rinunciato al faccia a faccia previsto con il premier irlandese Leo Varadkar a Dublino, per restare a Londra e combattere la sua battaglia. Ricordando che una sua uscita di scena avrebbe consegnato il controllo dei negoziati sulla Brexit all'opposizione, con il rischio di «ritardare e magari di fermare» il divorzio.

PER L'EUROPA «NESSUN PIANO B» SE MAY VENISSE SFIDUCIATA

A poche ore dal voto decisivo, si erano fatte sentire anche fonti diplomatiche europee, per ribadire un concetto molto chiaro: «Non c'è un piano B» se Theresa May «non dovesse superare il voto di fiducia», perché «non ci aspettavamo» che «potesse succedere una cosa del genere». Dunque, se May fosse stata costretta a lasciare l'incarico, tutto sarebbe rimasto congelato fino alla formazione di un nuovo governo e all'elezione di un nuovo premier.

LA PREMIER HA PROMESSO DI FARSI DA PARTE NEL 2022

May, prima del voto di fiducia, ha comunque offerto la sua contropartita in cambio della riconferma. Confermando ad alcuni deputati Tory che non intende guidare il partito alle prossime elezioni politiche in Gran Bretagna, in programma salvo anticipi nel 2022. La rassicurazione, riportata alla stampa da deputati che hanno preferito restare anonimi, mirava proprio ad assicurare il voto degli incerti e di coloro che avrebbero potuto avere l'ambizione di succedere alla May non oggi, ma in un prossimo futuro non troppo lontano.

12 Dicembre Dic 2018 0957 12 dicembre 2018
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