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23 Dicembre Dic 2018 1430 23 dicembre 2018

Viaggio tra le ferite di Mostar

Una città ancora divisa tra l'anima musulmana e quella croata. Con una ricostruzione che non riesce a mascherare la sofferenza. E a fermare i venti del nazionalismo. Il reportage. 

  • Tommaso De Paoli e Elisa Pregnolato
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da Mostar

Un uomo è in piedi di fronte alla Corte, in attesa della sentenza. È colpevole. Rimane in piedi, prende una fialetta dalla quale ingurgita del cianuro e collassa a terra. Morirà di lì a poco. È il 29 novembre del 2017 e il Tribunale dell’Aja ha appena condannato a 20 anni di carcere Slobodan Praljak, ex generale dell’Hvo (l'esercito della Repubblica croata di Bosnia), per i crimini perpetrati durante la guerra croato-musulmana in Bosnia. Crimini come la distruzione del ponte ottomano di Mostar e la pulizia etnica attuata nei confronti dei musulmani dal maggio 1993 all’aprile del 1994.

MOSTAR E LE SUE DUE ANIME

Mostar è una città ancora oggi divisa nelle sue anime, una musulmana e l’altra croata. Il Bulevard, il viale che taglia in due la città, è una frontiera tra due stati d’animo. Eppure un tempo la città era conosciuta per il suo komšiluk, parola di origine turca che indica i rapporti di buon vicinato fra le persone di diversa religione e cultura. A Mostar, fino allo smembramento della Jugoslavia, convivevano in pace tre etnie: quella serba, croata e musulmana. Quando la Bosnia dichiarò la propria indipendenza, l’esercito federale jugoslavo (Jna) fedele a Belgrado mise sotto assedio la città. Croati e musulmani respinsero la Jna e con i soldati se ne andarono anche tanti cittadini di etnia serba che popolavano la città. Con gli accordi di Karadjordjevo, croati e musulmani si ritrovarono poi in guerra tra loro già nel 1993. Alleati diventati nemici d’un tratto, per una decisione presa dall’alto. «La guerra fu anche una faccenda di propaganda nazionalista», spiega a Lettera43.it Dženan Hakalović, professore di Storia allo United World College di Mostar, una scuola che ha sede al Ginnasio, l’unica struttura cittadina nella quale studiano sotto lo stesso tetto ragazzi croati e musulmani. Secondo Hakalović, «si raccontava alla persone che se non avessero combattuto l’altra parte, questa li avrebbe sovrastati per sempre».

CAMPI E CASERME TRASFORMATI NELL'INFERNO

L’Abrašević è un centro culturale in via Alekse Šantića, la linea del fronte nel cuore di Mostar durante la guerra. Saed è seduto a un tavolino e sorseggia un caffè: «Sapevamo che i soldati dell’Hvo sarebbero arrivati, prima o poi. Ma cosa potevamo fare? L’alternativa alla prigionia era firmare un documento col quale lasciare tutto all’Hvo e andarsene da Mostar». Saed e la sua famiglia vennero prelevati dalla loro casa e portati con altri musulmani allo stadio del Velež, la squadra della città. Lo stadio era un punto di raccolta nel quale veniva fatta una prima selezione: gli uomini finivano nei campi di concentramento, le donne e i bambini nella parte est della città, quella musulmana. Gabela, Heliodrom, Dretelj sono i nomi dei principali campi nell’area di Mostar: complessi sportivi, caserme militari trasformati in luoghi infernali, nei quali venivano rinchiuse anche 500 persone in stanzoni da 200 metri quadrati. Hangar in cemento in cui la temperatura raggiungeva i 50 gradi. I prigionieri venivano spesso umiliati e non era raro che si consumassero stupri tra uomini. Qualcuno dice che in quei campi ci siano passate tra le 12 mila e le 15 mila persone. Secondo la sentenza del Tribunale dell’Aja, nel solo campo di Heliodrom transitarono almeno 6 mila prigionieri.

L'ingresso del capo di prigionia di Heliodrom, a Mostar.

