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19 Dicembre Dic 2018 0800 19 dicembre 2018

Perché il Giappone sta aprendo agli stranieri

Più visti a lavoratori immigrati. Case disabitate regalate o cedute a buon prezzo. Così Tokyo risponde alla crisi economica e demografica. 

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Quando arrivate all’aeroporto Narita di Tokyo al controllo passaporti potete imboccare due corsie: japanese citizen o… alien. E la parola che in giapponese viene usata per definire gli stranieri è gaijin, che suona come il nostro “forestiero” con la connotazione più dispregiativa che riusciate a immaginare. Ancora: Irasshaimase! la formula di benvenuto in giapponese viene rivolta agli stranieri giusto quando entrano in ristoranti ed esercizi commerciali. Poche indicazioni che danno l’idea di come il Giappone sia refrattario all’accoglienza di immigrati e abbia coltivato sinora il suo splendido e ostinato isolamento. Una posizione certificata dai dati del ministero dell’Interno che per il 2017 fissa a 2,47 milioni, pari appena al 1,95% della popolazione, il numero degli stranieri residenti legalmente nel Paese (tanto per capirci, in Svizzera sono il 29%, in Australia il 28).

Il premier giapponese Shinzo Abe.

PORTE APERTE AI LAVORATORI STRANIERI

Ma qualcosa sta cambiando un costume radicato da centinaia di anni. Lo scorso 9 dicembre il parlamento ha, per la prima volta, approvato la concessione di 250 mila visti della durata quinquennale a lavoratori stranieri senza specifica formazione professionale, abdicando alla draconiana politica anti-migratoria. Per dare un’idea solo tre anni fa in un discorso davanti alle Nazioni Unite, il premier Shinzo Abe aveva dichiarato che prima di intraprendere la strada dell’apertura dei confini avrebbe preferito puntare su un maggiore impiego delle donne nella forza lavoro, un allungamento dell’età pensionabile o implementare l’utilizzo dei robot in mansioni un tempo svolte dagli uomini.

CASE A BUON PREZZO O GRATIS

Non solo. L’esecutivo ha lanciato un’altra rivoluzionaria idea che tende una mano all’integrazione: concede a prezzi irrisori, o in alcuni casi persino gratis, appartamenti o abitazioni lasciati in stato di abbandono. Ce ne sono quasi 8 milioni in tutto il Paese e secondo gli studi del Nomura Research Institute potrebbero diventare più di 20 milioni le dimore fantasma entro il 2033, quasi un terzo del totale. Come si spiega una "desertificazione" così massiccia? Le ragioni sono un mix di invecchiamento della popolazione, contrazione del tasso di crescita demografica e catastrofi naturali (oltre al drammatico tsunami del 2011 - l'arcipelago è sdraiato su una delle placche tettoniche più attive al mondo - il Paese è stato colpito da una serie di eventi atmosferici che lo hanno messo in ginocchio anche la scorsa estate).

Una delle Akiya, case abbandonate che il Giappone offre a prezzi stracciati o gratis.

In una nazione che esalta il culto degli antenati e che crede nella necessità di una morte serena, si teme che case che hanno ospitato eventi violenti o in cui una persona anziana sia morta sola possano essere infestate dagli spiriti. Se non siete superstiziosi sappiate che la misura del governo è rivolta anche a cittadini stranieri: potete accaparrarvi una akiya (casa disabitata in giapponese, il piano è stato ribattezzato Akiya Banks) a patto di farvi carico di tasse e commissioni mentre le spese di ristrutturazione in alcune prefetture, come quelle di Tochigi e Nagano, sono coperte da sussidi. I requisiti imprescindibili tuttavia sono che vi ci trasferiate a titolo definitivo, abbiate meno di 40 anni o un figlio con meno di 18.

L'OMBRA DELLA CRISI ECONOMICA

Le ragioni che hanno spinto l’esecutivo ultraconservatore di Abe a rivedere la direzione delle politiche economiche pro-crescita (note come Abenomics) e la sua idea di sbarramento dei confini sono una crisi economica che dura ormai da anni, una popolazione che invecchia rapidamente (il Giappone è al momento una delle società più vetuste al mondo) e una forza lavoro che si riduce sempre di più. Nel 2017 la terra del Sol Levante, seconda solo all’Italia, ha fatto registrare la peggiore performance economica tra i Paesi del G7 ed è quella che al momento cresce ai ritmi più contenuti.

Un anziano giapponese a Tokyo.

OCCUPAZIONE E CROLLO DEMOGRAFICO

Ma se in Italia la stagnazione economica è associata a una cronica mancanza di impiego e a un mercato del lavoro ormai congelato, in Giappone il tasso di disoccupazione è il più basso tra i Paesi industrializzati. Il problema è demografico: il numero di abitanti, secondo i dati pubblicati dal Financial Times, è minore di quanto fosse nel 2000 (negli Usa nello stesso periodo sono cresciuti del 16%, in Canada del 21% e nel Regno Unito del 13) e dal 2010 è addirittura calato di 1,3 milioni. Entro il 2065, le Nazioni Unite stimano una riduzione addizionale di oltre 28 milioni di persone (+22%), mentre negli altri Paesi del G7 la crescita è stimata in una media del 3%. Popolazione sempre più ridotta e sempre più vecchia: nel nuovo millennio gli individui lavorativamente attivi sono scesi del 13% e si stima che entro il 2040 una persona su tre in Giappone avrà oltre 65 anni, la più alta proporzione al mondo.

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