«Entrai a Heliodrom il 30 giugno del 1993: ci facevano stare in una stanza colma di persone all’inverosimile, dovevamo fare i turni per sederci», dice Alija Humo, un reduce. I 74 anni hanno incurvato le sue spalle: «Una volta fui costretto a brucare l’erba davanti a tutti per due ore perché non mi ero tagliato la barba», racconta. «Un’ altra volta ci diedero una zuppa bollente e 11 secondi per berla. Ci si ustionava, ma non avevamo altro da mangiare».

PRIGIONIERI USATI COME SCUDI UMANI

I prigionieri venivano spesso portati al fronte per essere usati come scudi umani durante le battaglie. Nella Alekse Šantića, una guida accompagna i turisti tra le macerie delle case non ricostruite: a Mostar la guerra è anche business. Edin Batlak è un agente di commercio e il suo ufficio si trova proprio sulla Šantića: «Ci portavano al fronte e ci usavano come scudi umani, per proteggere l’avanzata delle truppe dell’Hvo. Tanti amici sono morti qui, sono fortunato a essere ancora vivo».

Liska Park, nella parte occidentale di Mostar.

«È STATA LA GUERRA PIÙ STUPIDA DELLA STORIA»

Dall’altra parte del fronte, su quella stessa strada, combatteva anche Luka, un ex soldato croato dell’Hvo. Ha un fare scanzonato, ironico, ma i ricordi riaprono le ferite: «Eravamo giovani. Non sapevamo nulla, bevevamo, fumavamo. Facevamo quello che ci dicevano di fare. È stata la guerra più stupida della storia: croati e musulmani erano alleati nella prima guerra contro i serbi, non so cosa sia successo, non so chi abbia deciso tutto questo». Il suo pensiero corre agli anni dell’università, poco prima che tutto crollasse: «La gioventù. Mi hanno rubato la gioventù», dice spegnendo la sigaretta nel posacenere. Mentre sulla Šantića imperversava la battaglia, la parte est della città era sotto assedio: «Non c’era acqua, non c’era cibo. Eravamo costantemente bombardati dall’Hvo, degli zombie che vagavano nella speranza di non morire. Ogni giorno passato, era un giorno in più all’inferno», aggiunge Ana, una donna che oggi lavora nella parte croata della città. «Quella guerra ha inficiato la salute mentale di molti», conclude.

I CASI DI SINDROME POST TRAUMATICA

Marko Romić è uno psicologo che lavora in un centro ospedaliero sul Bulevard ed è specializzato nel trattamento dei pazienti affetti da sindrome post traumatica da stress. «In Bosnia non sono stati fatti studi statistici», spiega, «ma secondo la Who, la World Health Organisation, più del 10% della popolazione ne soffre». Romić è di etnia croata ed è un veterano. «Questa malattia comporta enormi problemi», continua, «le persone affette non riescono a lavorare, a comunicare con gli altri, si sentono inutili. Emarginati che questo Paese sembra non voler aiutare». Secondo Romić, «non è necessario essere stati al fronte. Anche le persone che hanno vissuto nei dintorni di Mostar hanno buone ragioni per soffrire di questa malattia».

Chiese e moschea sulle rive del Neretva.

La guerra raggiunse il suo culmine a Mostar, ma i focolai del conflitto croato-musulmano arsero capillarmente su tutto il territorio dell’Erzegovina. Esma, al tempo, viveva in un villaggio fuori Mostar: «Ricordo che una sera entrarono in casa i soldati dell’Hvo e mia sorella iniziò a piangere spaventata. Un soldato puntò una pistola alla sua testa, intimando a mia madre di farla smettere. Vedere quell’arma appoggiata sulla tempia di mia sorella fu un episodio così traumatico che non seppi far altro che trovare un senso nella preghiera. Mi dissi: "Se ci stanno facendo tutto questo perché siamo musulmani, allora sarò ancora più musulmana”».

UNA DIFESA CONTRO L'ODIO

Dopo la guerra le comunità religiose sono diventate parte attiva e influente della vita sociale ed economica della Bosnia. «Anche la fede è stata usata come strumento dalla propaganda nazionalista», dice Nedim Ćišić, un poeta che è stato a Heliodrom. Nedim ha una sua teoria sulla guerra: «Ci fu una rivalsa della campagna nei confronti della città. Tutti i piccoli villaggi che prima della guerra guardavano Mostar con invidia, quando poterono ferire la città, lo fecero nel modo più feroce possibile». Il vento spira tra gli alberi a Heliodrom, conferendo una lugubre teatralità a quegli edifici oggi abbandonati. Nedim passeggia con le mani in tasca di fronte ai luoghi nei quali fu imprigionato 25 anni fa. «Dopo la prigionia fummo aiutati dai nostri vicini croati. Il pensiero dei tanti croati che aiutarono i musulmani in quel periodo è il mio meccanismo di difesa contro l’odio», spiega Nedim. Ma anche i meccanismi di difesa hanno un limite: «I miei genitori sanno chi ha crivellato di colpi il corpo di mia nonna, se vedessi oggi gli assassini non so proprio come potrei reagire. Per questo non mi hanno mai detto i loro nomi».

Cartelloni elettorali a Mostar.

SE LA RICOSTRUZIONE È SOLO UN MAQUILLAGE

Mostar è ancora infetta dalla guerra e la ricostruzione sta solo mascherando l’espressione di sofferenza della città. «In Bosnia ereditiamo i nostri nemici», dice Marko Tomaš, giornalista. «Il paradosso di questo Paese è che le forze politiche che hanno provocato la guerra sono ancora al potere. E usano il modo più semplice con cui manipolare la gente: la paura nei confronti dell’altro». Siamo sulla terrazza dell’Hotel Bristol che si affaccia sulla Neretva, dall’altra parte del fiume le gru segnalano la presenza di un cantiere. Tomaš si accende una sigaretta: «Siamo stati fermi tutti questi anni: il tempo passa, ma non si riesce a vedere la direzione verso cui questa società sta andando. Sempre che in Bosnia esista una società».

In Bosnia ereditiamo i nostri nemici. Il paradosso è che le forze politiche che hanno provocato la guerra sono ancora al potere

Marko Tomaš, giornalista

ALLE RADICI DEL NAZIONALISMO

Anche Edin Zagorčić, un politico locale, pensa che sia in atto una manipolazione dell’opinione pubblica: «I partiti nazionalisti hanno glorificato la guerra, creando un’atmosfera di paura che ha contagiato anche i giovani. Le persone vogliono vivere in armonia, ma non sarà possibile finché la propaganda nazionalista alimenterà l’odio tra le parti». Una società un tempo aperta al mondo si è ritrovata segregata, divisa nell’anima. Secondo MG, un sociologo che preferisce rimanere anonimo, la visione nazionalista ha radici profonde: «Il sistema d’istruzione jugoslavo nutriva la visione della Jugoslavia come un’entità sopranazionale, un insieme di nazioni invece che un’unica nazione. Dopo la morte di Tito, questo sentimento di appartenenza nazionalista ha trovato un significato». I media hanno avuto poi un ruolo chiave nel far crescere il seme nazionalista: «I principali quotidiani sono di proprietà di esponenti dei partiti nazionalisti, è chiaro che siano strumenti per tutelare il loro potere», conclude.

IL SOGNO DI UNA BOSNIA PACIFICATA

Nella parte ovest di Mostar, in cima a una collina, c’è il monumento ai Partigiani, progettato dal grande architetto Bogdan Bogdanović negli Anni 60. Un’opera dedicata al sacrificio dei tanti che persero la vita per liberare la Jugoslavia dal nazismo. Il sole sta calando dietro le montagne e il vento accarezza l’erba incolta che nasconde le forme del monumento. Una volta arrivati sulla cima si può osservare la città nel suo insieme, con i suoi campanili e i suoi minareti. Il sole risplende ancora su Mostar. È in quel momento che sembra di sentire portate via dal vento, giù verso la città, le parole di Edin Batlak, uno dei reduci: «Non so se sarò ancora qui. Ma sono sicuro che un giorno l’idea di una Bosnia multiculturale vincerà e torneremo a vivere assieme pacificamente, uno a fianco all’altro». Una speranza che dovrà materializzarsi, è in gioco la sopravvivenza di questo Paese.

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